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La scomparsa di Majorana: breve storia del “progetto Manhattan” (terza parte)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Umberto Bartocci.

(continua dalla seconda parte)

Breve storia del “progetto Manhattan”

(e di qualcosa in più)

La storia che vogliamo per sommi capi raccontare è stata ovviamente oggetto di numerosissime opere, tra le quali segnaliamo: Leslie R. Groves, Now It Can Be Told, Harper & Row, New York, 1962; Stephane Groueff, Manhattan Project: the untold story of the making of the atomic bomb, Bantam Books, 1967; Richard Rhodes, The Making of the Atomic Bomb, Simon & Schuster, New York, 1986. Noi seguiremo qui da vicino soprattutto la ricostruzione offerta ufficialmente dal Dipartimento dell’Energia degli Stati Uniti: The Manhattan Project – Making the Atomic Bomb, a cura di F.G. Gosling, Energy History Series, Edizione settembre 1994, fonte che indicheremo con la sigla MP.

La storia del “progetto Manhattan” è la stessa che quella della costruzione delle prime bombe atomiche, che funzionavano sfruttando l’energia generata dalla fissione dell’uranio 235, o di un altro elemento fissile successivamente prodotto, come il plutonio 239. Il suo antefatto non può quindi non collocarsi negli esperimenti condotti da Fermi e dalla sua équipe, a Roma nel 1934, quando ottennero le prime fissioni di nuclei di uranio 235. Come è stato già detto, di tale fenomeno si ebbe piena consapevolezza soltanto alla fine del 1938, e delle conclusioni di Hahn, Strassmann, Meitner e Frisch fu informato immediatamente Niels Bohr. Il fisico danese, nel gennaio del 1939, accompagnato da Fermi, comunicò questi risultati a Washington, “ad alcuni scienziati europei rifugiati dall’Europa, e ad altri membri della comunità scientifica americana”, durante un convegno di fisica teorica. La possibilità di un impiego pratico dell’energia nucleare, attraverso la produzione di quella che si dice una “reazione a catena” (nella quale i primi nuclei che vengono frantumati producono neutroni che vanno a colpire altri nuclei fissili, che a loro volta… con il risultato che l’energia liberata dagli uni si va a sommare con quella prodotta dagli altri – se la reazione è veloce, si ha un effetto esplosivo), comincia a farsi strada in certi ambienti. Nel luglio del 1939, Leo Szilard e Eugen Wigner, fisici ungheresi rifugiati da poco in America per motivi razziali, convincono Albert Einstein a scrivere una lettera al Presidente degli Stati Uniti, Franklin Delano Roosevelt, per segnalargli tali possibilità concrete di applicazione della sua celebre formula “E = mc2“, e i rischi che esse possano essere realizzate dai fisici del III Reich: “Signor Presidente, alcune ricerche svolte recentemente da Enrico Fermi e Leo Szilard, di cui mi è stata data comunicazione in manoscritto, mi inducono a ritenere che un elemento, l’uranio, possa essere trasformato nell’immediato futuro in una nuova ed importante fonte d’energia…”.

   Sentito il suo consigliere non ufficiale Alexander Sachs, economista di Wall Street, Roosevelt risponde ad Einstein il 19 ottobre 1939[1], informandolo di aver provveduto ad insediare un comitato per lo studio dell’uranio. Il 1° settembre 1939 la Germania nazista invade la Polonia, e i membri del Comitato dell’Uranio accelerano i loro lavori. Studi sulla fissione proseguono durante tutto l’anno 1940, esaminando tra l’altro vari metodi per la separazione dei diversi isotopi dell’uranio. Nel febbraio del 1941 la squadra di Glenn Seaborg produce artificialmente il plutonio, e si accorge che il plutonio 239 è ancora più fissile dell’uranio 235. Nel maggio dello stesso anno l’Accademia Nazionale delle Scienze degli Stati Uniti raccomanda la necessità di maggiori finanziamenti alle ricerche in queste direzioni. Il 22 giugno 1941 la Germania invade l’Unione Sovietica. Nel luglio del 1941 si è ormai affermata l’opinione che la costruzione di una bomba atomica sia impresa possibile. Il 7 dicembre 1941 il Giappone dichiara guerra agli Stati Uniti, e attacca la base navale di Pearl Harbor, nel Pacifico. Il 10 dicembre Germania e Italia si uniscono al Giappone nel dichiarare guerra agli Stati Uniti. Il 19 gennaio del 1942 il presidente Roosevelt approva i piani per la costruzione della bomba atomica. Enrico Fermi a Chicago porta avanti il lavoro di costruzione di un reattore atomico (detto anche pila atomica). Si tratta di produrre una reazione nucleare a catena controllata; tolto il controllo, si ottiene la bomba. C’è naturalmente bisogno di una certa quantità di materiale fissile (“massa critica”), di cui si cerca di provocare la rapidissima fissione (nell’ordine dei milionesimi di secondo) comprimendolo violentemente. Si pensa all’inizio di utilizzare degli appositi ‘cannoni’, aventi la funzione di spararsi contro a vicenda delle parti del nuovo ‘esplosivo’. Il 17 settembre 1942 il colonnello Leslie R. Groves, promosso subito dopo generale di brigata, assume la direzione di quello che d’ora in poi si chiamerà il “progetto Manhattan”, e raccoglierà, “in assoluta segretezza, tutti i maggiori ‘cervelli’ residenti in America un vero e proprio esercito di premi Nobel”[2]. I lavori si svolgono presso la località di Oak Ridge, nel Tennessee (dove vengono costruite delle immense officine, che diventano il centro tecnologico del progetto Manhattan), e a Los Alamos, nel Nuovo Messico (che rappresenta invece il centro ricerche del progetto, e nel quale si lavora alla costruzione della bomba propriamente detta, usando i materiali che arrivano da Oak Ridge). Oppenheimer diventa a Los Alamos, nel novembre del 1942, il direttore scientifico di quella parte del progetto Manhattan che viene detto progetto Y, mentre Hans Bethe è messo a capo della divisione teorica. Nello stesso mese le forze alleate invadono il Nord Africa. Il 2 dicembre 1942 Fermi ottiene la prima reazione a catena controllata a Chicago. Nel gennaio del 1943, in un incontro che ha luogo a Casablanca, Roosevelt e il premier inglese Winston Churchill si accordano sulla richiesta di una resa incondizionata delle forze dell'”Asse”. Nel marzo del 1943 iniziano a pieno ritmo i lavori relativi al progetto Y nella base di Los Alamos, presso cui si raccolgono mano a mano schiere di “fisici, chimici, matematici, ingegneri” (si pensava all’inizio che alla base avrebbero dovuto convenire soltanto qualche centinaio di persone, che però alla fine della guerra, “tra tecnici e ricercatori”, risultavano più di 5000[3]). “Il personale di fatica è reclutato tra gli indiani della zona. I lavori per la costruzione della bomba atomica procedono senza tregue, in turni forzati di dieci, dodici, quattordici ore. […] Intorno a questo imponente gruppo di fisici e di premi Nobel che lavora giorno e notte sotto l’incubo di una possibile bomba atomica hitleriana, il generale Groves ha organizzato una potente cortina di segretezza: barriere di filo spinato, pattuglie, posti di blocco. Ogni telefonata è sottoposta a controllo, la posta in arrivo e in partenza viene censurata. […] Gli scienziati debbono adottare nomi falsi: Fermi diventa Henry Farmer, Niels Bohr prende il nome di Nicholas Baker. […] Questa cortina di sicurezza non riuscirà a impedire la ‘fuga’ di notizie segrete né gli atti di spionaggio”[4]. Alla fine del 1943 viene associato ai lavori il matematico di origine ungherese, anch’egli rifugiato politico, John von Neumann, il quale arreca contributi decisivi proponendo di ottenere la compressione della massa critica attraverso un’implosione (il fenomeno che si verifica quando un materiale cavo è sottoposto a una pressione dall’esterno che ne distrugge le pareti), anziché attraverso la tecnica di spararne diverse parti le une contro le altre. L’idea di von Neumann riduce la cosiddetta massa critica, permette di preparare le bombe più rapidamente, e non rende più necessari i lunghi preparativi, di alto livello tecnologico, per la produzione di materiale fissile abbastanza ‘puro’. E’ soltanto un anno dopo l’inizio dei lavori del Progetto Y che possono compiersi i primi test su modelli di bomba. D’ora in poi la questione passa soprattutto nelle mani dei politici. Nel settembre del 1944 Roosevelt e Churchill si incontrano in Hyde Park per sottoscrivere un accordo bilaterale sulla ricerca nucleare, e nel febbraio del 1945 si svolge il famoso “incontro di Yalta”, tra i due nominati leaders e il capo sovietico Stalin. Le residue forze dell’Asse sono ormai duramente segnate: i bombardamenti in Giappone causano nella sola Tokyo, nel marzo del 1945, 100.000 morti. Lo spietato bombardamento della città tedesca di Dresda, avvenuto nella notte tra il 13 e il 14 febbraio, provocò addirittura oltre 100.000 morti (200.000, secondo parte tedesca). Il 12 aprile 1945 Roosevelt muore, e alla scomparsa di colui che ritiene suo avversario personale Hitler confida in un cambiamento improvviso delle sorti del conflitto, in seguito a un ribaltamento politico, e a una prevista crisi nei rapporti tra le democrazie occidentali e l’URSS. Naturalmente, si inganna come non mai; il successore di Roosevelt, il presidente Harry S. Truman, prosegue sulla strada già avviata dal suo predecessore, e il 7 maggio 1945 la Germania è costretta alla resa. Resta in guerra soltanto il Giappone, e il 23 maggio 1945 Tokyo viene bombardata ancora una volta; adesso si registrano 80.000 morti. Il 16 luglio avviene la prima esplosione sperimentale di una bomba atomica al plutonio nel deserto di Alamogordo, nel Nuovo Messico. Ad essa assistono, tra gli altri collaboratori del progetto, Enrico Fermi ed Emilio Segrè[5]. Truman, Churchill e Stalin si trovano in quel momento a Potsdam, in Germania, e in quell’occasione Truman informa Stalin che gli Stati Uniti posseggono una bomba atomica. Il 26 luglio 1945, il presidente americano, il presidente cinese Chiang Kai-shek (anche lui coinvolto in una guerra al Giappone, che era iniziata già nel 1933), e il nuovo premier inglese Clement Richard Attlee (il partito conservatore è stato sconfitto alle elezioni che si sono svolte nel luglio 1945, e un Churchill ‘silurato’ viene sostituito proprio quel giorno dal laburista Attlee, che era il capo dell’opposizione sin dal 1935), emettono un comunicato congiunto (il cosiddetto “proclama di Potsdam”), intimando al Giappone la resa immediata senza condizioni, pena “pronta e completa distruzione”[6]. I giapponesi rifiutano l’offerta il 29 luglio 1945, ma fanno sapere al governo dell’URSS – che non è in guerra con il Giappone (circostanza questa che non tutti conoscono!) – che hanno tutta l’intenzione di arrendersi, ma non a condizioni ‘disonorevoli’. Gli americani sono al corrente di questa inevitabile rassegnazione[7], ma ciò nonostante, e ignorando anche una petizione di alcuni degli scienziati impegnati nella ricerca nucleare, che propongono invece un’esplosione ‘dimostrativa’ di avvertimento, il 6 agosto 1945 viene sganciata su Hiroshima, da un B-29 americano (Enola Gay), una bomba all’uranio (Little Boy); il 9 agosto una bomba al plutonio (Fat Boy) viene fatta esplodere su Nagasaki[8]. Le motivazioni ufficiali sono quelle di risparmiare ulteriori perdite di vite americane, e accelerare la fine delle ostilità. Viene anche ammesso che si trattava anche di impedire che l’URSS potesse entrare in modo determinante nella guerra contro l’Impero del Sol Levante (Stalin dichiara coraggiosamente guerra a un Giappone ormai a terra l’8 agosto, due giorni dopo la distruzione di Hiroshima, e invade la Manciuria), e reclamare in seguito ‘eccessivi’ diritti. Si ritiene pure comunemente che il Presidente degli Stati Uniti volesse con tale dimostrazione di potenza intimorire il suo temibile alleato-rivale. Fatto sta che considerazioni di tipo economico-scientifico non sono estranee alle modalità dell’attacco. Due bombe con caratteristiche diverse sanno tanto di ‘esperimento’, per togliersi la soddisfazione di vedere un po’ come ‘funzionano’; inoltre, il plutonio è un elemento derivato dall’uranio naturale utilizzato come ‘combustibile’ all’interno di un reattore nucleare (il plutonio è prodotto dall’uranio 238, sotto l’effetto della fissione che subisce l’uranio 235 ad esso mescolato), e sarebbe altrimenti inutilmente ‘avanzato’. Come dire, che si produce un nuovo combustibile mentre se ne sta consumando un altro, e la cosa non è male sotto il profilo del ‘risparmio’. Il 14 giugno 1946 Bernard Baruch, rappresentante per gli Stati Uniti in seno alla Commissione per l’Energia Atomica delle Nazioni Unite, presenta il piano americano per il controllo della ricerca atomica, che viene approvato il 15 agosto 1947, con il veto però dell’URSS, il che segna l’inutilità del prosieguo dei lavori della Commissione stessa. La ricerca sovietica, aiutata da lontano da Fuchs e Pontecorvo, riesce a produrre bombe atomiche 4 anni dopo. La prima esplosione di un ordigno a fissione sovietico avviene il 14 luglio 1949, e dal 1951 in poi soltanto un’apposita Commissione per il Disarmo, all’interno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha facoltà, scarse, di occuparsi della questione del controllo delle armi nucleari. Si procede quindi in modo liberamente concorrenziale, in quello che verrà detto l'”equilibrio del terrore”, e la prima esplosione termonucleare americana (questa volta fortunatamente solo sperimentale) avviene il 1° novembre 1952. Il primo corrispondente ordigno sovietico viene fatto esplodere il 12 agosto 1953: quattro anni per colmare il gap con gli americani nel campo della fissione, soltanto nove mesi per raggiungerli in quello della fusione – stavolta con la collaborazione, sembra, dallo stesso padre della bomba A, Oppenheimer. Nel dicembre 1953 a questi fu impedito l’ulteriore accesso a informazioni riservate, e fu parzialmente riabilitato soltanto nel 1963, quando gli venne conferito, come “gesto di riconciliazione”, il premio Enrico Fermi da parte del Comitato americano per l’Energia Atomica[9]. Lo stesso anno segna casualmente la firma degli “accordi di Mosca”, con i quali vengono messe al bando le esplosioni nucleari nell’atmosfera.

   Il resto, è storia che abbiamo vissuto fino a ieri, alla caduta dell’impero sovietico (la pretesa seconda grande superpotenza, l’attesa delle cui mosse aveva fatto trattenere il respiro al mondo per tanti anni, crolla inopinatamente per una straordinaria ‘implosione’ interna), e all’abbattimento del “muro di Berlino” (9 novembre 1989), eretto ventotto anni prima, simbolo stesso del periodo della cosiddetta “guerra fredda”, e ultimo visibile residuo della II guerra mondiale, e della successiva ‘spartizione’ della Germania. Quella che segue, e non può ancora essere suddivisa in ‘periodi’, tentandone una schematizzazione che possa aiutare a comprenderne un eventuale ‘senso generale’, è la storia che si sta ancora svolgendo sotto i nostri occhi…


[1] Alla p. 62 di PM è riportato per errore: “August 19, 1939”.

[2] Non sembra che il colonnello Groves avesse alcuna “particolare benemerenza tranne quella di aver diretto la costruzione del gigantesco Pentagono”, il ‘cuore’ strategico e militare degli Stati Uniti” (DM, p. 149).

[3] R. Conversano e N. Pacilio, loc. cit. nella Nota N. 80, pp. 47 e 52.

[4] DM, p. 152. Sciascia commenta dal canto suo (LS, p. 39): “La struttura organizzativa del ‘Manhattan Project’ e il luogo in cui fu realizzato per noi si sfaccettano in immagini di segregazione e di schiavitù, in analogia ai campi di annientamento hitleriani. Quando si maneggia, anche se destinata ad altri, la morte – come la si maneggiava a Los Alamos – si è dalla parte della morte e nella morte. A Los Alamos si è insomma ricreato quello appunto che si credeva di combattere”.

[5] E’ lo stesso Segrè che ricorda la circostanza nella Nota Biografica già citata nella Nota N. 81, insieme a qualche altro interessante particolare relativo a quei tempi.

[6] PM, p. 51.

[7] Ibidem.

[8] Il secondo soprannome faceva riferimento alla figura fisica del premier inglese Winston Churchill. Il presidente Roosevelt non era assente da questo ‘gioco’ di nomi, ma a lui era stata riservata una bomba Thin Man, il cui progetto di costruzione fu poi abbandonato nel luglio 1944 per ‘problemi tecnici’ (quando si fa una bomba, bisogna farla in modo che non esploda prima, nelle mani di chi vorrebbe invece fosse destinata al nemico, e con ordigni del genere la cosa era molto più facile a dirsi che non a farsi!). Little Boy veniva considerato il fratello minore di Thin Boy, e nella sua progettazione fu essenziale il ruolo di Emilio Segrè.

[9] R. Conversano e N. Pacilio, loc. cit. nella Nota N. 80, p. 49. A proposito di queste informazioni che varcavano continuamente l’oceano, a riequilibrare il dislivello scientifico e tecnologico tra le due superpotenze, sembra assai poco probabile che esse potessero essere state ispirate da motivazioni di basso profilo economico, e si veda quanto se ne dirà nell’ultimo capitolo. Tali forme di ‘collaborazione’ potrebbero comunque dirsi più propriamente ‘politiche’ che non tanto (o non soltanto) ‘ideologiche’, come è anche il parere del fisico francese Jean-Pierre Vigier (ER, p. 27).

(Nella foto veduta aerea dei laboratori di Los Alamos – Fonte Wikipedia)

Continua…

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