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La “Netiquette” di internet dal punto di vista giuridico

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

un saggio di Manlio Tummolo. Il termine “netiquette” è un neologismo composto da “net” (rete) che sta per INTERNET, ed il francesismo “etiquette” (etichetta), ovvero consuetudine (uso, non obbligo) di eleganza, finezza, formalità. Già il termine è uno di quegli orrori linguistici nato con questo sistema di trasmissione, le cui origini è bene chiarire per capire poi certe pretese imposte ai suoi utenti. Questo sistema di comunicazione, che significa “rete internazionale”, nasce in ambito militare e ne conserva tuttora l’atmosfera vagamente criptica e misteriosa, atta ad essere compresa solo da una cerchia relativamente ristretta di persone. Nulla di male in questo se, esportandola come mezzo di comunicazione internazionale aperto a tutti, non ne risultasse di per sé un’evidente contraddizione. Le regole di un club anglosassone funzionano bene quando appunto sono funzionali ad un certo ambiente e ad una certa mentalità ristretti, che è una comune base per i pochi e scelti soci; diventano ridicole quando si pretende, viceversa, di imporle a tutti, una volta trasformato il club ristretto in una piazza universale. Qualunque norma, per avere carattere universale, deve essere concordata, direttamente o indirettamente, con delega o di persona, dai membri che poi devono eseguirla.

Una norma, e tanto meno in un regime che si proclama democratico, non può essere imposta arbitrariamente ed unilateralmente da persone a cui nessuno ha affidato né il potere, né la competenza, e che quindi agisce con arbitrio totale. Quando si afferma che una certa Università negli United States of America ha deciso di sua iniziativa determinate regole, e che poi queste regole sono state accettate da una o altra società per azioni che funziona da motore di ricerca, significa dire che una docente qualsivoglia di tale Università ha poteri legislativi relativamente ad un campo sterminato, sia per numero di utenti, sia per quantità e qualità di argomenti. Una pretesa veramente eccessiva, ma tipica di una mentalità che, aprendo a tutti un sistema chiuso, pretende tuttavia che resti chiuso nelle sue regole, e che obbedisca con criteri gerarchici, senza che mai sia individuabile il responsabile (individuo o gruppo) di queste decisioni. Dal punto di vista politico e giuridico una bestialità, che però gli United States of America stanno imponendo al mondo. Pensiamo, ad esempio, a WIKIPEDIA, nella quale scrive un numero enorme di collaboratori “volontari”, scelti non si sa bene con quale criterio, e che scrivono o comunicano in forma del tutto anonima. Ciò non avveniva nemmeno negli Imperi antichi d’Oriente, dove pur si sapeva chi fosse il Faraone, chi i suoi consiglieri, i sommi sacerdoti e gli amministratori.
Qui siamo viceversa di fronte a ignoti per definizione, che tuttavia pretendono di spiegare i segreti del mondo. Il che è vergognoso, perché ogni competenza, sul piano giuridico anche assolutamente titrannico, deve essere individuabile, e quindi responsabile di ciò che si fa e di ciò che non si fa. Una società aperta a tutti, o che regge un vasto pubblco di ogni origine sociale, ovviamente non può essere abusivamente trattata come un gregge di pecore, retto da un Pastore misterioso. Può forse funzionare in parte in un servizio segreto, ma sicuramente non in un’organizzazione gerarchica militare. Attraverso tale premessa, si capisce come le regole imposte da misteriosi soggetti, che non si riferiscano a leggi e norme statali ed internazionali precise (ad esempio: il divieto di diffamazione, di ingiuria, di falsificazione dei fatti, di offese a credi religiosi, da non confondere però con critiche motivate sul piano teoretico), non abbiano alcun valore giuridco, né formale né sostanziale. Quando si arriva a dire che bisogna scrivere con certi caratteri invece che con altri, addirittura rivoluzionando la grammatica di una certa lingua, si arriva a determinare pretese assurde, che possono funzionare nel club ristretto, non certo nella pubblica piazza. In un club ristretto, per statuto, posso pure impedire l’ingresso alle donne (tipico della mentalità anglosassone); posso pure obbligare i soci a vestirsi in smoking o in frac per entrare; posso pure obbligarli a fumare solo la pipa o a non fumare sigari cubani.
Ma se poi apro a tutti questo circolo, e dico che è democratico ed aperto ad ogni opinione, non posso certo vietare l’ingresso alle donne, non posso obbligare qualcuno a venire con lo smoking o ad applicare ogni regola strana, immotivata e stramba che mi passa per la zucca. Aprire democraticamente un certo ambiente, vuol dire anche accettare tutte quelle diversità che, ovviamente, non costituiscano un pubblico pericolo (ad es.: accettare un bombarolo notorio, accettare un serial killer ben individuato, accettare un conosciutissimo molestatore di fanciulle e bambini). Dunque, si può obbligare qualcuno a scrivere con una certa simbologia invece che con un’altra? Posso rimproverare Tizio perché usa le maiuscole oppure non le usa? Posso obbligare qualcuno ad usare quei geroglifici infantili, che si chiamano “faccine”? Assolutamente no. Con che potere, con quale competenza giuridica e territoriale potrei imporlo? Sono un legislatore? Sono un capo di governo? La mia società è forse un ente che ha il monopolio della forza, e dunque posso imporre con questa quello che voglio? No. Che valore giuridico ha dunque la “netiquette” per la parte in cui non sia fondata su leggi statali ed internazionali ? Assolutamente nessuno.
Ma, si obietterà, se tu entri in casa mia devi rispettare le regole che vigono nella mia casa. Vero, benissimo, sicuro. Ma quella che tu apri non è la tua casa personale, in cui tu mi offri ospitalità, bensì un ambiente virtuale in cui mi fai entrare facendomi pagare quote d’abbonamento piuttosto elevate: es. 24 euro al mese sono 288 euro all’anno, il che non è poco. Poi, se moltiplichiamo tale tariffa annua per il numero di utenti (suppongo nel pianeta centinaia di milioni, ma per facilità di calcolo diciamo che siano 100 milioni), vediamo che 288 X 100 dà 28.800 a cui vanno aggiunti gli zeri dei milioni di euro, il che rappresenta sicuramente una bella sommetta per i gestori di questo enorme baraccone: 28.800.000.000 di euro all’anno. Ora, pretendere da questa massa enorme di utenti paganti di eseguire pedissequamente i miei ordini è un tantino eccessivo, soprattutto dove questi non siano giustificati .
Le maiuscole urlano? Non le ho mai sentite urlare, sinceramente, ma forse io soffro di sordità assoluta. So tuttavia che quelle che oggi sono chiamate “maiuscole” in realtà sono i caratteri lapidari anticamente usati, perché più facili da scalpellare nella pietra o da incidere nella cera. Almeno per quanto riguarda l’alfabeto latino, ma penso che il medesimo valga pure per l’alfabeto greco. Le minuscole sono in realtà relativamente recenti, perché inventate al tempo di Carlo Magno (VIII – IX secolo), per cui nei Codici scritti vennero chiamate “scrittura minuscola carolina”. Ciò facilitava la scrittura su pergamena e rendeva possibile l’invenzione di una scrittura veloce, quale il corsivo. Suppongo, ma non ne sono certo, che viceversa l’alfabeto ebraico avesse già caratteri “minuscoli”, così almeno potrebbe risultare o apparire su papiri, la cui struttura è simile a quella della carta e con certe caratteristiche.
Ora vietare o sconsigliare l’uso di maiuscole in testi virtuali, che tuttavia sono stampabili (per cui occorre anche una certa correttezza formale grafica, nel rispetto di ciascuna grammatica linguistica), mi pare assurdo, giuridicamente infondato, segno soltanto di mentalità oppressiva ed ultratirannica (ricorda certe norme della stampa fascista, quando nelle veline si obbligava l’uso dei caratteri maiuscoli di scatola, ovvero a tutta pagina, per dire che il Duce aveva conquistato l’Etiopia, fondato l’Impero e vinti gli Anglo-Americani sul bagnasciuga). Se, per ipotesi, la lingua inglese fa poco uso delle maiuscole, questo è affar loro, ossia degli anglosassoni, e non nostro quando scriviamo in italiano fra italiani. Sarebbe ridicolo, come imporre ai Cinesi o ai Giapponesi o ai Russi o ai Greci di usare su INTERNET l’alfabeto latino. Tra loro, gli anglosassoni, per quanto mi riguarda possono pure scrivere minuscolo anche il nome della loro amata regina, oppure del presidente degli USA, ma noi che c’entriamo? Scriviamo e scriveremo sempre come è d’uso in Italia e secondo i nostri individuali sentimenti, piaccia o non piaccia agli appassionati ammiratori della cultura anglosassone.
Grazie all’autore e a Massimo Prati di Volando Controvento.
Featured image, Pontormo, Ritratto di monsignor Della Casa
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