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Esclusivo – Intervista al linguista e glottologo Massimo Pittau: dalla corrispondenza con Max Leopold Wagner ai giorni del Duce.

L’AFORISMA DEL GIORNO – DAILY QUOTE

La più grande vendetta è la felicità: niente manda in bestia le persone più che vederti fare una fottuta bella risata.
(Chuck Palahniuk)

I NOSTRI AFORISMI – OUR QUOTES

La ragione è l’illusione dello spirito di essere arrivato. (Rina Brundu)

di Rina Brundu. Massimo Pittau è una “eccellenza” sarda. Linguista, glottologo, studioso di lingua etrusca, di lingua sarda e protosarda, è nato a Nùoro nel 1921. Laureato prima in Lettere e poi in Filosofia, ha tenuto a lungo le cattedre di Linguistica Sarda, Glottologia e Linguistica Generale dell’Università di Sassari. Da 40 anni socio della «Società Italiana di Glottologia» e da 30 del «Sodalizio Glottologico Milanese», ha scritto una cinquantina di libri e più di 400 studi relativi a questioni di linguistica, filologia e filosofia del linguaggio; libri e studi che, nel tempo, gli hannno procurato numerosi attestati e riconoscimenti, dal “Premio della Cultura” della Presidenza del Consiglio dei Ministri nel 1972 al Premio Città di Sassari – Lingue Minoritarie, Culture delle Minoranze nel 2009.

Nel 2011, forse a celebrare una vita decisamente fortunata e dedicata alla cultura, il professor Massimo Pittau dà alle stampe una sorta di autobiografia sui-generis titolata “L’era fascista nella provincia italiana – Il Littorio a Nùgoro e in Sardegna” (Sassari 2011, EDES), e – grazie a questo suo lavoro diverso, a questo suo viaggio sentimentale nei luoghi dell’infanzia e degli affetti più cari – permette anche all’uomo-Pittau di farsi meglio conoscere. È quindi a quell’uomo, a quel figlio-padre illustre di una Sardegna e di una Nùgoro “deleddiana” oramai quasi scomparse, che sono state infine rivolte le domande che seguono.

D. Professore, leggo che le sue posizioni riguardo al dialetto nuorese e in particolare rispetto alla questione della sua massima conservatività nell’ambito romanzo “sono vicine a quelle del linguista Max Leopold Wagner…” (1). È proprio così? Ci spiega meglio dove le sue “posizioni” sono più vicine a quelle di questo linguista di fama mondiale e in quali aspetti differiscono? Ma, soprattutto, cosa l’ha portata, da giovane, ad occuparsi di linguistica e di glottologia?

R. Fra i linguisti romanisti è del tutto pacifico che il sardo è la lingua romanza più vicina alla madrelingua latina. Ebbene, nell’ambito della stessa lingua sarda, la varietà dialettale di Nùoro (e pure quella della Baronia) è anch’essa quella più vicina al latino. Su questo punto non c’era nessun dissenso fra me e il Wagner. D’altra parte io ho proceduto a comporre la intera “grammatica” (fonologia, morfologia e sintassi) del dialetto di Nùoro, opera che egli ha apprezzato parecchio e per la quale ha pubblicato una lunga ed approfondita recensione in una rivista tedesca.

Io ricordo bene che il mio interesse alle comparazioni linguistiche lo registrai in IV ginnasiale, quando ormai conoscevo ed usavo il sardo e l’italiano ed insieme studiavo il latino, il francese e il greco. In maniera particolare mi interessavo della lingua sarda, il cui uso a scuola era vietato e intorno alla quale nessuno dei miei professori sapeva fare la benché minima considerazione. Negli anni successivi del Liceo studiai da solo lo spagnolo e il tedesco e soprattutto provai vivo interesse anche per la storia della Sardegna, sulla quale nè la scuola ufficiale né gli insegnanti ci davano alcun insegnamento.

Ecco, il vivissimo interesse che da studente del Ginnasio-Liceo cominciai a provare per la lingua sarda e per la storia della Sardegna fu la causa principale che determinò la mia specializzazione storico-linguistica. E sottolineo questa caratterizzazione: io sono diventato contemporaneamente studioso della lingua sarda e insieme studioso della storia della Sardegna per effetto del mio radicale attaccamento alla mia terra. In realtà la lingua sarda è diventata per me la “chiave di lettura” e cioè di scoperta e di interpretazione della storia della mia terra. Io ho ricostruito tante pagine ignorate della antica storia della Sardegna facendo perno appunto sullo studio della nostra lingua.

D. Lei ha conosciuto personalmente Wagner, Maestro della Linguistica Sarda, che opinione si è fatto di lui? Può abbozzarne un breve ritratto e regalarci una qualche inedita chicca?

R. Con Max Leopold Wagner io ho avuto una abbastanza fitta corrispondenza epistolare, che è durata 10 anni. Egli mi scriveva da New York per chiedermi informazioni specifiche sul sardo e sul nuorese ed io gli scrivevo per avere informazioni e spiegazioni sullo stesso argomento. E poi l’ho conosciuto di persona in un convegno internazionale di linguisti organizzato a Firenze verso il 1965. Egli era piuttosto laconico, ma anche tagliente su qualche collega linguista. Mi ricordo le sue parole di stima per i Sardi, di cui diceva di apprezzare parecchio il carattere leale e il vivo senso della ospitalità.

Un fatto curioso conosciuto parecchi anni dopo quando il Wagner era ormai deceduto: dal noto e compianto cantautore sardo Andrea Parodi sono venuto a conoscenza che nel registro della «Società degli Autori ed Editori» il famoso canto sardo “Non potho riposare” risulta registrato a nome di Max Leopold Wagner. Evidentemente egli se n’era impossessato ad insaputa degli autori effettivi, l’avvocato Badore Sini di Sarule e il maestro di musica Giuseppe Rachel di Cagliari….

D. Lei è un noto etruscologo. Che senso ha, al giorno d’oggi, studiare una cultura come quella etrusca? Cosa avrebbe da insegnare alla dimensione digitalizzata che viviamo?

R. La civiltà etrusca, assieme con quella greca e quella romana, costituiscono la solida ossatura della cosiddetta “civiltà classica”, quella che è alla base della nostra odierna “civiltà occidentale”. Per il vero la “civiltà etrusca” è stata meno fortunata delle altre due, però è un fatto che essa abbia ereditato parecchio dalla civiltà greca ed insieme abbia tenuto a battesimo quella romana. Sia sufficiente dire che quello strumento importantissimo di diffusione della cultura che è l’alfabeto, gli Etruschi lo presero dai Greci, ma insieme lo trasmisero ai Romani.

D’altronde gli Etruschi hanno trasmesso ai Romani anche numerosi vocaboli, molti dei quali stracarichi di connotazioni culturali, i quali spesso circolano tuttora, conosciuti e adoperati da tutti i popoli civili. I vocaboli “mondo, persona, popolo, pubblico, radio, raggio, militare, satellite, ecc. ecc.” sono entrati in tutte le lingue di cultura del mondo dalla lingua latina, ma in questa erano entrati prima dalla lingua etrusca.

Numerose opere d’arte degli Etruschi sono altrettanti capolavori di arte pittorica e plastica, conosciuti ed ammirati da cultori odierni di tutto il mondo civile.

D. Parliamo di Sardegna. Di Storia della Sardegna. Tra le sue prese di posizione più note vi è l’idea, molto criticata peraltro, che i nuraghi sardi abbiano  una funzione meramente religiosa. Sottoscrive ancora questa visione delle cose?

R. Io ho affrontato il tema scottante della destinazione dei nuraghi nel mio libro «La Sardegna Nuragica» (1977), il quale è stato uno dei libri più letti in Sardegna, avendo avuto 5 ristampe ed una II edizione di recente (2006, Edizioni della Torre, CA). A me risulta che tutti quelli che hanno letto e tuttora leggono quel mio libro lasciano cadere del tutto la ridicola tesi della destinazione militare dei nuraghi, mentre aderiscono alla tesi della loro esclusiva destinazione religiosa.

Se ci sono in Sardegna ancora individui che ritengono i nuraghi altrettanti “castelli” e “fortezze”, sicuramente non hanno letto quel mio libro ed inoltre pagano ancora un tributo alla semplicistica ed immediata tesi della “destinazione militare”. Perfino fra gli archeologi sono ormai pochissimi quelli che sostengono la tesi della “destinazione militare”. I miei critici pertanto si degnino di aggiornarsi leggendo il mio citato libro prima di criticarmi…

D. Lei è nato in piena era fascista se così possiamo dire. Quali sono le maggiori differenze socio-culturali che nota tra l’Italia, la Sardegna di oggi e quelle di quei suoi anni più giovani? Quale futuro per l’Italia e la Sardegna di domani? Quali consigli si sente di dare ai giovani che sono e che saranno?

R. Come ritengo di aver mostrato nel mio recente libro «L’era fascista nella provincia italiana – Il Littorio a Nùgoro e in Sardegna» per la mia generazione di giovani il fascismo ha costituito una durissima esperienza. Io ho “marciato dove il Duce vuole” dai 6 ai 23 anni; io ho avuto il moschetto fra le mani dai 12 fino a 20 anni nella varie organizzazioni giovanili fasciste; io ho fatto il servizio militare durante l’ultima guerra mondiale per 3 anni e mezzo, correndo parecchie volte il pericolo di morire sotto i bombardamenti aerei o affondato da sommergibili nemici. Insomma, io ho trascorso l’intera mia giovinezza in un clima di guerra, “guerra auspicata e preparata” e “guerra guerreggiata”. Io ho visto scomparire nel vortice della guerra parecchi miei amici o compagni di scuola. Anche per effetto del bellicismo imperante nell’era fascista, io ho fatto malissimo tutti i miei studi, dalla scuola elementare fino all’Università.

I giovani debbono guardarsi con grande forza dall’aderire alla speranza di avere un altro “salvatore della Patria”. l’attuale sistema democratico dell’ Italia va difeso e salvaguardato, ma insieme va perfezionato affinché non continui ad essere nella mani dei “grandi ladri”.

Postfazione di Rina Brundu. Voglio ringraziare il professor Pittau per la sua cortesia e gentilezza di sempre. Soprattutto per la maniera seria, pacata, mai snob, mai affettata, mai artificiosa con cui si pone e che così facendo permette a questo piccolo angolo virtuale di mondo e ai suoi lettori di raccontare e di leggere qualcosa che vale. Ho scritto nell’incipit che Massimo Pittau è una “eccellenza” sarda. Italiana. Di quella Sardegna e di quell’Italia che vanno avanti, studiano e lavorano, nonostante tutto. Nonostante lo sfascio intorno. Proprio per questo motivo io ritengo che queste “eccellenze” meritino ben altra visibilità ed è sempre per questo motivo che, sempre col permesso del professore, ho tradotto questa breve intervista anche in lingua inglese. La speranza è che sia la prima (o quasi) di una lunga serie di colloqui che riescano infine a raccontare una Sardegna ed una Italia…. diverse.

Note:

(1)     Max Leopold Wagner (Monaco di Baviera, 17 settembre 1880 – Washington, 9 luglio 1962) è stato un linguista e glottologo tedesco. Studioso di fama mondiale e dotato poliglotta, ha svolto ricerche nell’ambito del sardo, occupandosi anche dei gerghi e delle lingue popolari, del siciliano, del giudeo-spagnolo, del portoghese, dello spagnolo, del catalano, dello spagnolo d’America. Ha studiato le relazioni tra il berbero e le lingue romanze e in generale ha condotto studi sulle lingue e le culture dei popoli del Mediterraneo. È stato anche etnologo ed etnografo.

Autore di studi fondamentali sulla cultura e lingua sarda, è considerato uno dei maggiori romanisti del ventesimo secolo. Dopo la laurea a Monaco con una tesi sulla formazione delle parole in sardo, intraprese la carriera universitaria. Nel 1907 a Würzburg conseguì un dottorato sulla Fonetica dei dialetti sardi meridionali (Lautlehre der südsardischen Mundarten). Lo troviamo in Sardegna per la prima volta nel 1905 per studiarne la lingua, vi ritorna poi nel 1912 e in altri viaggi con ritmo quasi annuale. Dal 1925 al 1927 raccolse un immenso patrimonio di forme lessicali e grammaticali per realizzare l’Atlante linguistico e etnografico d’Italia e del sud della Svizzera, per il quale si rivolse anche a Pietro Casu, figura di prestigio per gli intellettuali sardi della prima metà del novecento. (Sprach- und Sachatlas Italiens und der Südschweiz) curato e pubblicato da Karl Jaberg e Jakob Jud tra il 1928 e il 1940. La sua attività viene raccontata dagli studiosi sardi come una ricerca sul campo di grande impegno, si narra che fosse solito passeggiare a piedi o in bicicletta da un paese all’altro, conosciuto e ammirato dalle comunità locali. La sua prestigiosa carriera universitaria lo portò nelle università di Monaco, di Berlino, di Bucarest, e di Coimbra. Dopo aver pubblicato il suo manuale “La lingua sarda: storia, spirito e forma” (1950), Wagner partì per Washington, città nella quale si stabilì fino alla sua morte. Lasciò in eredità oltre 450 scritti, più della metà sono dedicati alla lingua e alla civiltà sarda; H. Kröll lo ha definito: il vero artefice della grammatica sarda. La sua opera principale fu il Dizionario Etimologico Sardo. Nel 1955 in seguito alla pubblicazione del Dizionario Etimologico Sardo DES, Cagliari, Sassari e Nuoro gli conferirono contemporaneamente la cittadinanza onoraria (fonte Wikipedia).

Featured image Massimo Pittau (fonte).

Lo disse… Nietzsche

Bisogna avere in sé il caos per partorire una stella che danzi. -- (---) -- Il mio tempo non è ancora venuto; alcuni nascono postumi.

Lo disse… OSHO

Non voglio seguaci, persone ubbidienti. Voglio amici intelligenti, compagni di viaggio.

Lo disse… NEWTON

Platone è il mio amico, Aristotele è il mio amico, ma il mio migliore amico è la verità.

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15 Comments on Esclusivo – Intervista al linguista e glottologo Massimo Pittau: dalla corrispondenza con Max Leopold Wagner ai giorni del Duce.

  1. francu pilloni // 21 October 2012 at 09:53 // Reply

    Cosa egregia, RBE, perché Massimo Pittau è un uomo vero, coraggioso, che non ha paura di andare contro corrente.
    Quanto al Wagner, sono in pochi oggi in Sardegna a pensarla come riporta Wikipedia, intanto perché molti lo ricordano e lo riconoscono come “classista”, anzi meglio “razzista”, visto che fece graduatorie di merito fra le forme dialettali del sardo.
    Quanto al resto, forse quanto ha detto il professore a proposito di “Non potho reposare”, sottintende il comportamento del Wagner rispetto al resto del suo lavoro, visto che ha attinto a piene mani all’opera del Canonico Porru e di altri studiosi sardi che già avevano scritto valenti e corposi vocabolari e grammatiche sulla lingua nostra. La vicinanza e l’interferenza con Pedru Casu, uno che voleva “aggiustare” il sardo riportandolo indietro al latino, spiega il resto. Wagner, ad esempio, poco s’interessò del sostrato antico del sardo, a differenza di Pittau che spiega alcuni (molti) lemmi con la lingua dei “Sardiani”, come lui chiama gli antichi abitatori dell’isola.
    Una cosa è certa, però: la fama di Wagner ha contribuito in modo determinante alla conoscenza della lingua sarda nel mondo. Specialmente fuori dall’Italia e, aggiungerei, dalla Sardegna dove, sino a qualche anno fa, non esisteva presso le università una cattedra di lingua sarda.
    Fra i tanti meriti del prof. Pittau non posso tacere che anch’egli, come i vecchi archeologi che proclamarono nuraghe=fortezza, si stia arroccando sulle proprie posizioni, senza dare spazi e sufficiente attenzione al nuovo che sta venendo fuori specialmente in fatto di scrittura in Sardegna risalente al Bonzo Finale e al Primo Ferro, in pratica dall’VIII secolo a.C. a risalire sino al XII e forse anche oltre. Mi pare che, in vece che usare la propria scienza-esperienza per aiutare ad interpretare quei reperti sicuramente scritti venuti fuori dal terreno degli scavi, usi e approfitti della sua autorità per negare ciò che anche le persone non addentro all’epigrafia vedono e constatano: certi cocci o reperti di vario genere sono proprio “scritti”.
    Saluti e auguri al prof. Pittau con cui, pur non conoscendoci di persona, ho spesso incrociato opinioni e che rispetto, anche quando polemizziamo.

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  2. Grazie Franco. Ti dirò, naturalmente nelle domande che ho scelto di fare al professore c’erano anche delle mie curiosità di sempre che volevo soddisfare. Pure rispetto al Wagner, il cui mistero per quanto mi riguarda si infittisce. Certo, non avrei mai sperato di avere la chicca che il prof ci ha regaltato a proposito di quella canzone sarda (su cui poi torno), ma vero è che mentre mi informavo per questa intervista il mistero si è appunto infittito. Infatti, io sono andata a cercare notizie sul Wagner. Oggidì, diciamocelo francamente, il primo segno della notorietà di qualcuno è l’esistenza di una pagina wikipedica. Ma non una pagina qualunque, una pagina in inglese. Con mia grande sorpresa ho scoperto che quella pagina NON ESISTE. Esiste in tedesco ma non esiste in inglese. Ora, si potrà dire quel che si vuole ma se questo studioso aveva l’importanza di cui si racconta la pagina in inglese non potrebbe mancare. Questo non è infatti un fattore da vanity-publishing ma è un fattore operativo dato che tutti gli scambi tecnici su qualunque disciplina universitaria avvengono in quella lingua. Il che mi ha insinuato il dubbio: non è che il Wagner (fermo restando il ringraziamento che gli si deve per avere studiato il nostro idioma e averlo fatto conoscere fuori dai confini, come giustamente dici tu) è un altro santo-sardo che ha fatto la sua fortuna in Sardegna, grazie alla Sardegna? Be’ per rispondere a questa domanda dovrò informarmi meglio, ma inutile dire che andrò a vedere oltre le nostre sacre sponde perché, è noto, io sono come san Tommaso.
    Rispetto alla faccenda di “Non potho reposare”, mi verrebbe da dire “Ci risiamo!”. Mi è capitato a volte di sentire questa canzone in Sardegna, la sera, sotto un cielo stellato, in un silenzio cristallino protetto dal respiro lento della Grande Montagna…. Ed è un qualcosa di meraviglioso. Un inno che non è solo canzone d’amore, ma che racconta come niente altro tutta la nostra sardità. Orbene, chi l’ha sentita in quel modo, con tutto il rispetto per Wagner, mai crederebbe sia stata scritta da un tedesco. O da uno straniero. Quell’opera è farina di sacco sardo, non vi è dubbio alcuno! Dico “Ci risiamo!” perché sono innumerevoli i personaggi che sono venuti in Sardegna per fare bene, per fare male, e per mettersene-un-tantino-in-tasca…. Almeno Wagner ha fatto (sembrerebbe) furto-intellettuale… gli altri furti invece erano nella maggior parte dei casi molto più miranti alla sostanza. Aurea.
    Per quanto riguarda la questione nuraghi, sì ho fatto presente le critiche al professore che come vedi ha risposto da par suo. Ritengo che comunque questa faccenda la risolveranno senza ombra alcuna gli studi futuri e davanti a quelle evidenze le opinioni di Tizio o di Caio avranno importanza relativa, fermo restando che senza le diverse opinioni, le idee diverse, non si arriverebbe mai alla verità perché è nel nostro destino di uomini provare e riprovare, sbagliare e cadere, ma spesso… molto spesso… finanche riuscire.

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  3. Altra cosa, ho sottolineato in neretto quest’ultima parte dell’intervista perché la trovo molto bella, aforisticamente, umanamente e poeticamente bella:

    “Io ho “marciato dove il Duce vuole” dai 6 ai 23 anni; io ho avuto il moschetto fra le mani dai 12 fino a 20 anni nella varie organizzazioni giovanili fasciste; io ho fatto il servizio militare durante l’ultima guerra mondiale per 3 anni e mezzo, correndo parecchie volte il pericolo di morire sotto i bombardamenti aerei o affondato da sommergibili nemici. Insomma, io ho trascorso l’intera mia giovinezza in un clima di guerra, “guerra auspicata e preparata” e “guerra guerreggiata”. Io ho visto scomparire nel vortice della guerra parecchi miei amici o compagni di scuola. Anche per effetto del bellicismo imperante nell’era fascista, io ho fatto malissimo tutti i miei studi, dalla scuola elementare fino all’Università”.

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  4. francu pilloni // 21 October 2012 at 15:06 // Reply

    Sì, ho notato il neretto per una sottolineatura che valeva la pena di fare. Ed è proprio qui che Massimo Pittau si rivela uomo vero, evitando di celarsi dietro leggende fuori luogo di balentie o cose del genere. In quel periodo tutti hanno subito il Fascismo, in special modo i bambini e i giovani. Mi pare una cosa più che naturale; se non sbaglio anche Jesus “subì” il clima famigliare e sociale del suo tempo, almeno sino a quando … si rese conto di “essere contro”.
    Quanto a “No potho reposare”, si dice che M. L. Wagner, fosse ammirato della delicatezza dei sentimenti espressi in quel canto e che ne abbia mandato il testo all’amante. Anzi, per essere chiari, al suo amante.
    Si vede che si lasciò trascinare dagli eventi e coniugò la soavità dei sentimenti con la rudezza dei comportamenti agro-pastorali.
    Ora ti racconto una chicca di cui sono a diretta conoscenza: scrisse Wagner in “La vita rustica”, a proposito di un’intervista con una donna di Curcuris ma sentita a Mogoro che “una femina beccia teniat un’angioni e donnia dì andàt a dd’aquai a s’arriu” che tradotto fa “Una donna vecchia possedeva un agnello e ogni giorno andava ad abbeverarlo al fiume”. Il fatto sta che Wagner confuse aquai-abbeverare con cuai- nascondere, pertanto, secondo lui, la vecchia nascondeva l’agnello nel fiume ogni giorno…
    Ne parlai con Giulio Paulis che stava curando una nuova edizione dell’opera, correggendo, almeno credo, la topica di Wagner.
    Non so se Wagner trasse indicazioni sublimi e sofisticate dal fatto che le vecchie, in Sardegna, per costumanza arcaica e quanto mai arcana pulsione, nascondessero gli agnelli nei torrenti, anziché portarli al pascolo.
    Certamente trovò il pesce a buon mercato in Sardegna e fece la spesa. Mi felicito col mio paese, Curcuris, che in quel periodo era solamente una frazione e non poté decidere nulla in merito alla cittadinanza onoraria.

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  5. Di novità in novità. Non sapevo che Wagner avesse una amante… o meglio un amante. Meglio per lui. Certamente non avrebbe dovuto fare (se lo ha fatto, io del resto non ho visto il documento incriminato!) ciò che ha fatto. Come a dire che tutto il mondo è Paese. Rispetto all’abbaglio sul sardo, grande studioso o meno, questo è comprensibile: tutti fanno errori. Ma francamente preferirei la sua indubbia conoscenza di questo idioma condito con errori in salsa pseudo-autoctona, piuttosto che la mia ignoranza abissale delle cose della mia terra. Grazie per questi tuoi interventi, mi piacerebbe che altri anche intervenissero qualora sapessero qualcosa… una occasione unica per dirimere sull’argomento! Ciao.

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  6. Conoscendo, per averne letto, la intensa passione se non dedizione del linguista M.L. Wagner nei confronti della lingua sarda, posso condividere le note che apporta Franco Pilloni compreso quei refusi che lo stesso studioso non credeva di aver commesso. E, come Franco, non condivido del Wagner quelle sue disquisizioni “razziste” ma anche “classiste” che faceva sui vari dialetti sardi, da nord a sud dell’isola, come se appartenessero ad altri, “diversi”.

    Mi piacerebbe sapere, invece, cosa ne pensasse, allora, un suo amico, si far per dire, quel don Pietro Casu, di Berchidda, anche lui sardo puro e con esso predicatore vero, quando venne a sapere dell’amante che quell’esimio professore aveva e che non nascondeva, giustamente.

    Ma tutto questo esula dall’intervista che la nostra Rina ha fatto al professor Massimo Pittau, nella quale intervista, ovviamente, i due sopracitati, sono nominati.

    E a proposito di nuraghi e loro destinazione mi è piaciuta la “strigliata” che il professore ha dato a tutti coloro che ancora sono convinti che il nuraghe fosse una fortezza militare o similia.

    Sono d’accordo in tutto ma non nella destinazione d’uso, come si direbbe oggi. I nuraghi erano la componente maggiore del villaggio e quello più importante, per dimensioni, rispetto a tutti gli altri, era del Capo, di colui che era ascoltato come tale e presso la cui mura avvenivano le riunioni a tutti i livelli, comprese quelle religiose ma anche tutte quelle altre iniziative da prendere in caso di guerre con altri , vicini o lontani.
    Pur tuttavia rispetto gli studi del professor Pittau, che stimo e apprezzo in toto, e i suoi convincimenti che possono essere diversi da quelli che la pensano come me e non sono pochi.
    Grazie Professor Pittau.

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  7. Gavino posto qui la risposta del prof Pittau alla tua:
    “Ed invece io ritengo di essere in sostanziale accordo col signor Gavino circa la “destinazione d’uso dei nuraghi”, con esclusione di un solo particolare. Ecco la definizione che io do del nuraghe nel mio «Nuovo Vocabolario della Lingua Sarda – fraseologico ed etimologico», che è sotto stampa: nuraghe «edificio cerimoniale, di carattere e valore religioso e civico» (entro il quale si svolgevano, in un clima di piena religiosità, tutte le funzioni sociali della tribù; in pratica il nuraghe era la “chiesa parrocchiale” e insieme la “casa comunale” della tribù). A questo proposito si deve ricordare che prima dell’Illuminismo, il quale distinse e separò radicalmente il “sacro” dal “profano”, gli uomini in tutti i tempi e in tutti i luoghi sentivano il dovere di dare alle loro principali azioni sociali anche una valenza sacrale, cioè la nascita dei bambini, il loro passaggio della pubertà, i matrimoni, le malattie, le pesti, la morte, i patti di alleanza, le decisioni di guerra, ecc.

    L’unica tesi del signor Gavino che non condivido è quella della appartenenza del nuraghe al “Capo-tribù”; ciò non avveniva, esattamente come nel presente la chiesa del villaggio non appartiene al Parroco e la casa comunale non appartiene al Sindaco. D’altra parte dentro i nuraghi non si può vivere in maniera continuativa, sia perché vi dominano il buio, l’umidità e il freddo sia perché non esiste alcun sistema di tiraggio del fumo di un fuoco acceso a lungo. Gli stessi pastori odierni adoperano i nuraghi non crollati come ricovero momentaneo degli animali, ma essi non vi abitano mai e in nessuno.”

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  8. Grazie comunque per la risposta riportata che conferma in parte anche la mia tesi.
    Si, quel Capo tribu, come descritto da me, in pratica non era il padrone del nuraghe ma ne rappresentava la centralità per tutte quelle azioni che al suo interno si svolgevano, profane e sacre, fino a quell’epoca citata dal Professor Pittau.
    Grazie a Rina e al Professore

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  9. Nell’intervista all'”eccellenza” o “vossignoria” della nostra cosa sarda, si parla del fatto che il Pittau conobbe il Wagner a Firenze nel 1965; ma a tale data mi risulta che il Wagner fosse deceduto da circa tre anni. Ipotizziamo: evocazioni spiritiche in quel di Firenze?

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    • Niente spiriti. Questo elemento è stato fatto presente al professore, il quale ha ribadito che il convegno si è tenuto tra il 64 e il 65 e che il Wagner sia morto cinque o sei anni dopo. Questo è in contrasto con il dato di Wikipedia, ma francamente la voce di Wikipedia mi sembra curata da mano italiana mentre il Wagner è morto in America. Difficile dire per il momento dove sia l’errore. Grazie, comunque.

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  10. Grazie Alberto. Sarebbe logico quindi che il congresso sia stato intorno al 1960. Del resto il professore stesso aveva detto 1965 circa che significa che la data certa non è. Saluti.

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  11. Aggiungo il link: http://www.sardegnacultura.it/documenti/7_4_20060330171122.pdf, dove appare incontrovertibile che il Wagner trapassò il 14 luglio del 1962 nella città di Washington, e che coccodrilli e necrologi letterari sono di quell’anno, o di quello successivo

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  12. Grazie mille, almeno abbiamo chiarito. Saluti.

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