LA BARBA DI DIOGENE, Dublin (EIRE) – 17 Years Online. Leggi l'ultimo pezzo pubblicato...

La difesa della donna nell’antichità

un-saggio di Manlio Tummolo. Nell’ottica dei nostri tempi, siamo convinti che soltanto nel secolo XX, o poco prima [1], si siano stabiliti i primi diritti della donna e che in questo campo vi sia ancora molto da fare. Un’ottica certamente corretta, ma che dovrebbe anche essere in parte ridimensionata. Gli esempi che sotto farò, due nella cultura ebraica ed uno nella cultura greca, dimostrano che una certa coscienza dei diritti della donna esisteva fin dall’antichità, e che la loro frequente violazione non era sempre propriamente un fatto culturale universalmente accettato, ma un puro abuso della forza fisica sul Diritto e sulla legge. In sostanza, già nell’antichità si poteva avere coscienza di un rapporto paritario tra uomo e donna, ma questa coscienza veniva azzerata sotto l’aspetto pratico.

Susanna e i due vecchi satiri
Questa storia, un po’ boccaccesca e che dimostra come certa mentalità sia molto antica e per nulla ancora superata, si ritrova nella Bibbia, esattamente nell’Antico Testamento, nel Libro del profeta Daniele [2]. Il Libro di Daniele viene ambientato a cavallo tra gli Imperi neo-babilonese e quello Persiano, tra il VII ed il VI secolo avanti Cristo. La parte che qui interessa viene considerata apocrifa, ovvero non originale e non rivelata da Dio, ma aggiunta nella versione greca. Questo è interessante perché si collega al terzo esempio, tutto greco che farò, ovvero quello di Elena. La storia della casta Susanna e dei tre vecchi satiri voyeurs viene narrata al capitolo 13, versetti 1- 64.
Chi era Susanna? Una giovane donna, molto bella, moglie di Ioakim, e già madre. I due vivevano a Babilonia durante l’esilio. La disgrazia di questa splendida signora era di avere come vicini e confinanti due vecchi, già eletti giudici dal popolo e quindi in possesso di una certa autorità, ma piuttosto guardoni, i quali dalle loro case potevano vedere che, col caldo, la bella Susanna faceva il bagno, ovviamente nuda, nel suo giardino, aiutata da due ancelle. Guarda oggi, guarda domani, i due cominciarono a sentire il risveglio dei loro ormoni ed umori già ossidati ed alquanto arrugginiti, e cominciarono a meditare come tradurre tanta grazia dalla pura contemplazione estetica all’azione sensuale e corporea. Un giorno finsero in riunione di doversi allontanare, ma poi si ritrovarono vicini nell’atto di una più concreta progettazione. Trovandosi insieme, e convinti che l’unione faccesse la forza, e soprattutto che avrebbero potuto consolidare il loro potere attraverso la reciproca autorevolezza di giudici, passarono all’azione. I due dunque, decisero di nascondersi nel giardino di Susanna, approfittando della temporanea assenza delle ancelle, e così colsero la giovane donna nuda ed in una situazione assai imbarazzante. I due vecchi, con fare mellifluo e ricattatorio (tipico degli Inquisitori di sempre) la esortarono a cedere alle loro voglie, minacciandola in caso contrario di denunciarla per averla colta in flagrante adulterio con un giovane fuggito in loro presenza. L’accusa, per una giovane Ebrea, era estremamente grave. Dice infatti il Comandamento, che vale per tutti, uomini e donne “Non commettere adulterio” e il Deuteronomio specifica (cap. 22, v. 32): “Quando un uomo verrà colto in fallo con una donna maritata, tutti e due dovranno morire: l’uomo che ha peccato e la donna. Così toglierai il male da Israele”.[3]
Più avanti si sostiene che, in caso di rapporto sessuale prematrimoniale, se consenziente, tanto l’uomo che la giovane, se fidanzata, devono essere lapidati; ma se la fanciulla è stata violentata e ha cercato di difendersi gridando vanamente in cerca di aiuto, doveva morire solo il violentatore. Relativamente alla testimonianza probatoria (Cap. 17, v. 6) era ordinato: “Colui che dovrà morire sarà messo a morte sulla deposizione di due o tre testimoni [sottinteso oculari]; non potrà essere messo a morte sulla deposizione di un solo testimonio”. Flavio Giuseppe, nelle sue “Antichità Giudaiche” dice addirittura che i testimoni dovevano essere tre o almeno due [4], e concordanti sullo stesso fatto e circostanze. Il che dovrebbe valere anche oggi, e nondimeno vediamo che ancora non si è capito quanto sia importante la presenza di più testimoni oculari, per poter avere valore probatorio in un qualche reato e, a maggior ragione, delitto di sangue. La procedura contro Susanna ha dunque carattere accusatorio, non inquisitorio, come si vedrà tra poco: non vi è alcun magistrato destinato alle indagini. Secondo Giuseppe Flavio, invece, nel caso di morte violenta con autore ignoto, si creavano degli inquirenti con funzione di indagine. Se tuttavia, nel caso che nessuno risultasse responsabile, si sacrificava una povera mucca innocentissima ad espiazione del delitto umano (una pratica che non è del tutto abbandonata, ma applicata a persone). Far pagare agli animali i vizi degli uomini era, nella mentalità antica una corretta punizione per l’intera società, in quanto – non va dimenticato – bovini, ovini e cavalli, erano fonti di vita e strumenti di lavoro, anche se forse gli animali non se ne sarebbero certo sentiti confortati.
La giovane, infatti, benché terrorizzata dalla prospettiva di dover sostenere un infamante accusa, rigetta il ricatto dei due sordidi vecchiacci e affronta il processo sostenuta moralmente dalla famiglia e dai suoi servitori, che ne conoscevano l’onestà.
“Il giorno dopo, tutto il popolo si adunò nella casa di Ioakim, suo marito, e andarono là anche i due anziani piene di perverse intenzioni per condannare a morte Susanna… mandarono a chiamarla, ed essa venne con i genitori, i figli e tutti i suoi parenti. Susanna era assai delicata d’aspetto e molto bella di forma; aveva il velo e quei perversi ordinarono che le fosse tolto per godere almeno così della sua bellezza. Tutti i suoi familiari ed amici piangevano…” (Cap. 13, vv. 28 – 33).
I due vecchi sudicioni (non certo per il loro naturale desiderio verso una bella donna, ma per l’intenzione di prenderla col ricatto, per poi vendicarsene al rifiuto) formulano dunque pubblicamente l’accusa, sostenendo che, mentre essi passeggiavano nel giardino, Susanna aveva allontanato le ancelle e aveva fatto arrivare clandestinamente un giovane, il quale era poi riuscito a fuggire quando i due avrebbero gridato al peccato. Essi dunque si presentano come gli accusatori ed insieme i testimoni del fatto; il che per il Diritto moderno sarebbe una scorrettezza, ma nel rito accusatorio originale ciò era ammissibile: si accusava e si testimoniava sulla verità del fatto, senza altre prove. Susanna non potè difendersi altro che con una sorta di giuramento pubblico davanti a Dio e al popolo:
“Dio eterno, che conosci i segreti, che conosci le cose prima che accadano, tu lo sai che hanno deposto il falso contro di me. Io muoio innocente di quanto essi iniquamente hanno tramato contro di me. E il Signore ascoltò la sua voce”.
Ormai Susanna era condannata, perché vi erano due persone contro una, la quale non aveva testimoni a discarico, essendo lei sola in quel momento. Daniele che allora era ancora giovanetto, ispirato da Dio, gridò di essere innocente del sangue della donna e rimproverò la gente lì attorno per una condanna affrettata, senza aver eseguito un’accurata indagine, secondo i dettami del tempo. Allora, i presenti invitarono Daniele a dimostrare che quei due sostenevano il falso; e il giovanetto profeta, sempre su ispirazione di Do, li interrogò separatamente, con un procedimento che diremmo molto moderno, al fine di cogliere le contraddizioni fra i due. Vi è dunque, nel procedimento accusatorio, il fondamento dialettico di confronto tra fatti, circostanze e dettagli che, nel primo momento, erano stati trascurati solo sulla base di una parvenza di accordo tra i due testimoni. Preso il primo e accusatolo di una carriera poco corretta in tutta la sua vita giudiziaria [5], gli chiede davanti al popolo: “Sotto quale pianta del gardino Susanna peccava col suo amante?”. Il primo vecchio risponde “Un lentisco”. Chiamato poi il secondo ed interpellatolo in modo non meno rude e, diremmo, intimidatorio, ripete la domanda, alla quale il secondo risponde: “Sotto un leccio”. Ecco: il processo si risolve con l’assoluzione di Susanna e la condanna dei due biechi giudici, perché il “locus commissi delicti” non era lo stesso per i due calunniatori. Delle due l’una, direbbero i nostri avvocati: o Susanna ha peccato sotto il lentisco, oppure ha peccato sotto il leccio; non può nello stesso momento aver peccato con lo stesso giovane sotto due piante diverse. In tal modo, con razionalità e determinazione, il giovane profeta salva Susanna (altro che i moderni avvocati!!) dall’infamante condanna a morte e viceversa fa pagare ai due sozzoni la pena capitale prevista per i calunniatori di adulterio, ovvero la lapidazione.
La storia di Susanna dimostra come non si debba mai giudicare sulla base di testimonianze superficiali, che potrebbero essere calunniatorie, ma che la concordanza degli elementi tra le due o più versioni deve essere messa a confronto anche su apparenti dettagli. Teoricamente, la casta Susanna avrebbe potuto passare dal lentisco al leccio e viceversa, ma è proprio la caparbietà e decisione nell’accusa (avrebbero potuto sostenere di non ricordare o di non saper distinguere le piante, o di non averle osservate, distratti anche dalle nudità attraenti e procaci della donna, per salvarsi), ma è tipico dei calunniatori dire che quella è la Verità, quella la Giustizia, dànno un valore assoluto alle loro asserzioni e così cadono in reciproca contraddizione. Di qui lo scoprimento logicamente serrato della verità effettiva. Avessimo oggi giudici così acuti ed intelligenti !
Salomone e le due madri

Nella storia di Israele, il Regno di Salomone rappresenta il momento culminante della fase espansiva di questo Stato che, tutto sommato, rimase del tutto marginale tra le grandi Potenze d’Egitto, della Mesopotamia (Assiria e Babilonia), dell’Anatolia (Ittiti) e del vicino, piccolo ma ricco di colonie, Stato confederale della Fenicia. Tuttavia, sebbene limitato ad una zona periferica per questi Imperi, ma al tempo stesso topograficamente importante come zona di passaggio per le armate dei vari invasori e contro-invasori tra Asia occidentale e Nord-Africa, il Regno di Israele, con Saul, Davide e suo figlio Salomone, aveva acquisito un’importanza considerevole, approfittando anche di una fase di pausa nell’espansionismo dei grandi Imperi confinanti. Questo periodo si situa nel secolo X avanti Cristo. Per capirci: la guerra di Troia, che aveva segnato la fine dei grandi Imperi precedenti (soprattutto l’Ittita e quello miceneo) in guerra tra loro, a seguito delle invasioni dei “popoli del mare” (così chiamati dagli Egizi, che furono anche gli unici in grado di respingerli), si era avuta circa due secoli prima. Siamo in un periodo abbastanza oscuro che, per la storia greca, si chiama anche “medioevo ellenico”, ovvero una fase di transizione. Gli Ebrei, trasformati da popolo nomade in popolo stanziale, erano riusciti, soprattutto con Davide e lo stesso Salomone, a sottomettere un vasto territorio, grosso modo corrispondente all’Isarele attuale, alla Giordania e parte della Siria attuali, nonché una sorta di protettorato sulla Fenicia (l’attuale Libano).

Come Stato allora unitario, il Regno di Isarele si divise abbastanza presto, appunto dopo la morte di Salomone, in Israele vero e proprio e in Regno di Giuda. Oltre questi, sussisteva la Samaria, una sorta di regione retta da una religione considerata eretica (quella ben nota nell’Evangelo, dei Samaritani), la Filistea (da cui presumibilmente derivò il termine Palestina), più altre regioni quali Moab, Idumea ed altri. La forza dell’Israele di Salomone, oltre che in una discreta potenza militare (certo non paragonabile mai ai vicini grandi Imperi), era fondata sul commercio. Ma il nucleo di tutto era la “saggezza”, l’abilità diplomatica propria di Salomone che, a differenza di suo padre Davide o del predecessore Saul, non risulta un grande guerriero, ma piuttosto un grande politico capace di approfittare delle situazioni favorevoli, un grande amministratore e costruttore. Oltre che per la saggezza, che fu il dono che richiese a Dio, Salomone era pure noto per il suo amore verso le donne, in questo non differente dal padre [6], ed ebbe un vero e proprio harem. Da ricordare ancora che egli, al culmine del prestigio e della potenza, fece costruire quel celebre Tempio, poi distrutto e ricostruito più volte, di cui esistono ancora le rovine e un muro detto “del pianto”, tutta la zona che, in Gerusalemme, contrappone oggi ancora Palestinesi musulmani ed Ebrei, fonte di contrasti e di lotte. Tutto ciò si trova principalmente descritto nel Primo Libro dei Re, I, capp. 1 – 11), ed anche in “Antichità Giudaiche” di Flavio Giuseppe.
Ed ora vengo all’episodio che ci interessa per capire come Salomone, senza saper nulla di DNA e complicazioni genetiche di questo tipo, risolse un caso di morte accidentale di un neonato con il saggio uso della psicologia naturale e razionale. Ci troviamo al Capitolo 3°, vv. 16 – 38. Due prostitute, ambedue madri da poco, convivevano insieme. Una d’esse, girandosi nel letto nel sonno, aveva soffocato il figlio del tutto involontariamente. Avrebbe dovuto limitarsi al proprio dolore e invece meditò di impadronirsi del piccolo dell’altra donna e di mettere il corpicino del suo nel letto di lei, in modo che svegliandosi, questa credesse di averlo involontariamente ucciso. Benché i due piccoli non dovessero avere segni particolari, la madre del bambino vivo, si accorse che non era suo figlio e scoprì facilmente l’inganno orribile. Nondimeno, il problema era di dimostrare l’inganno in un pubblico processo. Andarono dunque ambedue in giudizio davanti a Salomone, una sorta di processo in ultima istanza. Salomone era già allora noto per la sua equità. Egli non aveva certo alcun mezzo per scoprire la verità, se non utilizzare la propria saggezza, razionalità ed esperienza di vita, per decidere. Doveva un po’ seguire l’esempio del profeta Daniele, anche se in realtà non sappiamo se tale precedente episodio fosse già conosciuto da Salomone, in quanto, secondo una certa tradizione, è una narrazione apocrifa e posteriore, inserita da estensori greci della Bibbia. Comunque sia, le donne si presentarono davanti al re:
“Ascoltami, signore! Io e questa donna abitiamo nella stessa casa; io ho partorito mentre essa era sola in casa. Tre giorni dopo il mio parto, anche questa donna ha partorito; noi stiamo insieme e non c’è nessun estraneo in casa fuori di noi due [principio del terzo escluso: è impossibile che il neonato sia stato ucciso o soffocato da una terza persona. Dunque, o l’una o l’atra è colpevole, seppure involontaria, del soffocamento del piccolo]. Il figlio di questa donna è morto durante la notte, perché essa gli si era coricata sopra. Essa si è alzata nel cuore della notte, ha preso il mio figlio dal suo fianco – la tua schiava [ovvero, la stessa donna che parla] dormiva – e se lo è messo in seno e sul mio seno ha messo il figlio morto [siamo dunque al caso di un infanticidio colposo e allo scambio di persona, due reati e non uno soltanto, di cui il secondo evidentemente doloso]. Al mattino mi sono alzata per allattare mio figlio, ma ecco, era morto. L’ho osservato bene; ecco, non era il figlio che avevo partorito io…”.
Il processo, dunque, si svolge, anche qui, con rito accusatorio: non interviene alcun magistrato a sostenere l’accusa. Si ascoltano le due donne. Soprattutto il re, in qualità di giudice terzo ed imparziale, le ascolta e le osserva attentamente. Non sono donne pubblicamente considerate oneste, sono due prostitute, e quindi una non è più credibile dell’altra, anzi per la mentalità comune erano due donne spregevoli. Se Salomone fosse stato guidato dai pregiudizi, le avrebbe condannate ambedue. Invece egli ha infusa la saggezza, dono di Dio, non si lascia traviare, come è pur di moda anche oggi, da pre-giudizi e da pre-condanne. Osserva ed ascolta. L’altra donna ovviamente nega tutto e sostiene che il figlio sopravvissuto è suo, e l’altro quella dell’amica con cui conviveva. Il re non ha in mano alcun elemento per giudicare in modo obiettivo, ma sa una cosa: le madri amano i figli a tal punto da sacrificare se stesse per loro e per il loro benessere, almeno una madre vera ed integrale, non solo biologicamente, ma moralmente. Egli quindi assume una prima decisione per mettere alla prova le due donne, vuol capire quale delle due sia sincera, quale la madre falsa e che, in ogni caso, non sarebbe una buona madre per il piccolo sopravvissuto. Ordina quindi di portare una spada.
“ ‘Prendetemi una spada!’ Portarono una spada alla presenza del re. Quindi il re aggiunse: ‘Tagliate in due il figlio vivo e datene una metà all’una e una metà all’altra…”.
L’apparente ragionamento di Salomone è fondato su un principio di eguaglianza: un bambino è morto, non si sa di chi sia quello sopravvissuto, non resta che ucciderlo, dividerlo a metà e dare ciascuna metà alle due donne. E’ il cosiddetto “giudizio salomonico”, che sembra paritario ed imparziale tra le due contendenti ma così non è. Quello di Salomone è uno statagemma, analogo a quello usato da Daniele, per intuire chi delle due dice la verità. Infatti, qui la madre falsa e bugiarda si scopre e dice di approvare questa decisione. Ua vera madre non riponderebbe mai così. La madre vera grida di lasciare il figlio all’altra, purché questo viva. Rimarrà sola, ma le resterà il conforto di avergli potuto salvare la vita. L’altra viceversa grugnisce come una belva, quasi contenta della decisione. Pensa: “Io ho perso il figlio, lo perderà anche lei”. E’ una donna evidentemente malvagia, perfida, senza sentimenti, salvo l’invidia. La morte del suo piccolo non è certo intenzionale, ma sommando i fatti dimostra che, non dando spazio e respiro al suo piccolo, è sempre stata un’egoista, tutta concentrata sul suo comodo. Ora, il vero giudizio di Salomone è fermo ed inevitabile:
“Il re disse. ‘Date alla prima il bambino vivo; non uccidetelo. Quella è sua madre’ ”. Il testo biblico non dice che ne fece dell’altra, ma è presumibile che venisse punita per la menzogna, per la calunnia e per l’infanticidio seppure colposo. Mi chiedo: abbiamo oggi giudici di tale saggezza da riuscire a scoprire la verità con un semplice stratagemma [7]? Dai fatti quotidiani non sembrerebbe.
Gorgia e l’ “Encomio di Elena”

Anche qui c’è necessità di una premessa, distinta in due parti: quella più generale che spieghi quella grande corrente della filosofia greca, comunemente chiamata “sofistica” e il carattere del greco siceliota (di Leontini) Gorgia, considerato il fondatore della Scuola insieme a Protagora. La manualistica liceale, sulla base della tradizione platonica [8], presenta la Scuola sofistica (che, molto più correttamente, va qualificata come Illuminismo o Umanesimo greco) in modo negativo, come se si trattattasse di una banda di chiacchieroni ed imbonitori che pretendevano di fare da maestri. Certo, nella Scuola entrarono anche, sotto il nome distintivo di “Eristi”, quella gente che amava molto i giochi di parole e i paralogismi (detti appunto anche sofismi), al puro scopo di truffare il prossimo ricavandone del denaro, o insegnando come aver parvenza di cultura, senza troppo sacrificarsi. Ma non sono certo né i fondatori e neppure gli esempi fondamentali della Scuola. Essi si qualificarono, o vennero qualificati “sofisti”, come noi potremmo dire insegnanti di filosofia, di oratoria politica e forense. Il termine “sofista”, poi con significato negativo, in origine vuol dire semplicemente “sapiente”, “colto” “docente”, “esperto di”… null’altro.

Già con Pitagora, poi seguito da Platone, si fece una prima distinzione tra il filosofo (Colui che ama e cerca la sapienza, la verità) ed il sofista (ovvero colui che pretende di essere già sapiente). E’ una distinzione che viene ereditata da Socrate, e quindi da tutta la filosofia successiva. E’ filosofo non colui che pretende di conoscere la Verità, ma colui che la cerca, la studia e, tutt’al più, insegna i metodi di questa ricerca, sia nell’ambito della natura, sia nell’ambito dello studio dell’uomo, fisico e morale. In questo senso, i migliori dei cosiddetti “sofisti”, contemporanei del resto di Socrate (vivono nello stesso ambiente e nello stesso periodo storico, V secolo a. C.) non solo sono “filosofi”, ma anche sono fondatori della filosofia in quanto tale, ovvero scienza razionale critica, scienza che non presenta verità assolute, non ha pretesa di essere sapienza rivelata da un qualche Dio, ma metodo rigoroso di ragionamento, fondato su una ragione che è pure discorso (logos), che sfida le pretese sapienze altrui, anche dei precedenti pensatori e ricercatori (soprattutto i filosofi “fisici” da Talete a Parmenide, Melisso e Zenone di Cizico), mettendone in evidenza le contraddizioni.
Come vedremo nel prossimo saggio sui processi a Protagora e a Socrate, Protagora sfidò le varie classi sacerdotali negando che di Dio si potesse conoscere l’esistenza e la natura. Egli è anche il primo pensatore laico ed agnostico. Gorgia va oltre e si diverte ad attaccare la filosofia ontologica (dell’Essere in sé) di Eraclito, di Parmenide e delle due versioni opposte di questo pensiero in Melisso (che concepisce un Essere infinito nello Spazio) e in Zenone (che, come Parmenide, lo concepisce finito ed immobile nello Spazio). Il socratico Antistene, precursore dei Cinici, per far notare che, malgrado i ragionamenti di Zenone (celebre quello di Achille e della tartaruga [9]), gli risponde, mettendosi a camminare onde far constatare la realtà del movimento. Questi sofisti sono considerati pure i fondatori della retorica, ovvero dell’arte del discorso. Sempre sulla scia della critica, piuttosto maldicente e talvolta diffamatoria di Platone, la retorica va distinta dalla dialettica: la prima mira all’estetica, al piacere del discorso; la seconda, viceversa, alla sostanza e alla realtà profonda dei concetti. E’ una distinzione un po’ partigiana, come sempre avviene nella storia del pensiero umano. In realtà, la retorica, definita da Aristotele come “arte della persuasione” e così confermata anche da pensatori attuali [10] (a differenza di quel che ritenne Michelstaedter, che contrappose erroneamente i due concetti nella sua bozza di tesi di laurea: la persuasione non dipende tanto dal mezzo con il quale si acquisisce – bellezza estetica del discorso o rigore logico formale o esperienza scientifica -, quanto da un’accettazione interiore, per cui l’argomento altrui, rielaborato interiormente, viene fatto proprio), è insieme l’arte del bel discorso, ma attenta e finalizzata ad ornare un discorso di verità, come tra poco vedremo proprio nel prologo all’”Encomio di Elena”.
La retorica, come dirà poi anche Quintiliano, non semplicemente estetica, non deve fare della semplice poesia, non deve incantare e intontire chi ascolta. La retorica ha la funzione, come diceva lo stesso Gorgia, di rendere forte un argomento debole e di indebolire un discorso apparentemente forte. Necessita di una tecnica, di una grammatica e sintassi del discorso razionale, deve mettere in luce aspetti positivi e negativi senza mai dare nulla per scontato, per certo e per assodato. La vera retorica, quindi, non è semplice estetica, ma un’arte multidisciplinare in cui logica, tecnica ed estetica, si fondono al fine di riuscire convincenti agli ascoltatori. Più che di un “persuadere” nel senso di trasmettere determinate convinzioni convertendo, si tratta di rendere interessante il proprio discorso, attraente sul piano estetico, ma al tempo stesso positivamente e negativamente critico rispetto ad altre tesi contrapposte. In questo senso, la dialettica, di cui Platone fa l’elogio in contrapposizione alla retorica, in realtà ne è, a tutti gli effetti per il pensiero antico e per una corrente che lo riabilita oggi, il nucleo di base, il contenuto primigenio, come a dire il seme circondato dal frutto; l’ovario circondato dal fiore.
E veniamo dunque a Gorgia, greco di Sicilia che, a tutt’oggi, potrebbe farsene un vanto come di Empedocle: Gorgia è figura di un’attualità notevole e, per quanto mi consti, il primo femminista della storia in una società considerata (seppure a torto, ma il discorso sarebbe lungo) misogina e tendenzialmente omosessuale. A dire il vero anche su questo punto, la società greca antica fu certo larga di manica nei fatti, ma sarebbe del tutto sbagliato considerarla una società omosessuale. Lo stesso Platone spesso considerato quais il teorico dell’amore omosessuale, ne fu anzi severo critico e teorico semmai di un rapporto di forte amicizia e solidarietà all’interno dello stesso genere sessuale, ma non esaltatore di rapporti fisici. Di ciò si rinvia a nota apposita [11]. Gorgia fu oratore notevole: di lui, come di tutti i presocratici, rimangono frammenti più o meno ampi, ma di certo tutti godibilissimi per i cultori di letteratura e di filosofia. Alcuni storici vedono ad esempio, sempre sulla scìa di una certa tradizione platonica, Gorgia come un esaltatore del “non essere”. Al contrario, opponendo con finissima ironia (certo non inferiore a quella socratica) Parmenide, Zenone e Melisso, ne conclude logicamente che l’Essere non esiste e che tutto è: Non-Essere. Il suo è il classico teorema per assurdo che spesso si utilizza in geometria. Elegante nell’esaltazione dei caduti ateniesi a Siracusa, nel tentativo di conquistare la città, ridiventa umorista nell”Encomio di Elena”.
Questo discorso è, giustamente, considerato un modello retorico ed oratorio: ma di che? L’Elena di cui si parla è la leggendaria moglie di Menelao di Sparta, fuggita con Paride a Troia (da cui la guerra). Bisogna dire una cosa: a differenza del Diritto romano che si sviluppa con la ripetizione mnemonica di formula antiche, ricavate dalle XII Tavole o dei giudizi di re e di pretori, il Diritto greco, almeno nel suo svolgersi reale, ha carattere di improvvisazione e di originalità. Esistono sì modelli oratori o retorici, che però non ripetono vecchie formule stantìe (ereditate tra l’altra anche dalla moderna giudirspudenza), spesso irragionevoli ed irrazionali, ma sono regole di ragionamento, regole di obiezione, regole di dimostrazione positiva o negativa (confutazione). Ora si potrebbe chiedere che c’entra Elena con un procedimento giudiziario; la risposta è di una semplicità disarmante: immaginiamoci essere avvocati e di dover difendere non solo una donna adultera, ma una che sia fuggita con l’amante abbandonando i figli. Il che poi scatena addirittura una guerra (ma al nostro fine questo è secondario). Ebbene, quale modello storico/leggendario di donna più adatto di Elena? Gorgia si prefigge dunque di difendere una donna adultera e fuggiasca, e la difende, come si vedrà, con argomenti non solo “retorici”, come diremmo noi, ma, due almeno, di assoluta sostanza. E ciò che è modernissimo, splendido, affascinante in lui, è di un’attualità che ci lascia a bocca aperta.
Qualcosa del genere nell’XI secolo farà un altro colosso della filosofia critica, in pieno Medioevo, Pietro Abelardo di Bretagna, quando difenderà la donna e la dignità del suo corpo offeso e violentato [12]. Gorgia viveva in un ambiente non lontano da un’altra cultura italica, con la quale i Greci Italioti si erano scontrati militarmente, ma anche con cui intrattenevano rapporti commerciali e culturali tutt’altro che disprezzabili (anche qui il discorso sarebbe lunghissimo). La civiltà etrusca o dei Thyrsenoi, per dirla alla greca, quelli che avevano dato il nome al celebre Mar Tirreno, così chiamato perché gli stessi Greci, potentissimi sul mare, ne temevano la presenza e le capacità marinare. Ebbene, una delle caratteristiche di questo popolo era il rapporto paritario tra uomo e donna, e che a noi resta ben sottolineato dai sarcofagi, in cui le immagini dei due coniugi erano unite in atteggiamenti affettuosi come quando (massimo scandalo per i “misogini” greci: si sa che tra i Greci le donne vivevano separatamente e, salvo le etère, non partecipavano al pranzo o cena degli uomini) mangiavano allo stesso lettino, coperti da un medesimo lenzuolo. Ebbene, Gorgia è evidentemente influenzato da questo costume paritario e, sebbene non citi affatto gli Etruschi, in certo modo come quelli, esalta la dignità della donna, anche se adultera, anche se fuggiasca, anche se causa di guerra.
Resta da dire, di passaggio e con assoluta tristezza, di quanta miseria intellettuale sia questo secolo XX – inizi XXI, dove uomnii di quel calibro e di quel coraggio intellettuale e morale, non sussistono più, ma semmai semplici vuoti ripetitori di vecchie tesi, gente priva di forza, molluschi del pensiero, attaccati a piccoli particolari oltre ai quali non sanno uscire. Altro che nani sulle spalle dei giganti, come diceva l’antica Scuola medioevale di Chartres, bensì minuscoli parassiti, virus del pensiero e della fede antica. Alle signore e alle giovani ragazze, va detto che l’”Encomio di Elena” non è soltanto un modello giudiziario di difesa della donna, un documento femminista ante litteram, ma è anche un atto di omaggio alla donna in generale, di tutti i tempi e Nazioni, Donna che sia veramente Donna, ovvero Signora, Vita essa stessa e Fonte di Vita, un Essere magnetico che, col suo fascino, la sua grazia e la sua bellezza, anche quando è ormai matura o anziana, in qualunque situazione, quando ride, quando è seria, quando sorride, quando piange, quando è disperata, quando è gelida, esercita pure sull’uomo, come amica, come amante, come moglie, come madre e come figlia, come sorella o come estranea, su di noi, uomini, un’attrazione sempre formidabile, che costituisce la sua forza irresistibile. Vere Colonne dell’Amore”, concepito in ogni senso, di questo irresistibile potere, le donne non sono sempre consapevoli, anzi spesso non lo sono in modo quantitativamente o qualitativamente completo, perché se lo sapessero fino in fondo dominerebbero il mondo e nulla ad esse potremmo rifiutare, non con gli ordini imitanti forme maschili di tipo militaresco controproducenti e stucchevoli (Fa questo, non fare quest’altro), ma con gli sguardi, i sorrisi, i desideri espressi ed inespressi, gli atteggiamenti.
Ed ora a noi col testo. “E’ decoro allo stato una balda gioventù; al corpo bellezza; all’animo, sapienza; all’azione, virtù; alla parola, verità. Il contrario di questo, disdoro. E uomo e donna, e parola ed opera, e città e azione conviene onorar di lode, chi di lode sia degno; ma sull’indegno riversar onta; poiché è pari colpevolezza e stoltezza tanto biasimare le cose lodevoli, quanto lodare le riprovevoli. E’ invece dovere dell’uomo, sia dire rettamente ciò che si addice, sia confutare <il contrario>; e dunque è giusto confutare i detrattori di Elena… Pertanto io voglio, svolgendo il discorso secondo un certo metodo logico, lei così diffamata liberar dall’accusa, e dimostrati mentitori i suoi detrattori e svelata la verità, far cessare l’ignoranza…” [13]
Già nel Prologo, Gorgia dimostra fin dall’inizio di non esser affatto un ciarlatano, di non esser uno scettico, ma un critico, di voler analizzare fatti per ritrovare la verità secondo metodo logico. Il suo compito è quello di difendere Elena, in quanto modello di donna, non certo per esaltare semplicemente una figura leggendaria e poetica. Per far ciò esprime in sintesi il suo ideale perfettamente ellenico di bellezza e di verità, che vanno esaltate, mentre il loro opposto va confutato e deprecato. Questo dimostra come Gorgia sia tutt’altro che uno scettico o un negativista, anzi esprime un ideale classico di moralità, dove bellezza, verità e giustizia confluiscono in un unico sistema ontologico.
“Che per nascita e stirpe fosse prima tra i primi – uomini e donne – la donna di cui ora parliamo, non c’è chi lo ignori… sua madre fu Leda, e padre autentico un dio… Da tali generata, ebbe bellezza di dea e, avutala, non nascose d’averla. Ché in moltissimi moltissime brame d’amore suscitò, e con una sola persona molte persone attirò…; e tutti vennero, indotti da amore avido di vittoria e da invita avidità di onore…”.
Per Gorgia, quindi, Elena è donna molto bella e molto amata, conosce il suo potere psicologico sugli uomini e non teme di usarlo. E si arriva al nucleo dell’accusa: ella fu, e viene considerata, causa della guerra di Troia, e perciò causa della perdita di tanti eroi e combattenti illustri e non illustri di ambedue. Immaginiamoci Elena viva in una sorta di processo di Norimberga dell’antichità: ovviamente un’ipotesi fantasiosa. Ebbene, Gorgia, in questa causa, punta sulla tesi più fragile, meno condivisa, mira a renderla più forte ed inconfutabile. Una missione che, a mio parere, gli riuscirà perfettamente soprattutto in due punti fondamentali: la potenza dell’amore invincibile per ogni uomo e l’abuso maschile sul corpo della donna, in tempi nei quali la violenza sulla donna e il suo possesso, dopo una vittoria, era un premio per i vincitori [14] .
“… esporrò le cause per le quali era naturale la partenza di Elena verso Troia [espone così le varie possibili motivazioni che giustificavano in un senso o nell’altro la fuga di Elena e la successiva guerra]. Infatti, ella fece quel che fece o per cieca volontà del Caso [in cui i Greci credevano, sia come forza delle cose, sia come Destino, Fato], e meditata decisione di Dèi, e decreto di Necessità: oppure rapita per forza; o indotta con parole <o presa da amore>. Se è per il primo motivo, è giusto che s’incolpi chi ha colpa; poiché la provvidenza divina non si può con previdenza umana impedire… Che se dunque al Caso e alla Divinità va attribuita la colpa, Elena va dall’infamia liberata…”.
La prima motivazione si fonda quindi sulla fede popolare nella Divinità e nel Destino. Se tale fuga era destinata da una Forza maggiore, nulla avrebbe potuto fare Elena per resistere. Quindi, in tal caso fu soggiogata dal Fato o dalla Volontà divina, nei cui progetti vi era la caduta di Troia dopo una lunghissima e sanguinosissima guerra.
“… E se per forza fu rapita, e contro legge violentata, e contro giustizia oltraggiata, è chiaro che del rapitore è la colpa, in quanto oltraggiò, e che la rapita, in quanto oltraggiata, subì una sventura. Merita dunque, colui che intraprese una barbara impresa, d’esser colpito e verbalmente, e legalmente, e praticamente; verbalmente, gli spetta l’accusa; legalmente, l’infamia: praticamente, la pena, Ma colei che fu violata, e della patria privata, e dei suoi cari orbata, come non dovrebbe essere piuttosto compianta che diffamata ? ché quello compì il male, questa lo patì; giusto è dunque che questa si compianga, quello si detesti”.
Qui Gorgia passa dalla moralità e mentalità fatalistiche, allora dominanti, ad una giustificazione di assoluta modernità. Soffermiamoci perché il punto è cruciale (per tale motivo lo riporto in neretto) e dimostra per l’ennesima volta l’altissimo livello a cui il pensiero greco, anche grazie al confronto con le molte culture circostanti (compresa, come si è detto, la civiltà etrusca, sostanzialmente paritaria nel rapporto uomo-donna), seppe giungere. Gorgia dice: il secondo caso è quello di un rapimento violento compiuto da Paride Alessandro, che strappò Elena dai suoi affetti e la condusse con la forza e contro la sua volontà a Troia e poi ne fece la moglie (stando alla leggenda omerica ed ai poemi ciclici). Ebbene, in tal caso – dice Gorgia – la colpa non si deve attribuire ad Elena, che semmai è la vittima di una violenza, ma al rapitore che la costrinse a subire questo ratto e la conseguente fuga. Non a lei si può ovviamente attribuire neppure la guerra conseguente, ma a Paride e a chi accettò tale rapimento, invece di restituire la donna.
Vi è quindi la terza possibile motivazione, e qui sentiamo l’orgoglio del rètore o dell’oratore che ne approfitta per esaltare la potenza seduttrice della parola:
“Se poi fu la parola a persuaderla e a illuderle l’animo, neppur questo è difficile a scusarsi e a giustificarsi così: la parola è un gran dominatore che, con piccolissimo corpo e invisibilissimo, divinissime cose sa compiere; riesce infatti a calmar la paura, e a eliminare il dolore, e a sucitare la gioia, e ad aumentar la pietà… Qual motivo ora impedisce di credere che Elena sia stata trascinata da lusinghe di parole, e così poco di sua volontà, come se fosse stata rapita con violenza ? Così si constaterebbe l’imperio della persuasione, la quale, pur non avendo l’apparenza dell’ineluttabilità, ne ha tuttavia la potenza. Infatti un discorso che abbia persuaso una mente, costringe la mente che ha persuaso, e a credere nei detti, e a consentire nei fatti. Onde chi ha persuaso, in quanto ha esercitato una costrizione, è colpevole; mentre chi fu persuasa, in quanto costretta dalla forza della parola, a torto viene diffamata…”.
Anche qui Gorgia è modernissimo: tutte le odierne teoriche sulla persuasione occulta, utilizzate con metodi sociopsicologici, si fondano sul medesimo argomento, anche se applicate – qui bisogna aggiungerlo – oggi in maniera ben più misera di quella dell’antica retorica, che è estetica del discorso, ma anche argomentazione logica e dialettica, in un’armonia tra l’eleganza del dire e l’efficacia della razionalità o ragionevolezza del discorso. Personalmente, non sono convinto che la retorica persuada veramente, ma piuttostro che attragga ed interessi, piaccia, ma la convinzione è cosa in realtà ben più profonda. Comunque è un’opinione largamente presente anche in autori contemporanei, come si è detto. L’abilità nel discorso porta a sedurre chi ascolta: più che una convinzione esercita una seduzione: esprimendo certezze, le trasmette, se vi riesce, anche all’ascoltatore. Nella concorrenza tra oratori, ovviamente quello più abile, elegante, sottile, ma che è a suo modo dimostrativo, produce una seduzione maggiore che non l’altro. Molto dipende poi dalle personali propensioni dell’ascoltatore. Non è solo lo stile che influisce, ma anche il fascino personale e soprattutto la musicalità della voce, la sua variazione (non deve essere monotona), deve scendere e salire nel tono e nel volume. Solo utilizzando la parola cone si deve fare con un pianoforte o altro strumento musicale, armonizzando i passaggi dalle note basse a quelle alte; solo allora il discorso giungerà a quella pienezza seduttrice che può spingere una moglie fedele a preferire, ad un marito alquanto noioso o poco presente, un altro uomo, a scapparsene col giovane bello, audace, affascinante.
Ultima motivazione poi è la forza prepotente ed irresistibile dell’Amore: stando alla leggenda omerica, Menelao, il marito spartano di Elena, non doveva essere il massimo dell’attrazione, sebbene forte e coraggioso, doveva essere uno di quelli convinti che con le donne si fanno figli e basta. Paride Alessandro, il giovane straniero, l’arciere infallibile che più tardi sarebbe riuscito a colpire Achille nel solo punto mortale, il tallone, vendicando così la fine di tanti fratelli da lui uccisi, doveva essere ben più affascinante e, supponiamo, più giovane e bello, anche se pigro (stante la descrizione che ne fa Omero). Doveva quindi avere quelle doti che suscitano l’amore della donna ben più che un marito scialbo e, magari, manesco. La forza dell’Amore, che è quella di un Dio, quindi ineluttabile come il Fato, poteva giustificare la fuga di Elena da un marito non granché intelligente né granché bello:
“… Ora la quarta causa spiegherò col quarto ragionamento. Che se fu l’amore a compiere il tutto [amore reciproco, va aggiunto], non sarà difficile a lei sfuggire all’accusa del fallo attribuitole.. Infatti la natura delle cose che vediamo non è quale la vogliamo noi, ma quale è coessenziale a ciascuna; e per mezzo della vista, l’anima anche nei suoi atteggiamenti ne vien modellata… Che, se dunque lo sguardo di Elena, dilettato dalla figura di Alessandro [ovvero Paride], inspirò all’anima fervore e zelo d’amore, qual meraviglia? il quale amore, se, in quanto dio, ha degli dèi la divina potenza, come un essere inferiore potrebbe respingerlo, o resistergli? E se poi è un’infermità umana [l’amore inteso come una malattia psichica, quasi una follìa, altra teoria allora vigente] e una cecità della mente, non è da condannarsi come colpa, ma da giudicarsi come sventura; venne infatti, come venne, per agguati del caso, non per premeditazioni della mente; e per ineluttabilità d’amore, non per artificiosi raggiri. Come dunque si può ritener giusto il disonore gettato su Elena la quale, sia che abbia agito come ha agito perché innamorata, sia perché lusingata da parole, sia perché rapita con la violenza, sia perché costretta da costrizione divina, in ogni caso è esente da colpa? Ho distrutto con la parola l’infamia d’una donna, ho tenuto fede al principio propostomi all’inizio del discorso, ho tentato di annientare l’ingiustizia di un’onta e l’infondatezza di un’opinione; ho voluto scrivere questo discorso che fosse a Elena di encomio, a me di gioco dialettico”.
Trovatemi oggi un avvocato che, con tale finezza e un fondo di amabile ironia, sappia difendere una donna fedifraga e fuggiasca (che povera epoca è la nostra, tutta tecnologia e per il resto: Nulla!). Ricordo che per “gioco dialettico” va inteso come modello di difesa, oggi diremmo con parola d’origine germanica, di “un’arringa”. In sostanza, per quanto riguarda la modernità di Gorgia, essa risulta evidente soprattutto quando parla della costrizione fisica della violenza oppure psicologica dovuta all’inganno di un bel discorso. Ma per Gorgia, Elena è da assolvere in ogni caso. Ci associamo al nostro simpatico ed entusiasta “sofista”: W Elena, W Gorgia e W tutte le donne, che sono le Colonne della nostra vita, dei nostri sentimenti e, pure, della nostra educazione morale, Motori non immobili della nostra esistenza di maschi, maschietti e maschiacci! NOTE : [1] Una prima organizzazione femminile a tutela del proprio genere si ha in Francia già nel XVII secolo con le femmes savantes, ovvero non solo donne colte, ma consapevoli dei propri diritti culturali e di costume. In piena Rivoluzione Francese fu Olympe de Gouge, simpatizzante del gruppo girondino alla Convenzione, a formulare una Dichiarazione dei Diritti della Donna (pubblicata dall’ed. Argo, Lecce, 2005, a cura di Sophie Mousset, in traduzione italiana di Anna Rita Galeone nel saggio “Olympe de Gouge e i diritti della donna”). Una simile associazione di donne “ribelli” viene descritta nella commedia di Aristofane “Lisistrata”, nella quale in forma satirica si descrive anche una protesta femminile dell’antichità, con il primo sciopero sessuale, contro l’assenza maschile per cause di guerra [2] Utilizzo l’edizione ufficiale della CEI del 1987, Cinisello Balsamo, Milano. Ricordo che in altre edizioni, quale quella dei Testimoni di Geova, la storia di Susanna non viene riportata, appunto perché risulta apocrifa, ovvero non appartenente alla Rivelazione. Suppongo che, altrettanto, debba dirsi per le varie versioni protestanti. [3] Il testo, più lungo che quello comunemente conosciuto, si trova in Esodo, Cap. 20. Al Cap. 23 vv. 1 – 3, 6 e 7, si dice altresì come procedura in materia di testimonianza : “ Non spargerai false dicerìe; non presterai mano al colpevole per essere in favore di un’ingiustizia. Non seguirai la maggioranza per agir male e non deporrai in processo per deviare verso la maggioranza, per falsare la giustizia [il neretto è mio, per sottolinearne l’attualità]. Non favorirai nemmeno il debole nel suo processo… Non farai deviare il giudizio del povero che si rivolge a te nel suo processo. Ti terrai lontano da parola menzognera. Non far morire l’innocente e il giusto, perché io non assolvo il colpevole…”. Nel Talmùd si trovano moltissime norme di Diritto civile, penale e di procedura. Cfr. A. Cohen, “Il Talmùd” edizione riassuntiva ed espositiva, pubblicata in italiano da Laterza (Bari, 1935), traduzione di Alfredo Toaff, capitoli III, § 6 – 7, sul peccato e il pentimento; V, sulla vita domestica § 1 e 2 sulla donna, sul matrimonio e divorzio, VI, § 4 sulla pace e la giustizia; VIII, § 1, sulla cura del corpo; Cap. X, interamente su tutto il Diritto. Cfr. Giuseppe Flavio, “Antichità Giudaiche”, opera di carattere espositivo, destinata ai Gentili, ovvero non-Ebrei, specialmente di cultura greca e romana, ed. UTET (Torino, 2006), trad. it. a cura di Luigi Moraldi, Vol. I, Libro IV. L’opera di Giuseppe Flavio (I secolo d. C.) va considerata una storia laica e non sacra degli Ebrei, interessante se si vogliono confrontare gli eventi e le circostanze in una versione non sempre corrispondente in pieno all’Antico Testamento. Questo dimostra anche come la versione, che noi conosciamo, sia storicamente più recente rispetto a quella originaria o tradizionale. Giuseppe Flavio fu prigioniero di Tito, durante la Guerra Giudaica che egli descrive, venne liberato da Vespasiano e Tito, di cui assunse il nome della gens (appunto i Flavi). Sul piano filosofico, sono pure interessanti le opere di Filone d’Alessandria (anch’egli del I secolo d. C.) “Le Origini del male” ed. italiana Rusconi, Milano, 1984, a cura di Roberto Radice e trad. di Claudio Mazzarelli, ove egli interpreta in senso neoplatonico ed allegorico l’intera Bibbia, nonché di Moisè Maimonide, “La Guida dei Perplessi”(ed. it. UTET, Torino 2005, a cura di Mauro Zonta),di impronta aristotelica e razionalistica, per cui, come Filone, nega valore ad ogni interpretazione letterale della Bibbia. Maimonide è vissuto nell’Impero arabo tra il XIII e il XIV secolo, scrive in arabo, per cui è rivolto a far conoscere dottrine ebraiche ai Musulmani dell’epoca, che, detto di passaggio, erano allora ben più tolleranti e “moderni” di certo loro attuale estremismo fanatico o integralismo. Moshe ben Maimon (questo il suo nome in ebraico) era scienziato, medico e giurista, oltre che filosofo, come del resto è tipico di gran parte della filosofia antica, considerata “scienza delle scienze”. La differenza tra Filone e Maimonide, oltre che quella ovvia tra concezioni neoplatoniche ed aristoteliche, è quella che il primo tratta la questione del male su un piano essenzialmente morale e storico-ideale, mentre il secondo affronta il problema nell’ottica prevalentemente giuridica . [4] Giuseppe Flavio, op. cit. alla nota precedente, Libro IV, 219, vol. I, ed. UTET, pag. 258. Aggiunge che né donne, né schiavi devono testimoniare. Il calunniatore doveva subire la stessa pena che avrebbe ricevuto il calunniato, se fosse stato condannato ai termini di legge. Le differenze col testo considerato rivelato, non sono poche. [5] Nel testo che sicuramente almeno in questo passo va considerato apocrifo, l’ispirazione divina in Daniele assume un vero atto di accusa preventiva e molto violenta, fatto questo piuttosto improbabile, essendo lui un giovane e i due essendo non solo vecchi, ma anche autorevoli in quanto giudici. Tuttavia è opportuno segnalare come nella Bibbia la “politically correct” e una presunta netiquette, oggi di moda, non esistessero: “ Daniele disse al primo: ‘O invecchiato nel male ! Ecco i tuoi peccati commessi in passato vengono alla luce, quando davi sentenze ingiuste opprimendo gli innocenti e assolvendo i malvagi,…. Ora dunque, se tu hai visto costei, di’: sotto quale albero tu li hai visti stare insieme?’. Rispose: ‘ Sotto un lentisco’. Disse Daniele: ‘ In verità, la menzogna ricadrà sulla tua testa. Già l’angelo di Dio ha ricevuto da Dio la sentenza e ti spaccherà in due’. Allontanato questo, fece venire l’altro e gli disse: ‘Razza di Canaan e non di Giuda, la bellezza ti ha sedotto, la passione ti ha pervertito il cuore. Così facevate con le donne di Israele ed esse si univano a voi… Dimmi dunque, sotto quale albero li hai trovati insieme ?’ Rispose: ‘Sotto un leccio’. Disse Daniele: ‘In verità anche la tua menzogna ti ricadrà sulla testa. Ecco l’angelo di Dio ti aspetta con la spada in mano per spaccarti in due…’…” (Libro di Daniele, Cap. 14, vv. 52 – 59). Appare strano che né i due vecchi giudici, né altri protestino contro questo atteggiamento aggressivo di Daniele, ma forse la cosa si spiega ritenendo allora che un giovane puro fosse stato meglio ispirato dalla verità divina. Giuseppe Flavio, che parla abbastanza a lungo di Daniele alla fine del Libro X, non fa cenno a questo episodio. [6] Cfr. Il Primo Libro dei Re, Cap. 1, “La Sunnamita”. [7] Anche Giuseppe Flavio descrive l’episodio, ma con due varianti: dice infatti che anche il corpicino del morto doveva essere tagliato in due, e che in un primo momento il popoli presente avesse deriso il re per questa sua prima apparente sentenza (Libro VIII, Cap. II, 26 – 34). Nel testo di Giuseppe si parla anche della successiva condanna della donna menzognera, [8] Nella sua “Storia della filosofia greca” in quattro volumi (ed. La Nuova Italia), lo storico tedesco Theodor Gomperz sottolinea, con giusta ironia, che Platone rimproverava ai sofisti di farsi pagare per le loro lezioni, il che veniva a quei tempi considerata una forma di prostituzione intellettuale; nondimeno, se ai grandi filosofi di questa Scuola, come Protagora, Gorgia, Antifonte, ecc., rimproverava di farsi pagare eccessivamente, derideva ancor di più quei sofisti considerati minori che si facevano pagare poco. L’atteggiamento di Platone nei confronti dei sofisti era alquanto contraddittorio, e non tiene adeguato conto del fatto che lo stesso Socrate veniva considerato come uno dei tanti sofisti dai contemporanei, in modo particolare da Aristofane. [9] Il ragionamento o paralogisma di Zenone è fondato sul concetto dell’infinita divisibilità dello spazio. Se tra due enti in movimento, il primo (una tartaruga), pur essendo più lento, parte per primo, il secondo (Achille), sebbene più veloce, non la raggiungerà mai. Infatti, tra la Tartaruga ed Achille, c’è un segmento di distanza composto da “infiniti” punti. Ora se la tartaruga avanza, Achille non potrà raggiungerla, avendo da percorrere una serie infinita di punti. Il problema ha spaccato la testa ai matematici per risolvere l’enigma, che in realtà è fondato su un equivoco: il segmento di distanza è composto da “indefiniti” e non da “infiniti punti”, ovvero non sappiamo quanti possano essere, visto che il punto è un’entità geometrica ovvero del tutto astratta (come voler contare le idee che abbiamo in testa), ma di certo la serie di punti è in un numero limitato, perché altrimenti esisterebbero “infiniti” maggiori e minori dello stesso tipo unidimensionale, il che è contraddittorio. Inoltre, tanto il passo della tartaruga, quanto quello di Achille percorrerebbero spazi “infiniti”, per cui nulla di impossibile che l’”infinito”, bensì minore, passo della tartaruga e quello “infinito”, ma maggiore, di Achille consentano non solo il raggiungimento, ma anche il superamento della tartaruga da parte di Achille. Zenone, preludendo agli Eristi, svolge un paralogismo fondato su più termini equivoci, soprattutto per la confusione tra “indefinito” ed “infinito”, Più semplice e brutale la soluzione di Antistene, precursore della Scuola Cinica: mettendosi a camminare prova che ci si può muovere. Il movimento non si dimostra logicamente, ma nella verifica di fatto, come del resto ogni forma di esistenza. Antistene e Platone, poi, polemizzarono un bel giorno sulla “cavallinità”, ovvero la natura universale, o idea, del cavallo. Antistene osservò sarcasticamente “Vedo bene questo o quel cavallo, ma non riesco a vedere la cavallinità”, e Platone, un po’ furbescamente, obiettò: “Perché non hai gli occhi per vederla”, ossia l’idea universale di cavallo esiste, ma non è percettibile da occhio umano, bensì solo da una mente pura da pregiudizi materialistici. Il tema sarà poi ripreso dalla Scolastica medioevale, dalle due contrapposte correnti del realismo (realtà dell’Idea universale) e del nominalismo (l’universale, puro nome, soffio). Intermedia fu la posizione concettualistica che riconosce nella mente umana la presenza di concetti universali ed ordinatori. [10] Cfr. Chaim Perelman e Lucie Olbrechts-Tyteca, “Trattato dell’Argomentazione – La nuova retorica”, ed. italiana Einaudi (Torino, 1989), con prefazione di Norberto Bobbio. [11] Il mondo classico è amante della bellezza in tutte le sue forme, compresa ovviamente quella del corpo umano. Tra gli antichi Elleni erano diffuse di fatto tanto le pratiche omosessuali (maschili e femminili), quanto la pedofilìa e il rapporto con gli èfebi (adolescenti). Tuttavia di questi rapporti pur fisici, non solo non ne fecero un vanto, ma anzi semmai condannavano sul piano morale, esaltando all’inverso un rapporto affettivo e spirituale rappresentato dalla forte amicizia. Forse la formula più esatta di questo rapporto di amicizia intensa e di comunanza di idee e di volontà è dato dalla frase che Sallustio mette in bocca al rivoluzionario romano Lucio Sergio Catilina :”Eadem velle, eademque nolle, ea firma amicitia est”: ossia, volere le medesime cose e il non volerne altre nello stesso modo, quella è salda amicizia. Platone dedica all’amore, inteso nel senso fisico e nel senso spirituale, il dialogo “Simposio”, ovvero “Convito”. Mentre si discute dell’esperienza amorosa, soprattutto passionale intesa anche come malattia, giunge Alcibiade mezzo ubriaco, e fa un elogio un po’ strano, un po’ sarcastico, di Socrate. In pratica dichiara di aver tentato di sedurlo e di essere perfino entrato nel suo giaciglio, ma Socrate rimase completamente indifferente alla tentazione (cfr. “Simposio” ovvero “Convito”, capitolo XXXIII), eppure, mentre Socrate non si può dire né giovane né bello, Alcibiade lo era. Ed è pure noto che, pur con una certa propensione a questi rapporti di natura omosessuale, non disdegnava affatto le donne, di cui era un attivo ammiratore. Sempre Platone nelle “Leggi”, mettendolo in bocca al personaggio detto genericamente “Ateniese”: “… il piacere sessuale fu assegnato secondo natura tanto alle femmine quanto ai maschi perché si accoppiassero in vista della procreazione, mentre la relazione erotica dei maschi con i maschi e delle femmine con le femmine è contro natura e consiste se mai altra in un’audacia indotta dall’inacapacità di dominare il piacere. Tutti noi rimproveriamo ai Cretesi di aver inventato il mito di Ganimede [ossia il mito del rapporto amoroso tra Giove-Zeus e questo adolescente, che poi divenne coppiere degli Dèi Il neretto è mio]…” (Platone, Le Leggi”, Libro I, 603 c> e d>, ed. italiana. BUR, Milano, 2005, a cura di Franco Ferrari, pag. 117. Cfr. anche Libro VIII, 836 c> e d>, pag. 703. Pure Aristotele nella sua “Etica Nicomachea” scrive: “ … altre ancora sono pratiche morbose o derivano dall’abitudine: ad esempio tingersi i capelli e mangiarsi le unghie… e, inoltre, la pratica dell’amore coi maschi. Per alcuni queste pratiche sono per natura, per altri arrivano dall’abitudine, per esempio per coloro che sono stati fatti oggetto di violenza fin da bambini…”(Aristotele, op. cit.. Libro VI, Cap. VII, § 6, 1148 b; ed. it. BUR, Milano, 2002, a cura di Marcello Zanatta, pag. 459). E’ interessante rilevare come 2000 anni prima di Freud, si prospettasse già l’infanzia come il periodo nel quale si formano certe attitudini sessuali. Ricordo infine Plutarco il quale, parlando di Demetrio Poliorcete nelle sue “Vite Parallele”, narra un tragico episodio. Demetrio si era incapricciato di un adolescente che frequentava la sua stessa palestra. Costui poco apprezzava le attenzioni del condottiero (celebre per aver utilizzato strumenti tecnici di guerra per l’abbattimento delle mura, da cui il soprannome, in età post-alessandrina). Il ragazzo cercò di evitarlo andando in altro luogo, nondimeno Demetrio, vero stalker dei tempi antichi, lo seguì; un giorno lo sorprese solo nei bagni e l’avrebbe certamente sopraffatto, se il ragazzo, pur di sfuggirgli, non si fosse gettato nella caldaia d’acqua bollente, preferendo una morte atroce ad un rapporto intimo con quell’uomo. E mi pare che come esempi bastino per spiegare che l’omossesualità, nei tempi classici, intesa come fatto fisico, non era poi così apprezzata quanto si vorrebbe sostenere. L’amore “platonico”, di cui molti parlano a sproposito, non era indirizzato dall’uomo verso la donna, ma semmai identificato nell’amicizia spirituale e solidarietà tra due uomini. [12] Siamo nell’XI – XII secolo, agli albori del Basso Medioevo e della civiltà comunale. Quando si costituiscono le prime Universita (allora vere e proprie associazioni di docenti e studenti) e si cominciano a porre le basi per scalzare il feudalesimo, il fanatismo clericale, preludendo a quello che avverrà poi sei-sette secoli più tardi. Nessuno si aspetterebbe di vedere in un’opera scritta allora una frase di questo tipo: “… Mettiamo per esempio che uno abbia violato una donna unendosi a lei in chiesa; quando questo fatto giungerà alle orecchie del popolo, si scandalizzano non tanto per la violazione della donna, vero tempio di Dio, quanto per la profanazione del tempio di pietra; invece è più grave far violenza alla donna che alle pareti del tempio, cioè è più grave portare ingiuria ad un essere umano che ad un luogo…” Pietro Abelardo, “Conosci te stesso ovvero l’Etica”, ed. it. La Nuova Italia, Firenze, 1976, a cura di Mario Dal Pra. Chi era Pietro Abelardo ? Era un giovane studente di teologia e di filosofia, che, anticipando le concezioni tomistiche, criticò il realismo, ovvero quella concezione gnoseologica di derivazione platonica, che sosteneva la realtà delle idee universali. Abelardo criticò pure la posizione opposta, quella di Roscellino, secondo la quale le idee universali erano solo “soffi di voce” (flatis vocis). Secondo Abelardo, l’universalità e generalità delle idee è un prodotto mentale, un concetto, come secondo la tradizione più propriamente socratica, alla fine conclusasi con il pensiero di Guglielmo di Ockham. Abelardo si innamorò in età matura di Eloisa che sposò segretamente; quando i familiari di lei lo scoprirono, lo aggredirono, evirandolo, e mandando Eloisa in convento. Dei due rimane un celeberrimo carteggio, che dimostra come, se Abelardo era già un femminista ante litteram, Eloisa fosse più legata all’immagine, seppur passionale, ancora legata alla tradizione. Ecco che cosa gli scrive, pur essendosi egli fatto monaco per necessità ed ella suora per forza: “… soltanto tu sei l’unico padrone del mio corpo e della mia anima. Dio sa bene che in te non ho mai cercato altro che te solo; ho desiderato esclusivamente te, e non le tue sostanze. Non miravo al matrimonio né alla ricchezza; e tu sai bene che sempre ho cercato di soddisfare non i miei piaceri e la mia volontà, ma unicamente i tuoi. E se il nome di moglie appar più sacro e più valido, per me è sempre stato più dolce quello di amica, o, se non ti scandalizzi, di concubina o di prostituta …” (Abelardo ed Eloisa, “Lettere”, ed. Einaudi, Torino, 1979, a cura di Cesare Vasoli e Nada Cappelletti Truci, Lettera II, pag. 131). Chi scrive questa frase appassionata, confermata in diversi altri punti, è ormai una donna prigioniera in un convento, a cui è stato tolta ogni possibilità affettiva. A differenza di Abelardo, essa, per quanto culturalmente ben più evoluta delle donne del tempo, non disdegna una posizione di “inferiorità”, sebbene tutt’altro che imposta (infatti Abelardo respinge un tale atteggiamento), nel senso di totale dedizione, ormai solo interiore, all’uomo amato. Esistono oggi amori del genere ? [13]. Il testo è reperibile nella raccolta “I Presocratici, Testimonianze e frammentii”, ed. Laterza (Bari, 1986), trad it. dalla versione di Hermann Diels e Walter Kranz, vol. 2°, pagg. 927 – 933. [14] Ben cinque secoli dopo, il pur mite poeta Virgilio fa promettere ad Ascanio Julo figlio di Enea. nel Libro IX vv. 272 – 273, dell’ “Eneide” a due giovani guerrieri (Eurialo e Niso) che, se riusciranno a penetrare a scopo spionistico nel campo dei Rutuli, nemici dei Troiani, portando informazioni precise, nonché il padre Enea, che essi avranno “Preaterea, bis sex genitor lectissima matrum corpora”, ovvero “(Mio) padre, inoltre, (vi donerà) due volte sei (dodici) piacevolissimi corpi di donna fertile”, in premio per l’impresa che, detto di passaggio, fallirà con la morte dei due scoperti dai Rutuli. Ora, l’idea che il corpo della donna sia merce di scambio o premio della vittoria, e che se ne possa abusare in ogni modo a seguito di azioni belliche, era tipico dell’antichità, e non certo dei soli Greci e Romani. Per cominciare a superare tale presunzione sul diritto dei vincitori alla violenza sessuale indiscriminata, quale premio della vittoria (“mettere a sacco le città” voleva dire anche questo), bisognerà aspettare almeno Ugo Grozio e il suo “Diritto della Guerra e della Pace”. Di fatto, sappiamo che ancora oggi siamo ben lontani dal concepire l’inviolabilità delle donne in una città conquistata. Ebbene Gorgia nel V secolo a.C. , fu, a quel che mi risulta, il primo che, almeno sul piano teorico, si oppose a tale consuteudine.
Il presente scritto è dedicato a tutte le donne iniquamente accusate… ed ai loro difensori.
Un grazie anche a Massimo Prati di Volando Controvento.
Featured image, Salomone e la regina di Saba Konrad Witz (Conradus Sapientis), 1434-35

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