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Totò: fenomenologia sui generis

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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PERLE DI ROSEBUD – LISTA AGGIORNATA DEI DERETANI INAMOVIBILI

Resistere, resistere, amico mio, con un popolo di pecore la vittoria del lupo non potrà che essere questione di tempo.

(Clicca qui per conoscere tutti i deretani di cui sopra)

PERLE POLITICHE – SENILITÀ, OKAY, MA SE DOVESSI DIVENTARE RENZISTA…

…portarmi dal veterinario e sopprimermi subito, please!

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di Rina Brundu. Più che un articolo credo sia una dichiarazione d’amore. Per un uomo. Per un artista. Per un mito. Un mio mito. Di sempre. Da sempre. Un mito che ha resistito indenne al passaggio del tempo, alle esperienze diverse, alle rivoluzioni digitali, alle storie di vita. Un mito che così facendo vive con te, diventa parte di te. A suo modo ti modella. Ti concede, quasi per osmosi, di essere parte del suo universo e ti arricchisce di conseguenza. Questo mito è Totò.

Ancora oggi – dopo avere imparato quasi a memoria ciascuna delle sue uscite più indovinate – mi colpisce la forza catartica della sua mimica in virtù della quale anche quando lo schermo si è riempito dei visi, dei volti, tutti diversi, di molti individui, il mio sguardo rimane fisso sul suo. E non si muove. Rimane fermo in attesa del prossimo ghiribizzo facciale, del prossimo movimento strano, capriccio geniale, alternativa stravaganza, singolarità, stramberia vocale che non sarà ma sembrerà sempre nuova, sempre diversa.

Ancora oggi – dopo averli visti tutti i suoi film – mi colpisce la carica geniale procurata dal “pensiero” leggero, mai costruito, mai troppo impegnato, a suo modo scanzonato. E mi colpisce la forza di una visione grottesca del mondo assolutamente unica, diseguale e discorde. Dissento perciò con chi vede in Totò l’Arlecchino del novecento. Totò non ha nulla da spartire con Arlecchino se non il suo destino di maschera immortale. Rispetto a quella datata figura dell’italica commedia dell’arte, la maschera Totò nasce infatti dentro un humus culturale ideale fornito da quella Napoli grandiosa, plebea e milionaria, astuta ma convincente che ha prodotto il meglio del nostro patrimonio artistico nel secolo appena trascorso. Soprattutto, la maschera Totò nasce e si perfeziona studiando il divenire economico e socio-politico di quella straordinaria città, studiando le vite esemplari di molti suoi figli illustri e di altri derelitti, studiando e avvertendo sulla sua stessa “pelle” le loro necessità, quelle minime del corpo e quelle infinite dello spirito.

Ancora oggi – dopo averla meditata a lungo – mi colpisce l’umanità che la maschera-Totò si porta seco. Quell’umanità che nei momenti meno riusciti denuncia i limiti dell’Uomo (non dell’uomo Totò), i nostri limiti, e in quelli più fortunati diventa poesia. Un altro importante elemento che differenzia Arlecchino da Totò è il sostrato romantico (in senso tecnico), che connota la poesia di quest’ultimo. Il tocco malinconico vissuto, imprestato da una realtà importante e vivace quale è sempre stata quella partenopea, nel bene e nel male. Quando Totò recita “A livella” o la “Malafemmena” la sua poesia diventa infine arte sublime, ispirata.

Ancora oggi – dopo averla analizzata a lungo – mi colpisce la portata universale di una maschera nata dentro dinamiche fondamentalmente vernacolari (in senso lato), che mercé la forza artistica che la sostiene ha saputo spezzare catene linguistiche imposte e frenanti e ad affermarsi globalmente con ogni dignità. Che ha saputo sopravvivere all’ostracismo di una critica ignobile e bigotta, agli sforzi dell’arte “committed” di nobilitarla (vedi lo “scandalo”, per quanto mi riguarda, del pasolinico “Uccellacci e uccellini” (1966)), ai mille tentativi di imitazione, alle necessità mordi-e-fuggi della comicità al tempo di YouTube, alla morte senza risurrezione della tradizionie comica italica degli ultimi cinquanta anni.

Come a dire che i grandi amori, anche artistici, sono tali perché fanno una differenza. Hanno valore eticamente didattico e insegnano. Non si scordano mai e finanche nell’Italietta furbetta delle infinite marchette letterarie, degli intrallazzi culturali finanziati con i soldi pubblici, della corruzione politica per partito preso, del velinismo di ritorno, della comicità digitale senza idee, del servizio pubblico televisivo senza arte ne parte, si fanno rimpiangere. Come a dire che l’Arte con la A maiuscola, a dispetto dei padroni e dei padrini, nonché dei critici impegnati de la rive-gauche, fa ancora una differenza. Come a dire che se si incrociasse la strada con il bravo regista Pasolini bisognerebbe stringergli la mano, ma qualora si avesse la fortuna di imbattersi nella maschera-Totò bisognerebbe inchinarsi. Soltanto.

Featured image Totò alla fine degli anni venti, autore Ludovico Virgilio, fonte Wikipedia.

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7 Comments on Totò: fenomenologia sui generis

  1. Bello il commento ma non credo proprio che Totò sia dimenticato….
    Totò è una maschera immortale. Che durerà nel tempo. Quando tutto il resto non sarà più. Perché questa è la caratteristica prima delle “maschere”.

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  2. Adoro Totò e anch’io non mi stanco mai di rivedere i suoi film. Ogni volta conoscendo le sue battute aspetto che arrivino per ridere di nuovo. Un post davvero” omaggio” ad un attore che se lo merita e che concordo mai sarà dimenticato. I suoi duetti straordinari con Peppino non possono non rimanere impressi nella memoria di chi lo ama. E concordo anche con l’analisi che fai su ”Uccellacci e uccellini” e sulla chiusa che non fa dal mio punto di vista una piega. Buona serata. Isabella

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