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Ettore Majorana: ma perché é scomparso? (seconda parte)

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Umberto Bartocci. Continua dalla prima parte.

“Anteponi l’impossibile che è verosimile al possibile che non è credibile.”

(Aristotele, Poetica)

Come abbiamo detto, il ‘mistero’ che aleggia intorno al nome di Majorana ha attratto, e continua ad attrarre, numerose persone, vuoi per la giovane età dello scomparso, che per la sua fama e posizione in campo scientifico. Fioccano così le ‘interpretazioni’ relative a quella che possibilmente fu la sua sorte, un’analisi delle quali vuol essere l’oggetto di questo capitolo.

   Primissime tra queste vanno annoverate quelle fatte proprie dai familiari di Ettore, che non cessarono mai le ricerche del congiunto, e furono sempre persuasi, almeno “fino a un certo punto nel tempo”, che egli non morì in quegli ultimi giorni del marzo 1938[1]. Fa eccezione a questa ‘regola’ la sorella minore di Majorana, Maria, che sembra aver rilasciato in una confidenza all’autore di DM (p. 114) la seguente dichiarazione: “All’alba fu visto sul ponte della nave. L’alba, come tutti sanno, è il momento più delicato per chi sta maturando il suicidio. Io sono sicura che Ettore si gettò in mare portando con sé tutto il peso della sua angoscia e dei suoi dubbi atroci”.

Incontriamo così le due principali interpretazioni comuni della vicenda oggetto della nostra indagine: quella della FUGA, e quella del SUICIDIO. La prima, vale a dire l’ipotesi dell’allontanamento volontario, può avere naturalmente, ed ebbe, diverse varianti, sia quanto a motivazioni, che a destinazione. Abbiamo già visto che pure il Prof. Strazzeri accennò alla possibilità di un ‘ritiro’ per motivi spirituali, nella lettera indirizzata al fratello di Ettore, Salvatore, in data 31.5.38, rispondendo all’interrogativo che gli veniva rivolto, se ricordasse qualcuno somigliante allo scomparso durante il viaggio che aveva effettuato con il traghetto Palermo-Napoli nella notte tra il 27 e il 28 del precedente mese di marzo. “Mi perdoni se ardisco darle un suggerimento, quale è quello di cercare se Suo Fratello si fosse chiuso in qualche convento, come è capitato altra volta con persone non molto religiose, mi pare a Monte Cassino”, scrive lo Strazzeri[2], ma, ovviamente, senza avere alcun elemento di fatto al riguardo. Si tratta di parole che si riferiscono a una prima scontata possibilità, e che potremmo dire quasi ‘di circostanza’; un suggerimento che verrebbe subito in mente a ciascuno di avanzare così, tanto per lenire in qualche modo lo sgomento dei parenti dello scomparso, di fronte all’altra possibilità ben più dolorosa in simili casi, quella del suicidio. A ben vedere, sempre di una ‘fuga’ si tratterebbe anche in questo secondo caso, ma di una che presenta le caratteristiche dell’irreversibilità, e non lascia speranze di ritorno (quelle di cui forse si nutrì la madre di Ettore nei suoi ultimi anni); una ‘fuga’ che offende particolarmente i sentimenti di chi resta, che non può evitare di sentirsi ferito soprattutto in quanto dimenticato, o giudicato non importante. L’eventualità del suicidio era del resto la prima a cui facevano palesemente pensare le ultime comunicazioni di Majorana riportate nel Capitolo I, e certamente nessuna delle persone coinvolte nel caso può essere stata risparmiata dal contemplarla in via preliminare, come la più semplice e la più probabile; tanto più urgente, quindi, proporre delle alternative ad essa, e rimuoverne l’infausta presenza dal campo delle possibilità da prendere realmente in considerazione.

“Fu sempre savio ed equilibrato e il dramma della sua anima o dei suoi nervi sembra dunque un mistero. Ma una cosa è certa, e l’attestano con grande sicurezza tutti gli amici, la famiglia, ed io stessa che sono la madre: non si notarono mai in lui i precedenti clinici o morali che potrebbero fare pensare al suicidio; al contrario, la serenità e la severità della sua vita e dei suoi studi permettono, anzi impongono di considerarlo soltanto come una vittima della scienza”. Così scrive Dorina Corso Majorana a Benito Mussolini, nella lettera di cui abbiamo già parlato nel Capitolo I, e sulla quale avremo modo di tornare nell’Epilogo, a proposito di quella particolare espressione: “vittima della scienza”. Con essa, peraltro, l’infelice madre intendeva evidentemente soltanto ‘incolpare’, per quanto accaduto al figlio, il grande impegno che lo aveva completamente assorbito nel corso dei suoi difficili studi.

Certo, si potrebbe osservare, proprio la madre, o i parenti più stretti, possono essere gli ultimi a comprendere quali oscure angosce siano capaci di agitarsi nell’animo di una persona, che in modo particolare ad essi potrebbe voler tenere celate le sue pene più segrete, per non costringerli a condividere con lui il peso della propria sofferenza. Pure, contro l’ipotesi del suicidio si ergono tanti diversi elementi obiettivi, che val la pena di rammentarli qui apertamente, prima di procedere in altre direzioni.

Innanzi tutto, un suicida lascia di solito un corpo dietro di sé. Quando è sospinto all’atto inconsulto, per il quale è sempre comunque necessario uno stato di coraggiosa esaltazione, non è presumibilmente più in grado di fare attenzione a certi particolari ‘terreni’, ma in questo caso – ed è una circostanza delle più importanti, da tenere nella debita considerazione – non c’è nessun cadavere. Majorana si sarebbe semplicemente gettato in mare dalla nave durante il viaggio di ritorno (un viaggio di cui non si può del resto essere proprio sicuri, come abbiamo detto, nonostante alcune incerte testimonianze), questo si afferma per lo più da parte di coloro che pensano a un suicidio, e questa sembra essere stata anche la convinzione di Maria Majorana. Si è indotti a tale presunzione dalle parole contenute nell’espresso a Carrelli, “Il mare mi ha rifiutato”. Ma queste dovrebbero a rigore essere lette, semmai, come segno di un’intenzione che avrebbe animato il giovane prima del viaggio Napoli-Palermo, e non dopo. A quale grado di lucidità e determinazione bisogna pensare per immaginarsi un individuo che progetta il suicidio in un certo modo e per un certo momento, informandone delle terze persone, ma resta poi dissuaso dal compierlo per qualche sconosciuto motivo; sbarca, se ne va in albergo, si premura di informare di nuovo le stesse persone di aver mutato d’avviso, ma poi cambia idea ancora una volta, ritornando al punto di partenza (una sorta di viaggio nel tempo a ritroso), e porta infine a compimento il suo proposito iniziale nello stesso identico modo, ma nel corso di un altro viaggio? Chi pone tanto la sua attenzione sugli ultimi scritti di Majorana, e su queste particolari parole, non dovrebbe trascurare per coerenza gli altri successivi suoi scritti, dai quali sembrerebbe che la ‘crisi suicida’ fosse ormai superata. Si sa bene che chi tenta senza successo il suicidio una prima volta, quasi sempre finisce con il ritentarlo una seconda, ma qui si sarebbe in presenza di un comportamento veramente sconcertante, e difficile da comprendere, anche se si trattasse del caso di un ‘folle suicida’, ciò che Majorana certamente non era. E poi, per forza da una nave, e da una ben precisa nave, doveva buttarsi Majorana? Se voleva proprio morire annegato, e non far trovare il suo cadavere[3] – cosa della quale non avrebbe potuto comunque essere assolutamente certo scegliendo codesto modo, a meno che non andasse in giro zavorrato con del piombo, visto che per il resto non risulta avesse con sé alcun bagaglio[4] – avrebbe potuto trovare delle altrettanto valide alternative in Sicilia, senza ‘sprecare’ il prezzo del biglietto per il viaggio di ritorno, o preferire un altro itinerario. E ancora, neppure questo va dimenticato, Majorana, da buon siciliano nato in un paese di mare, sapeva nuotare perfettamente, come si sa per certo da alcuni particolari ricordi dei suoi amici, e uno scienziato che avesse voluto togliersi la vita avrebbe ben potuto trovare dei mezzi di più semplice attuazione, e soprattutto meno spettacolari, che gettarsi in mare da una nave: non è facile per un provetto nuotatore annegare, con il rischio ulteriore poi che qualcuno lo notasse, e facesse fermare la nave nel tentativo di ripescarlo[5]!

Oltre tutte queste, l’ipotesi del suicidio appare manchevole (nel senso che non riuscirebbe a renderne facilmente conto) per almeno tre altre ragioni. La prima consiste in alcune delle azioni, nell’ottica del suicidio ‘inspiegabili’, effettuate da Majorana prima della sua partenza da Napoli. Perché un futuro suicida avrebbe dovuto ritirare, come abbiamo detto, tanto denaro dalla banca, cosa avrebbe potuto farsene[6]? E perché avrebbe portato con sé, come pare, anche il suo passaporto? Certo, si potrebbe pensare a un iniziale piano di fuga, che si sarebbe concluso invece poi, chissà perché, con un atto disperato, ma, stante la statura intellettuale dello scomparso, capace sicuramente di programmare i propri atti con la chiarezza di un consumato giocatore di scacchi, questa possibilità appare poco verosimile.

Un ulteriore elemento per il ridimensionamento dell’ipotesi del suicidio è di carattere psicologico, ma non va per questo trascurato, anzi. Ad esso si richiamava del resto, e propriamente, la madre di Ettore nella sua ‘supplica’ al Duce. Il fatto è che un suicidio ha di solito dei chiari elementi premonitori, quando non si tratti di una decisione improvvisa, dovuta però allora ad una causa pure improvvisa, quale per esempio un imprevisto arresto infamante, l’arrivo di una notizia particolarmente sconvolgente, che priva il suicida dell’indispensabile speranza nel futuro, etc.. Questi ‘segnali’ sono difficili da decifrare per un non esperto ‘prima’ del fatto, ma assumono anche a occhi non esperti il loro particolare significato con il senno di poi[7]. Nel caso che stiamo esaminando non sembra si sia verificato nulla di simile, nessuna testimonianza afferma qualcosa di interessante al riguardo. Majorana era evidentemente nervoso (ma da diversi anni), turbato in quel particolare momento da qualche grave preoccupazione, ma non avrebbe mostrato quel classico distacco dalle proprie cose che mostrano i suicidi con così larga premeditazione[8]. A proposito di ‘segnali premonitori’, possiamo aggiungere un commento che abbiamo fin qui rimandato[9]. E cioè che non c’è negli ultimi scritti di Majorana la minima traccia dell’emozione che si può presumere in un futuro suicida: la calligrafia è estremamente ordinata, le righe allineate, i dettagli curati, quali l’indicazione della città da cui scrive, e la data, ivi compresa quell’indicazione XVI (ovvero il riferimento alla nuova datazione secondo l’Era Fascista, espresso in cifre romane, come si usava all’epoca), che è costantemente separata dalla data ordinaria con un trattino. Dopo l’indicazione della città, si trova sempre una virgola, tranne che nel messaggio ai familiari, pignolerie da ‘matematico’ (più che riflessi condizionati, come si potrebbe pensare), che Majorana non dimentica neanche in momenti che bisogna immaginare comunque abbastanza concitati. Osservazioni analoghe si potrebbero fare per la firma (e l’espressione “aff.mo”, affezionatissimo, che la precede), l’impostazione del testo, etc., e si potrebbe finire con il concludere che le lettere sembrano quasi fatte in copia. Ancora una volta, quindi, tutto conferma l’immagine di un Majorana che ha in qualche modo molto consciamente e freddamente progettato i suoi ultimi ‘bizzarri’ atti su questa terra (quelli almeno che ci sono noti), e tale constatazione assume le dimensioni di un dato di fatto dal quale non si può prescindere in ogni tentativo di ricostruzione dignitoso di questa storia.

A rendere difficilmente credibile l’ipotesi del suicidio si erge infine, e soprattutto, un argomento di carattere etico, che avremo modo di sviluppare ancora di più nel seguito. Infatti, trattandosi nel caso specifico di un siciliano, legato quindi in modo particolare alla famiglia, tanto quanto questa era legata a lui, ci sarebbe da chiedersi: perché così poche informazioni, e parole di conforto, alla madre, ai fratelli? Addirittura meno che a Carrelli, con il quale si diffonde a ricordare uno tra i pochi studenti che aveva di recente conosciuto lì a Napoli, Sciuti. Secondo una testimonianza di un vecchio compagno di studi di Majorana, dei tempi del Liceo “Massimo”, Gastone Piquè, Ettore considerava il suicidio come una delle vie d’uscita dal vivere lecite e percorribili per chi si fosse trovato a dover condurre la propria vita frammezzo a gravi difficoltà, quali quelle relative alle sofferenze causate da una malattia inguaribile. “Io non concepisco che uno continui a vivere se è malato”, ricorda Piquè essergli stato detto un giorno a Roma da parte dell’amico[10]. Ma se tale opinione appare un ben verosimile elemento costituente il patrimonio intellettuale di un severo scienziato, scarsamente propenso a considerazioni di natura religiosa (non esiste traccia di inclinazioni di Majorana in questo senso), resta il fatto che non si è mai saputo di alcuna visita medica nella quale sia stata annunciata a Majorana una tale condizione fisica (e, dopo la scomparsa, forse, qualcosa se ne dovrebbe essere venuti a sapere). Anche in questo caso, comunque, un suicida della sensibilità di Majorana, e della sua tradizione etico-familiare, non avrebbe certamente mancato di indirizzare ai suoi cari quelle espressioni di conforto e di ultimo affetto che avessero escluso in modo definitivo l’esistenza di altre possibili motivazioni, e l’inevitabile (in caso contrario) insorgenza dei sensi di colpa in chi è più vicino, o avrebbe dovuto esserlo, a chi ha commesso suicidio. Non va dimenticato che un simile atto è considerato dalla nostra cultura come genericamente riprovevole, e un tale giudizio negativo potrebbe essere contrastato solo con adeguate, importanti, quindi al limite accettabili, motivazioni, il che non sembra impresa troppo difficile soprattutto per chi, come Majorana, dimostra tanta lucida premeditazione, e riflessione, sul tema. Del resto, il suicidio resta di fatto un’azione violenta non solo verso se stessi, ma anche verso gli altri che ci sono prossimi, e che si rischia di ledere irreversibilmente. “Il suicidio […] costituisce un’esperienza emotiva enormemente più devastante di qualsiasi altra causa di morte e ciò non solo per la natura così misteriosa e incomprensibile dell’atto autorepressivo, ma perché il suicidio è un evento senza tempo per il quale il lutto e il senso di colpa non hanno mai fine: per i sopravvissuti è una morte infinitamente prolungata e dunque foriera di altre morti, fisiche o morali. Per quanto efficaci possano essere gli inconsci meccanismi difensivi, dal giorno del suicidio del loro caro, i familiari vivono con la morte dentro”[11].

   Majorana, così attento a certi particolari, e abituato alle complicate trattazioni teoriche proprie della sua disciplina, avrebbe trascurato tali prevedibili conseguenze del suo gesto? Se di fatto queste sono spesso dimenticate, è perché il suicidio avviene allora in quello che si dice un ‘istante di follia’, a seguito di un attacco acuto di depressione al quale un’anima fragile, o un fisico debilitato, non sanno resistere, ma queste condizioni contrastano con tutto quello che abbiamo raccontato su Majorana, e sulle sue ultime ore. Naturalmente, si potrebbe obiettare, a meno che certe azioni, e certi scritti, non avessero avuto viceversa proprio la finalità di risparmiare dolore alla sua famiglia, inducendo a far credere alla fuga (o lasciando una porta aperta in tale direzione), piuttosto che al suicidio, d’onde per esempio una (e quasi l’unica) possibile spiegazione per il fatto che il cadavere non si trova. “Una concreta speranza, con la sua ‘macchinazione’, Ettore l’ha ora lasciata alla famiglia. Sì che la madre resterà convinta che il figlio non si fosse suicidato”, con queste parole indica Recami tale possibilità nel suo saggio[12]. Questione di scelte psicologiche sottili, se sia preferibile per esempio il dubbio alla certezza (per devastante che questa possa essere quando si ha a che fare con il suicidio di una persona vicina, secondo quanto detto, si può sperare di guarire, almeno in parte, e con il tempo; il dubbio, resta invece eterno), in un continuo gioco di specchi, dove ogni particolare si presta a portare luce tanto in una direzione quanto nella contraria. Ma, in questo caso, c’è da domandarsi: se un Majorana così sensibile alla pena dei familiari e degli amici, voleva davvero che si pensasse a una sua fuga, e non a un suicidio, e lo si suppone tanto abile da riuscire a non far ritrovare il suo cadavere, perché mai non avrebbe allora progettato di lasciare dietro di sé delle tracce più univoche, e meno ambigue (come di fatto invece furono)? Indizi cioè che facessero pensare soltanto ad una fuga, e non anche a un possibile suicidio? A chi erano destinate le altre contraddittorie informazioni? Voleva forse che almeno qualcuno potesse provare un senso di colpa per la sua decisione?! O dobbiamo pensare di essere di fronte a una persona che prima compie certi atti senza rendersi conto delle loro prevedibili conseguenze, e poi, colta da repentina illuminazione, cerca di porvi rimedio, ma in modo maldestro? Questo sarebbe infatti l’unico modo di rendere verosimile l’ipotesi del suicidio mascherato da fuga: immaginare un Majorana che prima scrive un biglietto suicida alla sua famiglia, poi si rende conto che non è il caso, e improvvisa da Palermo, all’ultimo momento, qualche indizio contrastante che possa far pensare alla fuga – senza neanche pensare però, per esempio, di telefonare al suo albergo a Napoli, perché venga rintracciata la busta da lui lasciata nella sua camera, e distrutta. Via, tutto quello che sappiamo di Majorana lascia escludere queste eventualità; ma, naturalmente, si sta parlando delle connotazioni psicologiche di un’anima, e per di più di un’anima turbata, e tutto rimane in fondo possibile…

   Dopo questo excursus sulla scarsa verosimiglianza dell’ipotesi del suicidio, che lascerebbe come detto inspiegata tutta una serie di particolari, di natura tanto fattuale che spirituale, dobbiamo in verità ammettere che essa resta comunque, come più volte ripeteremo, una delle possibili ‘soluzioni’ di questa vicenda che non si potranno mai del tutto escludere[13]. Rimane sempre, infatti, il problema della laconica lettera “Alla mia famiglia”, ed è chiaro che per essa è necessario trovare una collocazione logica decente all’interno di una qualsiasi ricostruzione ipotetica che voglia allontanarsi dalla primissima e ‘facile’ pista della soppressione volontaria.

   Torniamo adesso ad esaminare invece quella che abbiamo detto fu l’ipotesi più seguita dalla famiglia, e che potremmo definire spiritualista: il ritiro in qualche convento, a causa di una crisi mistica dai contorni non meglio definiti, ma riconducibile comunque genericamente alla sensibilità esasperata dello scomparso, e alle difficoltà intellettuali causategli dai suoi studi, e dalle relazioni personali che ne conseguivano. Tale convinzione familiare fu del resto alimentata da quel genere di ‘riconoscimenti’ che si verificano sempre in questo tipo di situazioni[14]. Un certo padre gesuita avrebbe riconosciuto in Majorana il giovane che si era presentato, gli ultimi giorni di marzo, o i primi di aprile, presso la Chiesa detta del Gesù Nuovo, in Napoli, “chiedendo di essere ospitato in un ritiro per fare esperimento di vita religiosa”[15]. In una Nota del Questore di Napoli, del 29 aprile, si dice che sarebbe emerso che “lo scomparso, pare il 12 corrente, si presentava al Convento di S. Pasquale di Portici per essere ammesso in quell’ordine religioso, ma non essendo stata accolta la richiesta, si allontanò per ignota destinazione”[16]. Un’infermiera, che Majorana aveva avuto modo di frequentare come paziente, lo avrebbe visto, e riconosciuto, a Napoli, in uno dei primi giorni di aprile[17], etc..

   Dell’ipotesi della fuga volontaria, del ritiro spirituale, si è fatto illustre fautore Leonardo Sciascia, nel suo breve scritto sul caso Majorana che abbiamo citato in Avvertenza. Dopo aver escluso anche lui l’ipotesi del suicidio, Sciascia alimenta la credenza che Majorana si sarebbe ritirato in un certo convento certosino, da uno dei membri del quale un suo amico avrebbe ricevuto anni prima la confidenza che “tra i ‘padri’ si trovava un grande scienziato[18]. Quali le motivazioni di tale ritiro dal mondo secondo l’opinione del grande scrittore siciliano? Majorana avrebbe “visto quello che i fisici dell’Istituto romano non riuscivano a vedere”, e cioè le terribili conseguenze della ‘scoperta’ dell’energia nucleare, e non volendo averci nulla a che fare se ne sarebbe dissociato, come vedremo poco più tardi avrebbe fatto, ma con ben altre esplicite modalità, Rasetti[19].

   Castellani oscilla invece, in DM, tra le due ipotesi della fuga e del suicidio, che peraltro considera correttamente, come abbiamo qui proposto, molto vicine concettualmente tra loro: “La fuga dal mondo appare come una conseguenza ineluttabile. Fuga? Suicidio? La fuga, in certi casi, è il suicidio”[20].

   Recami, dal canto suo, pur non attribuendo eccessivo credito all'”ipotesi spiritualista”, si muove in un contesto interpretativo che possiamo dire analogo, dando credito alla diceria di una fuga di Majorana in Argentina (a favore della quale non riesce ad offrire però elementi sostanziali), dovuta al solito ai più svariati motivi di ordine personale[21]: la difficoltà di trovare una compagna per la propria vita (E. Amaldi); le non brillanti condizioni di salute, dovute a una gastrite, di presumibile origine nervosa, che lo infastidiva da anni (P. Caldirola[22]); un turbamento per le gravi disavventure giudiziarie nelle quali erano incorsi, ma non proprio pochi anni prima, alcuni parenti[23]; uno stato depressivo causato dalla morte del padre, per la verità neppure essa troppo recente, essendo avvenuta nel 1934[24]; i principi di un ‘esaurimento scientifico’ (vedi anche l’articolo di Segrè riportato nel successivo Capitolo V); etc.[25]. Recami esclude invece, con ammirevole coerenza interna (vedi anche le sue pp. 61-63), perché non ne ha “riscontrato evidenze”, la possibilità di un profetico “rifiuto delle armi nucleari”, l’ipotesi cioè di un Majorana che, avendo intravisto certe inquietanti prospettive delle ricerche sull’energia nucleare, sarebbe fuggito “davanti al pericolo di certe applicazioni tecnologiche del pensiero scientifico”[26]. E’ veramente strano che si sia continuato a insistere per decenni su tale tasto[27], quando di fatto almeno l’Europa mai ha conosciuto un così lungo periodo di pace, e questa condizione sembra oggi essersi addirittura estesa a gran parte della Terra. Tale situazione autorizza addirittura a considerare non lontana dal vero l’opinione che mezzi di distruzione estremi abbiano piuttosto dissuaso, che non favorito, la naturale aggressività degli uomini e degli stati[28]. Certo, potrebbe obiettarsi, Majorana non conosceva ancora questi sviluppi futuri, ma con la sua intelligenza avrebbe ben potuto prevederli. Sempre tenuto conto delle sue indiscusse capacità intellettuali, sembrerebbe in ogni caso assai fondato ritenere che, se siffatti pensieri hanno davvero mai sfiorato la mente di Majorana, questi avrebbe ben compreso che di fronte ai rischi di una certa situazione sarebbe stato molto più utile rimanere vivo e presente, onde poter intervenire eventualmente dall’interno a modificare il corso degli eventi, che non restarsene lontano, in disparte, o peggio, essere morto, in una condizione di assoluta impotenza. Ma tant’è, non si può non riconoscere con rammarico essere viceversa questa l’interpretazione oggi più diffusa del dramma di Majorana. A mo’ d’esempio, diamo soltanto il titolo di alcuni degli articoli su Majorana, comparsi su quotidiani o riviste, citati alla fine di DM: “Il giovane fisico siciliano che morì per non vedere l’atomica”, “Si uccise per non vedere esplodere la sua bomba atomica”, “Rivive il dramma del primo suicidio atomico”, “L’atomica a Mussolini? Meglio sparire”.

   Non vogliamo però qui approfondire troppo tutte le possibili variazioni, sia la ‘principale’ che le ‘secondarie’, di questo stesso tema[29] (variazioni, come abbiamo detto, sia quanto a destinazione, che quanto a motivazioni). Proporremo infatti di considerare l’ipotesi della fuga poco credibile in generale per le stesse ragioni di natura etica precedentemente analizzate, per le quali di solito coloro che propendono per questa soluzione della vicenda escludono invece la possibilità del suicidio. Né, del resto, questa nostra conclusione deve apparire ‘originale’, perché, a proposito di allontanamento e suicidio, ripetiamolo, il secondo deve ritenersi nient’altro che un caso particolare, ancorché estremo, del primo. Appartengono entrambi, dal punto di vista qualitativo, alla categoria delle decisioni volontarie, e si differenziano soltanto dal punto di vista quantitativo, del limite fino al quale la convinzione che si possa trovare sollievo solo attraverso un distacco da certe situazioni, da certi ambienti, può essere spinto. Un suicidio è senz’altro una fuga, e una fuga può essere un suicidio, almeno per certe persone…

   La motivazione di quanto appena enunciato è che appare infatti evidente, sempre, in Majorana una preoccupazione, un’attenzione costante nei confronti degli altri, che non è così usuale riscontrare, e che è anch’essa segno ovviamente (oltre che di una severa educazione) di una sensibilità quasi morbosa. Pure nelle lettere a Carrelli, in un momento così manifestamente delicato della propria vita, tiene a sottolineare che dietro alla sua decisione non c’è “un solo granello di egoismo”, e si fa interprete del disagio che la sua assenza potrà causare agli studenti! Orbene, una persona di questo genere, dai forti sentimenti familiari, sarebbe fuggita, in un convento, a Tunisi, in Argentina, o dove si vuole, senza portare a conoscenza di questo suo gesto i propri congiunti, senza cercare di lenire in qualche modo il dolore della madre, dei fratelli, delle sorelle, che avrebbero potuto ritenerlo, e ben a ragione, morto? E se non avesse potuto inviare tale cenno al tempo stesso della fuga, per ragioni che ci sono ignote, ma che potremmo anche supporre di natura puramente psicologica, non si sarebbe fatto vivo qualche tempo dopo, a freddo, placate le tempeste della prima ora, per allontanare dall’animo delle persone care quella pena che sapeva certamente sarebbe rimasta perdurante tutto il periodo della sua inspiegata assenza? Un’angoscia che, uno spirito come il suo, non avrebbe sopportato di lasciare in dolente perpetua eredità ai propri familiari, consapevole che esso sarebbe stato presente in ogni pensiero, in ogni ricordo, che avesse continuato a riferirsi a lui. Per i fautori dell’ipotesi della ‘fuga mistica’, infine, quale consigliere spirituale avrebbe mai consentito a Ettore di lasciare nel dubbio e nella disperazione più lancinanti l’intera sua famiglia, per tanti anni? Bisognerebbe pensare che Majorana fosse riuscito a ritirarsi da qualche parte in assoluto incognito, ma si tratta di cosa più facile da dirsi che non da farsi, e tanto più a quei tempi (ancora non così ‘cosmopoliti’ come questi nostri presenti); a meno che uno non scelga come cornice per la sua nuova vita qualche ambiente esotico, quali un’isola del Pacifico, o la giungla amazzonica (ma anche lì non è probabilmente troppo facile passare inosservati…).

   Dopo avere così esaminato le due interpretazioni più autorevoli e comuni sulla conclusione almeno della ‘storia pubblica’ di Ettore Majorana, e aver spiegato perché ciascuna, per un motivo o per l’altro, lascia qualcosa a desiderare in ordine alla sua completa plausibilità, cosa ci resta? Abbiamo esaurito tutte le possibilità del pensiero, o esiste qualche pista ancora inesplorata?

   Per rispondere a questa domanda, indipendentemente dai pareri di precursori più o meno illustri, che non sembrano essere stati molto convincenti, riprendiamo tutta l’indagine in mano da capo, e ragioniamo con la nostra testa. Quali sono i fatti certi? Majorana è scomparso, senza che ci sia un cadavere a testimoniarne l’avvenuto decesso, e ha lasciato dietro di sé delle tracce, scritti e azioni, che non possono non far pensare a propositi di ‘fuga’, comprendendo in questo concetto anche, come è stato sostenuto, il caso estremo del suicidio. Sarà bene però distinguere quelle che potevano essere le sue intenzioni, probabilmente ancora molteplici, e non univocamente definite, in quegli ultimi fatidici giorni del mese di marzo del 1938, da quanto effettivamente poté poi accadergli. Il doveroso punto di partenza per un’indagine è il fatto indubitabile della sua SCOMPARSA, e la logica ci pone allora di fronte a due sole coppie di alternative: la scomparsa di Majorana fu un evento VOLONTARIO (V), o INVOLONTARIO (V’), e fu dovuta alla MORTE del protagonista (M), oppure no (M’). Esse si combinano per indicarci quattro sole possibilità: le due sin qui esaminate, M’V (la fuga), MV (il suicidio), che hanno in comune la sigla V. Ma ne rimangono altre due, molto più inquietanti, e meno analizzate, delle precedenti, che appartengono alla categoria delle decisioni non volontarie: vale a dire MV’, che bisogna avere il coraggio di leggere OMICIDIO[30], e M’V’, ovvero RAPIMENTO.

   Ecco che abbiamo quindi pronunciato le parole che ogni studio “politicamente”, o “accademicamente”, “corretto” sul caso Majorana sembra voler evitare come la peste, e che se introduce per un istante (e in realtà al massimo una sola delle due) è soltanto per fugarne immediatamente anche la sola evocazione, come a voler distogliere l’attenzione del lettore da una loro effettiva possibilità. Così si esprime per esempio Sciascia nei riguardi dei due casi che abbiamo contrassegnato con il segno V’, preferendo piuttosto favoleggiare, sulla scia delle suggestioni esistenziali che sono l’oggetto principale del suo lavoro, di un “dramma religioso, e diremmo pascaliano”[31]: “Su questa strada si può anche arrivare all’amenità della mafia che si dedicasse alla tratta dei fisici come a quella delle bianche”[32]. Mentre così si era espresso lo stesso autore in precedenza[33], con un certo qual aristocratico spregio per la categoria della ‘gente comune’, a proposito di una comunicazione anonima, datata 6 agosto 1938, contenuta nel fascicolo di polizia su Ettore Majorana da cui sono state tratte tutte le precedenti informazioni:

   “Questa breve comunicazione eloquentemente dice della estrazione e livello della generalità dei ‘confidenti’. Gli ‘ambienti’ in cui allora poteva nascere il sospetto che nella scomparsa di Majorana ci fosse un intrigo spionistico ‘contro gli interessi italiani’, altri non potevano essere che quelli della burocrazia infima, dei portieri (categoria alla quale molto probabilmente l’anonimo ‘confidente’ apparteneva), dei bottegai; non certo quelli dei fisici, dei diplomatici, delle alte gerarchie militari o ministeriali. Ed è facile pensare che il sospetto sia nato dopo che ‘La Domenica del Corriere’ pubblicò l’annuncio della scomparsa: e tra i lettori di quel settimanale[34]“.

   La nota di cui trattasi appare invece particolarmente inquietante, secondo lo scenario alternativo di tipo V’ che verremo presto costruendo, in quanto riferiva che:

   “Sempre a proposito di movimenti contro gli interessi italiani si prospetta in qualche ambiente, che la scomparsa del Majorana, uomo di grandissimo valore nel campo fisico e specialmente radio, l’unico che poteva seguitare gli studi di Marconi, nell’interesse della difesa nazionale, sia vittima di qualche oscuro complotto, per levarlo dalla circolazione”.

   Non diverso è l’atteggiamento di Edoardo Amaldi nei confronti di simili ‘illazioni’: “Solo quasi trent’anni dopo, qualcuno che non lo aveva mai conosciuto o che lo aveva conosciuto solo molto superficialmente, immaginò un rapimento o una fuga in relazione con ipotetici affari di spionaggio atomico. Ma per chi ha vissuto nell’ambiente dei fisici nucleari dell’epoca e ha conosciuto Ettore Majorana una simile ipotesi non solo è destituita di qualsiasi fondamento, ma è assurda sia sul piano storico che su quello umano”[35], come se la sola circostanza che un’idea venga in mente con qualche ‘ritardo’ (ma questo non fu del tutto il caso, come abbiamo visto, e come ancora vedremo) possa essere un fattore decisivo per valutare la sua maggiore o minore attendibilità…

   Solo un poco migliore è l’atteggiamento dell’autore di DM, il quale dedica una sezione apposita a: “L’ipotesi del rapimento”[36], e solo a questo, ma la chiude assai presto facendo propria “la perentoria affermazione di Amaldi” che abbiamo dianzi richiamato.

   Recami, dal canto suo, è come sempre più sobrio, e dice soltanto che: “Del tutto destituite di fondamento sono le fantasie – frutto molto più tardo – circa un rapimento da parte straniera (a quel tempo i politici non avevano alcun sentore dell’importanza della fisica nucleare)”[37]. Ancora un accenno al ‘ritardo’ temporale, dunque, e solo all’ipotesi del rapimento, mentre della veridicità dell’ultima affermazione riportata tra parentesi saremo costretti a doverci occupare sin dal prossimo capitolo.

   Il già citato ‘racconto’ del Frezza, del quale diremo qualcosa di più particolareggiato nel Capitolo VI, è l’unico, a conoscenza del presente autore, che sembra prendere in qualche modo ‘sul serio’ l’ipotesi del rapimento, pur presentandola in una cornice volutamente fantastica, nella tradizione della più pura narrativa di spionaggio – venutasi ad affermare nel cosiddetto “mondo libero” al termine del conflitto, nel quadro culturale di quella che fu definita come una “guerra fredda”.

   Comunque, si noti che nessuno dei commentatori precedenti osa mai neppure proferire la terribile parola, “omicidio”, perché essa costringe a pensare non solo alla vittima, che l’ha subito, ma anche a chi l’abbia potuto commettere, e non deve esserci in questa storia, e soprattutto nell’ambiente che frequentava Majorana, spazio per sospetti del genere…

   Ma noi, invece, chiediamoci pure, liberamente: chi avrebbe potuto voler sopprimere Majorana, o rapirlo, e perché tanta reticenza a che si discutano, anche soltanto a livello di supposizioni, queste ipotesi? Hanno esse qualche fondamento, almeno non minore delle due che sono state in precedenza ampiamente analizzate?

   Queste domande ci riportano agli interrogativi che sono stati lasciati in sospeso dalla fine del Capitolo I: cosa si recò a fare Majorana a Palermo?, cosa temeva tanto da essersi preparato anche una possibile fuga, per di più organizzata in modo tale che si pensasse alla sua morte per suicidio? Aggiungiamo che non bisogna trascurare la circostanza che, anche se quanto avvenne fu poi un suicidio, un’analisi delle ultime ore trascorse da Majorana a Palermo assume ugualmente un ruolo importante per la comprensione di questa vicenda, in quanto queste sarebbero state comunque determinanti per la maturazione di un progetto suicida che sembrava scongiurato, almeno la mattina del giorno 26. Naturalmente, essendoci ormai immersi nel piano delle ricostruzioni ‘romanzesche’, bisogna lasciare libero il lettore di supporre anche, sia pure in prima battuta, che quelli che abbiamo precedentemente riportato come gli ultimi scritti dello scienziato non siano autentici, e che altri abbia spedito al suo posto le contraddittorie comunicazioni al ‘povero’ Carrelli – per far credere a un Majorana che si trovava a Palermo, mentre questi non si era mai mosso da Napoli, o da chissà dove! Come abbiamo già detto, non resta purtroppo traccia di persone che l’abbiano visto per certo a Palermo, o sulla nave, e in questi condizioni una fantasia sbrigliata può in effetti elaborare diverse costruzioni tutte ‘logiche’ in egual misura, aventi per di più il vantaggio di far piazza pulita, in un solo colpo, di tante delle incongruenze, dei dettagli tra loro contrastanti, che abbiamo finora esaminato…

   Noi cercheremo di restare però più aderenti possibile a quella che è l’interpretazione corrente degli ultimi movimenti dello scomparso, tornando così ai detti interrogativi fondamentali. “Chi vide, chi incontrò [Majorana] a Palermo? Non lo si è mai saputo”, con queste poche parole si liquida la questione fondamentale in DM (p. 104), e resta comunque strano, come abbiamo già osservato, che almeno le ricerche ufficiali non abbiano saputo far luce su questi particolari, che avrebbero dovuto essere ‘innocui’, qualora si fosse trattato solamente, come si vorrebbe, di una questione privata, a meno che…

   A meno che i veri retroscena della fine di Majorana non fossero considerati ancora più misteriosi, e riservati, di quanto non abbiamo fin qui supposto, e l’apparente scarsità di informazioni raccolte da parte della polizia sia dovuta al fatto che la maggior parte di esse furono viceversa conservate sotto l’indicazione di segrete, e contenute quindi in qualche fascicolo dell’OVRA (Opera Vigilanza Repressione Antifascismo), successivamente smarrito, o fatto scomparire, alla fine degli eventi bellici. Questo, naturalmente, nell’ipotesi più ‘benevola’ verso la nostra intelligence; e bisognerebbe pensare comunque, nel caso certe congetture avessero poi un reale riscontro, a fascicoli riservati su Majorana conservati in archivi di altre ben più efficienti e autentiche intelligence. Il conflitto mondiale, e questa coincidenza temporale va notata, perché potrebbe diventare significativa, iniziò infatti a incendiare tante nazioni soltanto l’anno dopo gli eventi che stiamo raccontando, ma le sue minacciose avvisaglie erano già ben presenti nei cieli d’Europa, e del mondo intero.

CAPITOLO IV

Uno scenario alternativo

“Quanto più i fatti indietreggiano e si allontanano nel tempo, tanto più rimpiccioliscono, diventano apparentemente esangui e pallidi. Ma quanto più rimpiccioliscono, tanto più evidenti appaiono i loro collegamenti con altri fatti e circostanze. La distanza giova all’intelligenza. E’ questo il momento in cui gli storici possono finalmente inforcare gli occhiali e mettersi al lavoro, sine ira et studio. La storiografia è un cannocchiale rovesciato, non una lente di ingrandimento.”

(S. Romano, “Il genocidio e la storia”, in Lettera a un amico ebreo)

   “I delitti di Stato non possono essere trattati con gli stessi metodi usati per i delitti comuni. Soprattutto i delitti di Stato internazionali, quelli che un governo fa compiere fuori dei propri confini. E’ inutile in questi casi esaminare l’arma del delitto, fare perizie balistiche, interrogare eventuali testimoni. Anche catturare l’esecutore o gli esecutori materiali è inutile. Lo è persino risalire agli immediati mandanti di questi, a coloro che materialmente hanno dato l’ordine di uccidere e fornito magari le armi e il danaro. Il motivo è semplice: gli esecutori dei delitti di Stato internazionali ed i loro immediati mandanti non sanno mai per chi realmente hanno lavorato. Gli organizzatori di questi delitti sono dei Servizi Segreti di Stato, come la CIA o l’M1 per intenderci. […] C’è solo un modo per scoprire il mandante di un delitto politico internazionale: conoscere i protagonisti della politica internazionale, e poi ragionare. Ciò non può essere lasciato a Polizia e Carabinieri. Occorre trovare un movente, in pratica porsi la vecchissima domanda: Cui prodest? Trovato il movente – il beneficio portato dal delitto – è trovato il mandante. Si possono poi fare indagini mirate, che sicuramente permetteranno di raccogliere molte prove indiziarie, nessi, coincidenze. Mai la prova provata naturalmente, ma per i delitti politici non si richiede una condanna penale; basta sapere chi è stato[38].

   Abbiamo terminato il precedente capitolo parlando di possibile omicidio, o rapimento; parole dure, sgradevoli, che non fa certo piacere utilizzare in nessun consesso di persone colte e civili, e men che mai in un lavoro accademico, di storia della scienza, soprattutto se chi lo scrive è interessato a glorificare in qualche modo – anche solo per spirito di corporazione – la materia di cui sta narrando gli sviluppi. Se vogliamo andare avanti comunque ad indagare in questa direzione, dobbiamo verosimilmente escludere le motivazioni di ordine privato che sarebbero tipiche per atti di questo genere in un romanzo giallo: per esempio, la vendetta di un marito geloso, o la cupidigia di un potenziale erede, la richiesta di un riscatto… Dobbiamo invece ragionevolmente ipotizzare dei moventi di natura più elevata, e grave; delle ragioni di stato, che avrebbero necessariamente visto coinvolti allora dei servizi segreti, sicché la lunga citazione con cui si apre questo capitolo – dalla interessante rivista intelligentemente diretta dal giornalista e scrittore milanese Maurizio Blondet[39] – è oltremodo opportuna, a stabilire i principi, i metodi, e i limiti, con i quali si potranno svolgere queste nostre ulteriori investigazioni ‘postume’. Non si potrà certamente mai sapere cosa avvenne effettivamente a Majorana, ma fare qualche congettura supplementare sui possibili moventi di un eventuale atto violento nei suoi confronti è certamente possibile, tanto più che, ricordiamolo pure, si sta discutendo qui della scomparsa di uno scienziato esperto di fisica atomica e nucleare, e inoltre ‘contiguo’ al gruppo che avrebbe di lì a poco portato a termine le sue ricerche fino alla costruzione dei primi terribili ordigni atomici. Sì, perché proprio da quegli esperimenti in via Panisperna che abbiamo cercato di illustrare nel Capitolo II, sono nate le bombe che seminarono la morte e la distruzione nelle sventurate città di Hiroshima e Nagasaki, rispettivamente il 6 agosto e il 9 agosto del 1945, provocando nel primo caso circa 80.000 morti (e un pressoché pari numero di feriti; alla fine del 1945 si registravano 140.000 morti causate dall’esplosione), nel secondo 40.000 morti, e circa 60.000 feriti (alla fine del 1945 si registravano 70.000 morti)[40]. Il divario di ‘cifre’ è dovuta alla diversa conformazione geografica delle due località, e al fatto che qualche giorno dopo la prima esplosione la popolazione era stata in qualche modo (bruscamente) preavvertita, ma non va neppure ignorata la circostanza di natura ‘scientifica’ che le due bombe utilizzate erano differenti per potenza e concezione (come spiegheremo nell’Appendice al presente capitolo), secondo la migliore tradizione degli esperimenti in laboratorio, e dei relativi criteri di economia.

   Questa connessione è, come abbiamo visto, appena adombrata nelle interpretazioni ‘ufficiali’, segno che la si vuole evidentemente molto sottovalutata; resta il fatto che non la si può eliminare a suon di anatemi, o perché non viene spiattellata esplicitamente in qualche documento. E se invece proprio questa pista non fosse così ‘falsa’ come si è fin qui preteso in tutti gli studi dedicati al caso? Se la verità fosse diversa proprio in questo punto? Se fosse questa la tessera del puzzle mancante per fornire una risposta almeno logicamente verosimile al mistero Majorana, non sarebbe un peccato contro lo spirito di verità aver trascurato di analizzarla, averla respinta superficialmente, per non offendere suscettibilità eminenti, persone divenute ormai dei “mostri sacri” nell’immaginario collettivo di questo nostro secolo? Se si trattasse di un racconto giallo, o di spionaggio, di fronte alla scomparsa di uno scienziato nucleare, ogni lettore di media immaginazione avanzerebbe sospetti di questo genere; in un caso reale non sarà permesso approfondire certe ipotesi allo stesso modo? Il fatto è che per fare sinceramente e onestamente la storia, è necessario un po’ del distacco del chirurgo, e non il coinvolgimento del giudice, o dell’avvocato. Chi non se la sente di affrontare certi argomenti delicati con un minimo di coraggio, ignorando il mare di ipocrisie e di compiacenze in cui si è costretti a muoversi nello svolgimento di certe attività intellettuali (e probabilmente nella quotidianità di quasi tutte le vite), meglio allora che taccia, o si occupi d’altri argomenti meno ‘spinosi’, come quegli storici di cui parla Fabrizio Battistelli (vedi la precedente Nota N. 3).

   Qualche lettore potrebbe forse pensare che nel proporre questi approfondimenti l’autore si senta particolarmente ‘intelligente’, e ‘originale’, laddove invece, per restare nell’atmosfera del giallo, sospetta piuttosto di essere andato a finire con il sostenere sempre più la parte del Prof. Laurana di Sciascia[41]. Più acuto, e più scaltro, di altri ricercatori, quindi, proprio no; uno dei pochi ‘accademici’ disposti, in cambio di qualche briciola di verità, a correre dei ‘rischi’, trascurando qualche interesse personale, forse…

   Dopo questa premessa, procediamo dunque nella migliore tradizione del racconto di investigazione: una volta determinato un possibile e adeguato movente per l’eventuale atto criminoso (in questo caso appunto puramente ipotetico, per l’assenza del corpus delicti), cosa farebbero dei detective come Hercule Poirot, o Nero Wolfe[42]? Comincerebbero con l’interrogare le diverse persone coinvolte nella vicenda, vicine alla supposta vittima, e cercherebbero di individuare per esempio chi sta mentendo in qualche punto. Andrebbero alla caccia di indizi, nella forma di dichiarazioni reticenti, doppi sensi, pretesti sospetti, coincidenze significative, contraddizioni inspiegabili, incongruenze palesi, sempre senza dimenticare che si troverebbero di fronte, in questo particolare frangente, a grandi intelletti che sono stati la gloria della scienza di questo secolo. Dalla presenza di qualcuno di questi elementi, avrebbero indiretta conferma di essere sulla strada giusta, e proseguirebbero le loro indagini cercando di allargare la prima piccola breccia che siano riusciti a far evidenziare. Nel nostro caso dovremo accontentarci di molto meno, ma vediamo se non si riesca a fare sia pure qualche modesto passo in avanti nella direzione stabilita.

   Avendo deciso di prendere in considerazione il movente legato al futuro sfruttamento dell’energia nucleare, cominciamo con il vedere perché esso viene di solito trascurato, se non a livello di un possibile romantico rifiuto da parte di un ipersensibile e singolare ‘preveggente’, come ipotizza Sciascia. In altre parole, Majorana sapeva?[43] E cosa sapevano nei primi mesi del 1938 altri fisici a lui vicini?

   “La fisica atomica, di cui dovremo principalmente occuparci, nonostante le sue numerose e importanti applicazioni pratiche – e quelle di portata più vasta e forse rivoluzionaria che l’avvenire potrà riservarci – rimane innanzitutto una scienza di enorme interesse speculativo […]”[44].

   Con queste parole profetiche iniziava le lezioni del corso che stava tenendo nel suo primo (e ultimo) anno di insegnamento Ettore Majorana, a Napoli, il 13 gennaio 1938. Già da sole esse, con il senno di poi, dovrebbero essere sufficienti ad aprirci gli occhi. Ma su questo argomento abbiamo qualche testimonianza ulteriore, che proviene dal libro di Valerio Tonini che abbiamo citato in Avvertenza, una ‘fonte’ importante che utilizzeremo più estesamente nel prossimo capitolo.

   “Tuttavia sul punto 1 si hanno, in via Panisperna, idee molto concrete in quanto, come dice Fermi, non è il caso che due osservatori si mettano a litigare per risultati strani e paradossali come quelli della contrazione di un regolo in movimento a velocità prossima a quella della luce, mentre ben altra è l’importanza della scoperta che lega la massa di un corpo alla sua energia: E = mc2 . La grandiosa importanza concettuale di questa relazione ci porta a pensare che se si riuscisse a mettere in libertà l’energia contenuta in un grammo di materia si otterrebbe un’energia maggiore di quella sviluppata in tre anni di lavoro ininterrotto da un motore di mille cavalli. Anche se ci vorrà un po’ di tempo perché si trovi il modo di mettere in libertà queste spaventose quantità di energia ed anche se ciò forse non è del tutto augurabile e possa essere estremamente pericoloso […]”[45].

   Il punto 1 al quale si fa cenno nella precedente citazione riguarda la “relazione relativista” tra massa ed energia, cui si fa esplicito riferimento nel seguito. Le parole sono attribuite allo stesso Ettore Majorana, e debbono risalire a un periodo da collocarsi intorno alla fine del 1930, inizio del 1931, visto che si citano altrove nel testo, e come prossimi, eventi che avranno luogo nel 1931[46]. Esse dimostrano non solo che delle potenzialità dell’equazione fondamentale dell’energia si avevano delle “idee molto concrete” da parte di Fermi e dei suoi discepoli, ma anche che l’atteggiamento del leader nei confronti degli aspetti teorici contro-intuitivi della teoria della relatività di Einstein (inerenti il nuovo modo di concepire lo spazio e il tempo che veniva da questi proposto) era molto pratico, come del resto si conviene a un buon fisico, che preferisce tangibili realtà ad astratte elucubrazioni – e ciò nonostante Fermi fosse, lo ricordiamo, professore proprio di Fisica Teorica. Sì, la teoria di Einstein poteva avere dei fondamenti poco soddisfacenti, forse addirittura errati, ma era inutile stare a discutere su di essi[47]; quelle che contavano erano solo le conclusioni fisiche che se ne potevano trarre, come quella dell’equivalenza massa-energia. Da dove e come una tale ‘perla’ fosse stata dedotta, contava in fondo ben poco; molto più importante era scoprire come potersi impadronire di questa immensa ‘ricchezza’[48].

   Ma non erano ovviamente i fisici italiani i soli a essere consapevoli delle grandi potenzialità della fisica nucleare. “Ogni fisico che si fosse soffermato sul nucleo atomico conosceva certo la sua energia, sapeva che questa era enorme. Il punto era uno solo: riuscire a liberare questa energia per potersene servire. Che la cosa fosse tecnicamente fattibile sembrava incredibile”[49]. Incredibile, o semplicemente difficile, che fosse la cosa, è chiaro che diversi fisici stavano inseguendo tale miraggio, e che questo non escludeva, nelle sue naturali proiezioni, neppure applicazioni belliche. “Ricevendo il Premio Nobel insieme a sua moglie, nel 1935, Frédéric Joliot-Curie dirà: ‘Si può ritenere che gli scienziati, i quali a loro piacimento possono creare e distruggere elementi, riusciranno anche a realizzare formazioni nucleari di carattere esplosivo‘”[50].

   Dovrebbero bastare queste citazioni per farci battere la ‘pista alta’ nelle indagini sull'”affare Majorana”, con non presuntuosa fiducia, e dovremmo cominciare a chiederci: chi ha invece sempre sostenuto il contrario, e negato la possibile rilevanza di tale connessione? Per quale motivo ha tenuto a fare opera che non potrebbe non definirsi a posteriori di ‘depistaggio’, se fosse viceversa vero che il particolare contenuto delle ricerche, e conoscenze scientifiche, di Majorana non è stato estraneo alla sua scomparsa?

   “Dio, per i suoi intenti imperscrutabili, ci rese tutti ciechi”, “La ragione della nostra cecità non è chiara nemmeno oggi”, così rendono il diffuso parere di uno dei personaggi della nostra vicenda due dei testi che abbiamo precedentemente analizzato, rispettivamente DM, p. 124; LS, p. 71. Parole di un eminente protagonista degli avvenimenti in parola, proprio tra quelli di primissimo piano, con le quali si tende ad escludere che nel 1938 il gruppo dei fisici romani che lavorava sotto la direzione di Fermi potesse avere idee abbastanza chiare su quanto di grandioso, e di spaventoso, il futuro progresso delle loro ricerche avrebbe riservato ad essi, e al resto dell’umanità intera[51].

   La persona di cui si sta parlando è Emilio Segrè, il “Basilisco” dei ragazzi di via Panisperna, premio Nobel 1959, che fu durante la guerra, con Enrico Fermi e diversi altri membri del Gotha internazionale della fisica[52], uno dei dirigenti di spicco del famoso “progetto Manhattan”, quello che porterà a compimento la costruzione delle prime bombe atomiche (di questo “progetto” diremo qualcosa nella già citata Appendice al presente capitolo). Delle più autentiche opinioni di Segrè intorno alle possibili applicazioni pratiche dell’energia nucleare, relative al periodo oggetto della nostra indagine, abbiamo però per fortuna un’imprevista e poco sfruttata testimonianza.

   “E. Segrè fu nominato professore ordinario di fisica nucleare a Palermo in data 1.12.1935 e tenne la prolusione il 16.1.1936 su ‘Il nucleo atomico’. Come ricorda un comunicato ufficiale dell’Università, dopo aver ricevuto il benvenuto dal professore Ramiro Fabiani, Preside della Facoltà di Scienze, Segrè ricordò brevemente i suoi illustri predecessori, D. Macaluso e M. La Rosa, e passò poi ad esporre ‘i più recenti progressi della Fisica nucleare’, trattenendosi in particolare sulla scoperta di nuovi elementi mediante bombardamento con neutroni ed accennando ‘alle possibilità di pratiche applicazioni delle scoperte di fisica nucleare'”[53].

   Queste parole rivestono evidentemente per noi uno straordinario interesse, perché ci dicono che non solo Segrè era bene al corrente delle opinioni che condividevano Fermi e Majorana – né avrebbe potuto essere altrimenti – ma anche che nel 1935, l’anno in cui egli si sposò e vinse il concorso a cattedra, era diventato professore proprio a Palermo (in questa città dirigeva, dall’anno del suo arrivo, il locale Istituto di Fisica). In effetti, Segrè rivestiva ancora tale ruolo nei primi mesi del 1938: lasciò infatti l’Italia per gli Stati Uniti soltanto nel mese di luglio del 1938[54], quindi pochissimo tempo dopo la scomparsa di Majorana. Da questo punto in poi, della sua attività oltreoceano, soprattutto durante la guerra, sono piene le cronache (anche se per la maggior parte scritte con intento quasi esclusivamente apologetico) della storia della fisica contemporanea. Per rilevare un’altra delle ‘coincidenze’ di cui è intessuta la nostra storia, fu proprio l’università siciliana, dietro suo ovvio intervento, a richiedere nel 1937 il concorso a cattedra, alcuni particolari del quale abbiamo raccontato nel Capitolo II.

   La ricerca delle motivazioni per un viaggio di Majorana a Palermo, per di più nel contesto socio-politico tanto delicato di cui presto dovremo pur dire qualcosa, non avrebbe dovuto trascurare tale circostanza, ed è invero abbastanza sorprendente che la maggior parte dei commentatori abbia dimenticato di mettere in evidenza, e discutere, questo particolare, che è ben noto ovviamente a tutti[55]. Fa in qualche modo lodevole eccezione DM, che in effetti, a p. 104, tocca, ancorché di sfuggita, l’argomento: “In giornata[56] [Majorana] si era recato all’Università di Palermo per chiedere del suo amico Emilio Segrè, che però era assente con la famiglia”. Sarebbe interessante sapere da dove l’autore ha attinto questa notizia, e non tanto per ciò che concerne l’assenza di Segrè, quanto piuttosto il fatto che Majorana l’avesse cercato all’università, seppure senza successo. Non risultano infatti testimonianze di nessuno che abbia parlato con lo scomparso dopo la sua partenza da Napoli per Palermo, né esistono altri suoi appunti, oltre quelli pluricommentati che abbiamo in precedenza riportato. Si tratta quindi di un altro dei parti della fantasia dell’autore, o di un’informazione ricevuta da qualcuno, forse da uno dei familiari di Majorana? Anche nel caso dell’assenza di Segrè, sarebbe stato in ogni modo interessante cercare di immaginare qualcosa sul perché Majorana desiderasse vederlo. Una normale visita di cortesia tra ‘vecchi amici’, già programmata prima della partenza, o un’ispirazione dell’ultima ora? Majorana non avrebbe annunciato al vecchio amico di via Panisperna la sua intenzione, anche solo per telefono? E tutta questa parte della storia non dovrebbe suonare abbastanza inverosimile, almeno a coloro che esprimono la convinzione che si stia parlando delle ultime azioni di un imminente suicida?

   Sottolineate alcune delle ‘incongruenze interne’ della versione di DM, è chiaro comunque che certi interrogativi diventano fondamentali anche per noi. Dove si trovava Segrè in quei giorni di marzo che sono al centro della nostra indagine? Majorana lo ha davvero cercato o incontrato in qualche modo? Quale era lo stato autentico dei rapporti tra i due? Perché nessuno pensa a darci qualche informazione riguardo questi potenzialmente importanti particolari?

   Le risposte a tali quesiti sarebbero ovviamente indispensabili per dissipare certi dubbi, o per confermare certe intuizioni, ma è ovvio ormai che alcuni particolari resteranno per sempre avvolti nell’incertezza, sicché non potremo sapere mai veramente (e saremo quindi costretti solo a immaginarlo) perché Majorana era tanto turbato alla prospettiva di un futuro incontro con non sappiamo chi a Palermo. Resta il fatto che Segrè entra comunque prepotentemente con la sua spiccata personalità nelle nostre ricostruzioni ipotetiche, e non si può non essere curiosi di sapere qualcosa di più almeno sulle sue dichiarazioni ufficiali relative ai propri rapporti con Majorana. A proposito di un’eventuale documentazione inerente le relazioni con lo sfortunato collega, egli fu molto esplicito: essa andò tutta perduta nel naufragio dell’Andrea Doria – analogo a quello ben più famoso del Titanic, assurto di recente a nuova notorietà in virtù di meriti cinematografici[57] – che avvenne nel mese di luglio del 1956, quando era stato inviato, dall’Italia a lui in America, un pacco contenente documenti ed effetti personali. A questo spettacolare smarrimento a causa di un naufragio farebbe cenno esplicito anche Amaldi[58], segno che doveva trattarsi di un episodio ben conosciuto presso gli ex ragazzi di via Panisperna, e la ricerca in questo senso si potrebbe ritenere conclusa, ma… Ma a questo punto interviene un elemento a sorpresa, prima di introdurre il quale, con ragionato senso della suspense, ci divertiremo a sottolineare un’altra delle ‘incongruenze’ nelle quali incorre l’autore di DM.

   Abbiamo appena detto che il naufragio della nave italiana viene indicato come motivazione da Segrè (e da Amaldi) per la scomparsa del materiale riguardante Majorana. Orbene, lo stesso evento drammatico viene chiamato in causa da Castellani anche per la perdita di altra documentazione concernente la vicenda del fisico siciliano: “Gli ultimi documenti importanti – copie di lettere, appunti, testimonianze – vennero spediti in Italia dal fratello di Ettore, Luciano Majorana, residente negli Stati Uniti, per essere utilizzati in un lavoro biografico. Il plico fu imbarcato sull’incrociatore [sic] Andrea Doria, che sarebbe colato a picco il 25 luglio 1956. Dunque gli ultimi documenti giacciono ormai inutilizzabili in fondo all’oceano”[59].

   Quante cose di Ettore Majorana dovrebbero giacere sepolte sotto il peso dell’acqua del mare, almeno a sentire tante voci: ma certamente non quelle a cui fa riferimento Castellani nel brano precedente! Perché l’Andrea Doria stava facendo rotta dall’Italia verso gli Stati Uniti, e non viceversa, sicché è impossibile che contenesse qualcosa che una persona residente in quel paese volesse spedire qui da noi. In sviste simili, nel campo della ricerca storica, può naturalmente sempre incorrere chiunque[60], ma sarebbe interessante conoscere l’origine di questa, dal momento che nel presente caso è strano che l’autore non si accorga di una incoerenza interna, avendo ascritto in seguito lo stesso episodio, al momento di riportare la precedente dichiarazione di Segrè, alla scomparsa di materiale che proveniva dall’Italia diretto verso gli Stati Uniti[61] (c’è da pensare che quando si cerca un pretesto i ‘fisici’ siano più abili della ‘gente comune’?!).

   Tornando, dopo questa breve digressione, al nostro elemento a sorpresa, scopriamo che, nonostante quanto avesse in un primo momento affermato, lo stesso Segrè, nel 1988, si riscopre in possesso di una superstite lettera di Majorana, una lettera assai particolare per il suo contenuto, come presto vedremo, e decide di renderla pubblica “nel solo interesse storico”[62].

   Rivestendo tale documento eccezionale importanza per questo nostro studio, lo trascriviamo qui di seguito integralmente, facendo precedere la lettera dalla presentazione che ne fece in quell’occasione lo stesso Segrè (il seguito di questo articolo sarà riportato nel prossimo capitolo).

   “In un recente libro sul fisico teorico Ettore Majorana, già professore all’università di Napoli e sparito nel 1938, il prof. E. Recami ha pubblicato molte delle sue lettere. La raccolta comprende parecchie missive del 1933, da Lipsia, dirette alla famiglia (E. Recami, “Il caso Majorana”, Milano, Mondadori, 1987).

   Nella eccellente biografia di Majorana scritta da E. Amaldi nel 1961 (E. Amaldi, “La vita e l’opera di Ettore Majorana”, Roma, Accademia dei Lincei, 1966) e riprodotta con poche varianti in un suo articolo del 1968 (E. Amaldi, “Ricordo di Ettore Majorana”, in “Giornale di Fisica”, vol. 9, 1968, p. 300) egli fa menzione di una lettera inviatami da Majorana da Lipsia. Amaldi dice: ‘Nel periodo trascorso all’estero Majorana fu colpito dal livello economico e organizzativo tedesco, tanto da concepire una grande ammirazione per la Germania, ammirazione che espresse in alcune occasioni, in particolare in una lettera a Emilio Segrè in cui egli cerca di dare una spiegazione – inaccettabile per la maggior parte dei suoi amici – della politica del governo tedesco dell’epoca’.

   Per lungo tempo credetti che questa lettera fosse sparita, assieme ad altri documenti, in un pacco affondato col piroscafo Andrea Doria; invece, parecchi anni fa, la ritrovai. Tuttavia, reputai meglio non pubblicarla per riguardo ad Ettore Majorana, mio caro amico fin dagli anni universitari. Ciò tanto più che credo che a lui non sarebbe piaciuto vederla pubblicata.

   La storia ha però le sue esigenze e dopo oltre cinquanta anni dall’invio della lettera nonché dalla scomparsa di Majorana ho deciso di renderla pubblica”[63].

   Ecco la lettera di Majorana, così come è riportata di seguito nella detta rivista[64].

”  Lipsia, 22.5.33

Caro Segrè,

Molte grazie per la tua pubblicazione. Novità di stagione: si dà peso alla teoria di Dirac degli elettroni positivi.

   Heisenberg se ne occupa seriamente. Una delle conseguenze più interessanti è che un quanto di sufficiente energia può essere assorbito da un campo di forza originando una coppia di elettroni, l’uno positivo e l’altro negativo. Questo potrebbe spiegare in parte l’assorbimento dei nuclei pesanti; Beck ha fatto dei calcoli e trovato il giusto ordine di grandezza. La probabilità che qualsivoglia calcolo di Beck non debba essere riveduto, è considerata piccola.

   Situazione politica interna interamente tranquilla. La situazione del governo non potrà che rafforzarsi per il miglioramento dei rapporti internazionali.

   La questione dell’antisemitismo va giudicata nel quadro della rivoluzione che ha eliminato, dove ha potuto, tutti gli avversari fra i quali si dovevano annoverare, quasi senza eccezione, gli ebrei. Questo non significa che non esista in Germania una gravissima questione ebraica in sé e per sé; ma la soluzione parziale che le si è data può aver subito l’influenza di necessità politiche contingenti.

   La questione ebraica in Germania si presenta in modo affatto diverso che in Italia, sia per lo spirito che anima gli ebrei locali, sia per il loro numero. La proporzione degli ebrei in Germania può apparire esigua al lume della menzogna statistica (1%). In realtà essi dominavano la finanza, la stampa, i partiti politici e a Berlino erano in maggioranza numerica perfino in qualche professione libera, per esempio nella categoria dei procuratori. Ma né motivi religiosi, né il pregiudizio di razza bastano a spiegare da soli l’impossibilità della convivenza.

   In Italia siamo abituati a considerare gli ebrei come una sopravvivenza storica a cui non neghiamo tutto il nostro rispetto e non ce l’abbiamo a male se qualcuno di essi si sente orgoglioso della sua origine. La nostra politica, non di tolleranza ma di comprensione, ha dato i migliori frutti e altri ne darà finché venga il giorno, che non può essere lontano, in cui la tradizione degli ebrei trafficanti si avvicini senza sforzo a quella delle repubbliche marinare fra le tante di cui si onora il popolo italiano, uno e indivisibile.

   In Germania la situazione era affatto diversa e senza analizzare le cause che ad essa hanno condotto si può dire con sicurezza che esisteva una questione ebraica che non mostrava alcuna tendenza a risolversi spontaneamente. Se l’intervento chirurgico non potesse essere sostituito con l’instaurazione di una politica, tanto ferma quanto avveduta, che avrebbe dato risultati più lenti ma più desiderabili, è cosa che la storia dovrà giudicare.

   Sta di fatto che ciò che ha guadagnato alla lotta antisemita il suffragio quasi unanime degli ariani è l’esistenza di quella cosa stolta e offensiva che è il nazionalismo ebraico. Gli ebrei tedeschi non erano nella maggioranza europeizzati, cioè, nel caso specifico, germanizzati. Può darsi che questo sia dipeso dal continuo afflusso di elementi fanatici provenienti dai ghetti orientali; almeno questa è la spiegazione che si suole dare. Ma è certo che gli ebrei affermavano la propria separazione dai tedeschi press’a poco con la stessa energia di questi ultimi, salvo inefficaci tentativi di conciliazione dell’ultim’ora all’approssimarsi della tempesta. E non è concepibile che un popolo di 65 milioni si lasciasse guidare da una minoranza di 600 mila che dichiarava apertamente di voler costituire un popolo a sé. Qualcuno afferma che la questione ebraica non esisterebbe se gli ebrei conoscessero l’arte di tener chiusa la bocca.

   Ma la posizione attuale degli ebrei in Germania non è così grave come potrebbe apparire di lontano. L’eliminazione dagli impieghi pubblici non è stata totale per la nota disposizione a favore dei vecchi impiegati ex combattenti. In certe categorie quasi i due terzi hanno conservato il loro posto. Non bisogna dimenticare che sotto l’impero solo gli ebrei battezzati potevano coprire uffici pubblici. La grande maggioranza di coloro che erano dediti ad attività private non hanno avuto a soffrire del mutamento di ambiente, salvo casi sporadici. La romantica teoria della razza non trova un credito esagerato e la tendenza moderata che si contenta di aver tolto agli ebrei la direzione della cosa pubblica è ragionevolmente diffusa.

   Nel complesso è lecito guardare all’avvenire degli ebrei tedeschi con un certo grado di ottimismo sebbene la fusione con il resto della popolazione sarà ritardata dai recenti avvenimenti. Questi potranno tuttavia avere indirettamente conseguenze salutari se varranno a porre freno alla pericolosa immigrazione ebraica dalle comunità primitive dei paesi slavi, specie dalla Polonia. Fra i nuovi immigrati sono da ricercare i rabbini provocatori che, a quanto si dice, desiderano le persecuzioni per rinsaldare l’unità del loro popolo che rischia di sfaldarsi in seguito alla convivenza fortunata e pacifica con altri popoli. Storia vecchia che si ripete. Ma qualunque siano gli sviluppi che ci riserva il prossimo avvenire bisogna attendersi che in Germania, come negli altri paesi in cui ancora esiste una questione ebraica, dopo un cammino più o meno lungo, la civiltà non fallirà la sua meta.

   Sono in attesa del discorso di Mussolini a cui si attribuisce qui decisiva importanza. Lo leggerò questa notte sui giornali di domani. Salutami Fermi, se non è ancora partito con auguri di buon viaggio.

   Affettuosi saluti,

                                                                   Ettore Majorana”.

   Basta leggere queste considerazioni di Majorana, riferite autenticamente a lui da uno dei principali attori di questa storia, per comprendere che forse ci si è avvicinati a un possibile movente, tanto più che queste riflessioni dovevano aver suscitato indimenticabili vivaci reazioni nel gruppo dei fisici romani. Anche Amaldi, che abbiamo visto essere spesso molto ‘discreto’ nei suoi ricordi, mostra di ricordare bene il contenuto della lettera di Majorana, pure a distanza di parecchi anni, dicendo che essa risultò “inaccettabile per la maggior parte dei suoi amici”, laddove Segrè, nel seguito del citato articolo (che esamineremo in dettaglio nel prossimo capitolo), riconosce che: “certo non la gradii”. Rimane comunque accertata la coincidenza temporale tra il viaggio di Majorana a Lipsia, e il suo testimoniato progressivo distacco dal gruppo di via Panisperna: quanta parte poté giocare negli avvenimenti successivi questa sua presa di posizione (in un ambiente che abbiamo già avuto modo di descrivere, e ancora più descriveremo, del tutto ostile a certe parti politiche)?!

   La pista che stiamo seguendo ci conduce adesso in un terreno minato, soprattutto oggi che conosciamo l’esito di taluni progetti politici, di determinate ideologie, che si affermarono in Europa negli anni di cui stiamo parlando, ed è forse per questo che si cerca di evitarla. Emilio Segrè era, come tutti sanno, di origine ebraica, e la campagna contro gli ebrei era iniziata in Germania con le Leggi di Norimberga del settembre 1935, alle quali avrebbe fatto seguito qui da noi la promulgazione delle leggi razziali nel novembre del 1938. Ma, ovviamente, già nel 1933 si dovevano nutrire profondi sentimenti di ostilità nei confronti del partito nazionalsocialista tedesco, che era appena salito al potere con l’elezione di Adolf Hitler a Cancelliere del Reich (30 gennaio 1933; il 27 febbraio avviene il controverso incendio del Reichstag, e il giorno dopo vengono soppresse le libertà individuali e civili), mentre nei primi mesi di marzo del 1938 si dovevano certo respirare le avvisaglie di quello che sarebbe successo di lì a poco in modo esplicito anche nel nostro paese, alleato ufficiale della Germania sin dall’autunno del 1936. Lo stesso Enrico Fermi era vicino in modo particolare alla comunità ebraica, per via del matrimonio con Laura Capon (avvenuto nel luglio del 1928), sicché va forse annoverato nel numero di quegli “amici” di Majorana che non poterono “accettare” il contenuto della lettera a Segrè. Ed ebrei erano anche: un altro dei ragazzi di via Panisperna, Pontecorvo; uno dei vincitori del famoso concorso del 1937, Giulio Racah, che “divenne più tardi Rettore dell’Università di Gerusalemme”[65] (mentre un altro dei vincitori, G.C. Wick, era di nota famiglia antifascista[66]); Bruno Rossi, giovane fisico fiorentino, che, come vedremo, sarà tra coloro che fuggiranno dall’Italia nel 38. Per non dire poi di altri fisici stranieri di statura internazionale, alcuni dei quali abbiamo già avuto modo di citare, come Bohr, Born, lo stesso Einstein, etc.. La situazione è confermata anche dalle parole di Majorana: “Ma intanto si sentono in giro brutti discorsi contro gli ebrei. Non capisco. La metà dei miei pochi amici è ebrea”[67], che così scriveva in un momento imprecisato (comunque intorno al 1933, poco prima di partire per la Germania), ma sicuramente con riferimento ai suoi colleghi fisici[68].

   La situazione ci costringe quindi a indagare, senza remore ed ipocrisie, quali fossero, più che le opinioni politiche di Majorana, alcune sue istintive ‘ammirazioni’, potremmo dire simpatie. Non ci si può aspettare infatti, da parte di un uomo di scienza come lui, per di più dal pensiero così autonomo, un attivismo militante, una fede incondizionata, e in questo senso hanno facile successo coloro che cercano di allontanare dal capo di Majorana certe accuse che oggi vengono sentite come particolarmente infamanti (non lo sarebbero state, naturalmente, se l’esito della guerra fosse stato diverso…). I familiari si affannano a dire che “Ettore non parlava mai di politica”[69], e non stentiamo a crederlo, visto che parlava assai poco di qualsiasi cosa[70]! Segrè commenta, nel seguito dell’articolo citato (un testo che, come già annunciato, riporteremo integralmente nel prossimo capitolo): “Voglio infine credere che, se Ettore Majorana avesse vissuto più a lungo, avrebbe visto le cose ben altrimenti e avrebbe ripudiato il suo scritto”, segno comunque che questo ripudio non avvenne, almeno dal 1933 al 1938. Sciascia, per giustificare questo aspetto della personalità di Majorana, ricorda le eminenti adesioni al fascismo di personalità quali D’Annunzio, Marconi, Pirandello, e inoltre rileva che: “Del primato italiano negli armamenti, nel giuoco del calcio e nella fisica, nessuno dubitava. Tutto il mondo ammirava le imprese dell’aviazione italiana. Critici accademici e militanti esaltavano la prosa di Mussolini. Ad ogni discorso di Mussolini, piazza Venezia rombava di un consenso che trovava eco nei palazzi e nei tuguri”. Quindi conclude: “E dovremmo proprio a Ettore Majorana, disimpegnato dalla politica al limite di quanto allora si poteva essere disimpegnati, distante, chiuso nei suoi pensieri, chiedere una netta ripulsa del fascismo, un duro giudizio sul nascente nazismo?”[71].

   Recami, dal canto suo, si limita sostanzialmente a condividere il giudizio di Sciascia (“la parola definitiva su questo punto è stata detta da Sciascia”), accontentandosi del fatto che le considerazioni di Majorana su questo particolare tema (alcune delle quali presto esamineremo) “non vibrano di alcuna punta di entusiasmo”, e scomodando perfino la psicanalisi per giustificare quelle che considera comunque evidentemente delle ‘cadute’ di Majorana sul piano dell’immagine: “Un patito della psicanalisi potrebbe arrivare a dire che l’imporsi di un capo (Hitler) rappresenta per Ettore una non sgradita riaffermazione della figura paterna”[72].

   Fatto sta che “prendendo servizio effettivo all’Università di Napoli all’inizio del gennaio 1938 – Majorana: 1) produsse un certificato attestante la sua iscrizione al Partito nazionale fascista a far data dal 31 luglio 1933 […] 3) in data 19.1.1938 prestò giuramento di fedeltà al Re e al regime”[73].

   Anche se Majorana non è dunque un militante attivo, e mostra indipendenza di giudizio nella valutazione dei gravi avvenimenti dell’epoca, forieri di altri ben più drammatici, eventuali sue propensioni, apprezzamenti, che non tiene nascosti, sembrano essere comunque ben presenti in lui, e sufficienti a scavargli intorno[74] abissi incolmabili con altri che condividono (e probabilmente con maggior calore di lui) tesi opposte, soprattutto in momenti tanto estremi. Di queste, che abbiamo proposto di chiamare ‘simpatie’, restano evidenti tracce, che non sembrano lasciare equivoci, per esempio nella lettera resa nota da Segrè, ma restano confermate anche in diverse altri suoi scritti che ci sono rimasti. Va detto subito che alcuni vorrebbero interpretare certe affermazioni in chiave ironica, o destinate a non allarmare la famiglia[75], e non resta allora che chiamare giudice il lettore di quale possa essere l’interpretazione più probabile[76].

   Oltre che nella lettera precedente, che costringe comunque Recami a riconoscervi “semmai, del risentimento personale contro Segré [sic]”[77], possiamo trovare nuovi echi di quanto sosteniamo nella lettera del 7.3.33, scritta alla madre da Copenaghen: “Enormi cortei comunisti sfilano per il centro della città e cantano ostentando cartelli diretti in prevalenza contro Mussolini e Hitler. Provocano più ilarità che sgomento”[78], o in quella del 15.5.33, scritta sempre alla madre, ma da Lipsia: “La persecuzione ebraica riempie di allegrezza la maggioranza ariana. Il numero di coloro che troveranno posto nell’amministrazione pubblica e in molte private a seguito dell’espulsione degli ebrei è rilevantissimo, e questo spiega la popolarità della lotta antisemita. A Berlino oltre il cinquanta per cento dei procuratori erano israeliti. Di essi un terzo sono stati eliminati […] Negli ambienti universitari l’epurazione sarà completa entro il mese di ottobre. Il nazionalismo tedesco consiste in gran parte nell’orgoglio di razza. Tutti gli insegnanti hanno avuto raccomandazione di esaltare nelle scuole il contributo dato alla civiltà dalla razza nordica, e anche il conflitto ebraico è giustificato più con le differenze di razza che con la necessità di reprimere una mentalità socialmente dannosa […] Nel complesso l’opera del governo risponde a una necessità storica: far posto alla nuova generazione che rischia di essere soffocata dalla stasi economica”[79].

   Ancora da Lipsia scrive all’amico Gentile, il 7.6.33: “Se si riuscirà a tirare in porto questa felice iniziativa di Mussolini l’Europa avrà non soltanto dieci o venti anni di tregua, ma forse vedrà gradualmente attenuarsi o risolversi nel nulla certi angosciosi problemi da cui è oggi premuta”[80]; e il giorno dopo al padre: “Ho letto il testo del patto Mussolini; meraviglioso per la parsimonia degli impegni reciproci; ma è la premessa indispensabile per il consolidamento della pace…”[81].

   Citiamo ancora da una lettera alla madre, sempre da Lipsia, del 3.8.33: “Sono passati per Lipsia gli avanguardisti italiani che hanno avuto attraverso tutta la Germania accoglienze trionfali. Alcune delle più alte autorità politiche hanno riservato loro dei discorsi in cui si esprime generalmente il desiderio di portare la Germania al grado di civiltà raggiunto dall’Italia”[82]. Infine, per chi pensasse possa trattarsi di opinioni riguardanti solo una breve parentesi temporale, dovute all’impressione suscitata dall’incontro con l’efficienza e l’organizzazione tedesca, concludiamo con un passo di una delle prime lettere alla madre da Napoli (scritta in data 23.2.38): “Ho una stanza discreta; oggi me ne daranno una migliore su via Depretis, da cui potrò vedere fra tre mesi il passaggio di Hitler” [83].

   Restano così a nostro parere nitidamente delineati alcuni contorni della vicenda Majorana, che permetterebbero di interpretarne la scomparsa in uno scenario completamente alternativo, nel quale più che con una scomparsa si avrebbe a che fare con più scomparse, anche se di ben differente natura. Il tutto sullo sfondo di un piano di vaste proporzioni, ordito nell’ambito di tanti altri immaginabili preparativi per una guerra che si sentiva ormai inevitabile e imminente, e della quale si parlava del resto in Europa da diversi anni, da subito dopo l’ascesa al potere di Hitler. Ricordiamo ad esempio le parole di Mussolini durante l’incontro con il Cancelliere tedesco svoltosi a Venezia nel giugno 1934: “per tentare di disperdere le nuvole che infoscano l’orizzonte della vita politica europea”[84], e non si può pensare che gli ambienti scientifici potessero costituire un’eccezione, anzi al contrario. Emilio Segrè, nella Nota Biografica citata nella precedente Nota N. 81, ricorda: “Purtroppo l’orizzonte politico si era fatto oscuro e minaccioso. Fino dal 1936 circa in istituto si aveva il convincimento che ci si avviasse a una catastrofe e i giorni del lavoro sereno erano passati per sempre” (p. xxxiv).

   In questo scenario si potrebbe individuare un plausibile movente per una delle alternative che non comprendono il suicidio, o la fuga volontaria, di Majorana, e in esso diverrebbe ovviamente naturale contemplare un possibile intervento di servizi, o di accordi, segreti, per portare le migliori intelligenze in campo scientifico-tecnologico da una parte, e privarne di conseguenza quella avversa. Vale a dire, congetturare che anche le altre successive ‘scomparse’ dall’Italia (tutte comunque meno tragiche di quella di Majorana) della quasi totalità delle persone coinvolte in questi avvenimenti, non siano state frutto di iniziative casuali e individuali, bensì di una sapientemente accurata programmazione.

   Talune supposizioni resteranno ovviamente (sempre?!) confinate al rango di ‘illazioni’, ma un fatto è sicuro, e consiste nella quasi sincrona ‘fuga’ della maggior parte del gruppo dei fisici romani centro di questa storia nei mesi successivi alla scomparsa di Majorana, così come è certo che troveremo diverse di queste persone in posizioni di rilievo nel richiamato “progetto Manhattan”. Come abbiamo visto, Pontecorvo si trovava già all’estero dal 1936, e passò a lavorare negli Stati Uniti nel 1940 (da dove poi, nel 1950, operò il noto radicale cambiamento di campo, fuggendo con tutta la famiglia al di là della “cortina di ferro”, a seguito di alcuni episodi di ‘spionaggio’ che avremo modo di ricordare ancora in seguito); Emilio Segrè si trovava negli Stati Uniti già nel mese di luglio del 1938; Fermi lo raggiunse poco tempo dopo, nel mese di dicembre, assumendo il conferimento del premio Nobel a Stoccolma come ‘pretesto’ per allontanarsi dall’Italia[85], dove non farà mai più se non saltuario ritorno (morirà a Chicago, nel 1954). Amaldi si recò oltreoceano nel luglio del 1939, e al momento della dichiarazione ufficiale dello stato di guerra tra le potenze alleate e la Germania (3 settembre 1939) fu raggiunto dalla notizia che la Questura di Roma aveva impedito che la sua famiglia potesse raggiungerlo in America, sicché fu costretto a fare ritorno in Italia nel mese di ottobre, prima che il nostro paese entrasse a sua volta nel conflitto (10 giugno 1940)[86]. Il caso di Rasetti (l’unico dei protagonisti tuttora viventi di questa storia – Gentile jr. morì invece prematuramente, nel 1942) fu un po’ diverso. Questi abbandonò definitivamente l’Italia nell’estate del 1939, ma si recò in Canada, per lasciare successivamente, in maniera definitiva, gli studi di fisica, e dedicarsi da allora in poi a quelli di scienze naturali (geologia e paleontologia). Di alcune possibili connotazioni psicologiche di questa ‘strana’ storia, sullo sfondo dello scenario alternativo qui proposto, avremo modo di riparlare nel prossimo capitolo.

   Naturalmente, non furono soltanto i fisici romani a essere coinvolti in questa sorta di grandioso ‘esodo’ scientifico; l’evento assunse dimensioni nazionali e internazionali. Tra gli altri fisici ebrei italiani inclusi nel progetto Manhattan, Bruno Rossi lasciò anch’egli l’Italia nel 1938, raggiungendo gli Stati Uniti dopo aver fatto tappa a Copenaghen; e come lui emigrarono, poco dopo, Giulio Racah (che si recò però nell’attuale Israele), e il cugino Ugo Fano (che, dopo la laurea, aveva studiato a Roma con Fermi). Per quel che riguarda ciò che accadde al di fuori del nostro paese, a prescindere da Albert Einstein – che aveva lasciato la Germania per gli Stati Uniti nel 1933, per recarsi presso l’oggi celeberrimo Istituto di Studi Avanzati appena istituito a Princeton, di cui fu il primo professore[87] – e da Johann von Neumann, che era già negli USA dal 1930 (vero e proprio ‘genio’ della matematica, al quale si deve tra l’altro l’enorme impulso che ricevette durante la guerra la costruzione di “macchine calcolatrici”, che diverranno presto gli oggi onnipresenti computers; fu tra i primi colleghi di Einstein a Princeton – il suo nome è spesso inglesizzato in “John”), lasciarono o avevano da poco lasciato l’Europa in quegli anni, per raggiungere i fisici americani Julius Robert Oppenheimer (il cosiddetto “padre” della bomba atomica) e Isidor Rabi (premio Nobel 1944), entrambi di origine ebraica: Niels Bohr, Max Born, Edward Teller (il futuro ideatore della bomba H[88]), James Chadwick (il già ricordato scopritore ufficiale del neutrone), Eugene Wigner (premio Nobel 1963), Leo Szilard, Hans Bethe, Klaus Fuchs (che fu poi accusato, nel 1949, di avere fatto la spia al servizio dei sovietici sin dal 1942; imprigionato, a differenza di Pontecorvo, che riuscì a fuggire prima, evitando simili accuse e conseguente reclusione, Fuchs poté riparare anche lui in URSS soltanto dopo uno ‘scambio’ di prigionieri), Rudolf Peierls (leader del progetto atomico inglese, e ‘maestro’ di Fuchs), George Placzek, Samuel Goudsmit, Otto Frisch, etc. (citando un po’ alla rinfusa); tutti futuri membri, seppure a diverso titolo, dell’esclusivo club atomico. Si può aggiungere che numerosi di questi scienziati avevano trascorso qualche tempo presso l’Istituto di Fisica di Roma, nel momento di massimo splendore della ‘scuola di Fermi’[89].

   “L’intolleranza antisemita di Hitler provoca la grande ‘diaspora atomica’, seminando per il mondo una comunità scientifica senza precedenti e senza uguali (dal 1905 al 1931 dieci ebrei tedeschi avevano ricevuto il premio Nobel per la fisica)”[90]. Da questo momento in poi, la fisica mondiale perde la leadership europea, per acquistare quella americana[91], che grazie anche agli ingenti finanziamenti profusi nel settore, non è stata fino a oggi abbandonata, né pare probabile che possa esserlo in un prossimo futuro. Il 2 dicembre 1942 Fermi riesce a ottenere la prima reazione a catena della storia nella “pila atomica” costruita nei sotterranei dello stadio di Chicago, e il 16 luglio 1945 viene fatta esplodere la prima bomba atomica sperimentale ad Alamogordo, nel deserto del Nuovo Messico. Di quello che accadrà in seguito abbiamo già detto qualcosa.

   E’ chiaro che, nella cornice di questo scenario apocalittico, di preludio alla guerra, quella di Majorana è poco più che una vicenda marginale, che sarebbe stata destinata a essere presto dimenticata, se non fosse stato per l’alone di leggenda che aveva accompagnato i pochi anni di attività scientifica del fisico siciliano, e, si potrebbe forse congetturare in accordo con certe ipotesi, per un perdurante senso di rimorso, che sarebbe rimasto in chi avrebbe potuto essere comunque al corrente della sua vera sorte, e continuato a parlare un po’ troppo di lui. E’ anche chiaro che, introdotti in questa storia siffatti elementi ‘romanzeschi’, tutto diventa possibile, che certe prove siano state a bella posta falsificate, che altri abbia fatto il famoso viaggio di ritorno al suo posto, o che addirittura il giovane fisico sia scomparso a Napoli, e non a Palermo, etc.. Come abbiamo già detto, preferiamo però attenerci qui il più possibile alla ricostruzione ufficiale dell’affare Majorana, e scegliere tra le altre l’opinione che è anche di Sciascia, secondo il quale Majorana non salì sul piroscafo che faceva la rotta Palermo-Napoli, né la sera del 26 marzo, né mai[92]. Sciascia propone una soluzione da par suo della questione del presunto viaggio di ritorno di Majorana, analizzando la confusa testimonianza di quel Prof. Strazzeri che abbiamo citato nel Capitolo I. Riportiamo estesamente l’argomentazione dello scrittore siciliano.

   “Sollecitato da una lettera del fratello di Ettore (alla quale, è ovvio pensarlo, sarà stata acclusa una fotografia), il professore Strazzeri espresse due dubbi: di aver effettivamente viaggiato con Ettore Majorana e che ‘il terzo uomo’ fosse un inglese […] In quanto all’inglese, non mette in dubbio che si chiamasse Price, ma parlava italiano come noi, gente del sud ed aveva modi piuttosto rozzi, da negoziante o giù di lì. Siamo davvero al ‘terzo uomo’[93]. Ma il problema non è di difficile soluzione. Dato che il professor Strazzeri ha scambiato qualche parola con l’uomo che doveva essere Carlo Price e nessuna con quello che doveva essere Ettore Majorana, è facile ed attendibile l’ipotesi che l’uomo che non parlò, e che Strazzeri seppe poi doveva essere Ettore Majorana, fosse invece l’inglese; mentre colui che poi gli dissero doveva essere il Price, fosse invece un siciliano, un meridionale, un negoziante quale appariva, che viaggiava al posto di Majorana. E nulla di romanzesco, in questo: Majorana poteva essere andato alla biglietteria della ‘Tirrenia’ all’ora opportuna e aver regalato il suo biglietto a uno che stava per farlo e che magari – per età, statura, colore dei capelli – un po’ gli somigliasse […] Se non si accetta questa ipotesi, si deve o destituire di attendibilità la testimonianza del professor Strazzeri o puntare – come qualcuno ha tentato – sul romanzesco del Price che non fosse Price, ma un meridionale, un siciliano travestito da inglese che seguiva Majorana e ne dirigeva le azioni. E su questa strada si può anche arrivare all’amenità della mafia che si dedicasse alla tratta dei fisici come a quella delle bianche”[94].

   Ma, naturalmente, anche senza scendere al livello delle amenità (sembrerebbe più pertinente a tale categoria l’ipotesi di un imminente suicida che si preoccupa di non sprecare un biglietto, e si reca appositamente al porto per cercare qualcuno a cui regalarlo), il lettore converrà che si può sempre pensare che “l’inglese”, poi scomparso nel nulla, fosse veramente uno straniero, e che il “meridionale” fosse invece davvero uno che doveva impersonare Majorana; senza che gli organizzatori dello ‘scambio’ avessero potuto trovare di meglio (a parte la richiamata superficiale somiglianza fisica), e senza riuscire a ingannare quindi la sensibilità del professore, docente di matematica presso l’Università di Palermo, che giustamente non riconosce sotto quelle vesti la “raffinatezza inconscia di modi che procede dalla cultura”[95], e resta quindi estremamente confuso quando gli dicono con chi avrebbe viaggiato!

   Comunque sia, ancora Sciascia riconosce che Majorana si comporta nei suoi ultimi anni da uomo “spaventato”[96], e c’è da chiedersi se questo stato d’animo fosse davvero originato dalla premonizione di ciò che la manipolazione dell’energia nucleare avrebbe potuto portare nel futuro, di catastrofici paesaggi rivelatisi con il senno di poi altamente improbabili[97], o da altre ben più tangibili e immediate ragioni.

   Un diversa valutazione dei probabili retroscena di questa storia, per esempio una maggiore attenzione a quelli suggeriti nelle precedenti pagine, avrebbe permesso anche di non respingere troppo frettolosamente, e quasi con disprezzo, certe testimonianze. Tra queste, la seguente tarda ‘confidenza’, che fu rifiutata sdegnosamente, come provenisse da una mitomane:

   “L’ultima eco relativa al mistero della scomparsa dello scienziato catanese si ebbe infine nel 1965, quando una signora di Pistoia, Fiorenza Tebalducci, rivelò un particolare sconosciuto della vita di Majorana. La donna affermò infatti di aver conosciuto il giovane nel 1934 a Firenze, dove frequentavano insieme il Circolo degli studenti. […] ‘Il nostro non era un flirt, ma soltanto una strana amicizia. Lui infatti parlava pochissimo quando stavamo insieme. Inoltre spesso mi lasciava sola per avvicinarsi a un gruppo di stranieri che quasi sempre capitavano dove stavamo noi. Io alla fine mi insospettii per questi strani incontri e rivelai i miei dubbi a mio fratello che prestava servizio nei carabinieri. Qualche tempo dopo mio fratello mi disse che i sospetti non erano infondati, e che probabilmente ero usata come schermo dal giovane scienziato”.

   Così viene riportato in DM (p. 112)[98], aggiungendo subito dopo che: “Queste affermazioni sono state però seccamente smentite a suo tempo dal fratello di Ettore, il quale affermò che lo scienziato non andò mai a Firenze nel periodo indicato dalla donna”. Resta il fatto però che questo periodo è immediatamente successivo alla famosa “lettera”, al ritorno di Majorana da Lipsia, e al suo progressivo distacco psicologico dal gruppo romano. Una mitomane avrebbe avuto una tale cura, e una tale competenza, nelle sue ‘invenzioni’? Non avrebbe attratto di più l’attenzione che si ritiene cercasse con le sue rivelazioni, se avesse detto che era al corrente di fatti che si erano svolti nel 1937, o comunque poco prima della scomparsa di Majorana?! Il giovane carabiniere è perito purtroppo in guerra, senza lasciare figli; anche la sorella non ha avuto figli, e non è oggi più vivente, sicché non ci sono speranze di poter chiarire alcuni dettagli attraverso i diretti interessati. Restano però i loro nipoti, a testimonianza di vite peraltro del tutto aliene da ricerca di notorietà e di scandalo, né avrebbe dovuto essere a suo tempo trascurata la circostanza che una giovane, in quegli anni, non usciva certo da sola, e si sarebbero potute quindi ricercare anche altre persone che avrebbero potuto confermare o smentire certi incontri, certi episodi (solo qualche anno fa qualcuno dei possibili testimoni diretti era ancora in vita…).

   Purtroppo, nessuno è apparso mai veramente interessato ad approfondire, ma bastano queste ‘voci’ a non far ritenere del tutto improponibile l’ipotesi che in Germania il Majorana potesse avere allacciato alcuni particolari delicati rapporti. Fatto sta che in quei fatidici ultimi giorni di cui siamo al corrente, Majorana temeva quella che avrebbe potuto essere la sua sorte, e si potrebbe presumere che per tale ragione si era forse preparato una via di fuga, cercando di lasciar credere che si fosse suicidato, ma pronto a inviare successivamente, e riservatamente, un messaggio chiarificatore alla famiglia, oltre alla nota laconica missiva. Questa potrebbe essere interpretata nella presente ottica un po’ diversamente dal consueto: in quanto intimante di non disperare per più di tre giorni, potrebbe aver avuto viceversa la funzione di inviare un messaggio ‘nascosto’ ai familiari, non ve la prendete troppo, al massimo tre giorni, presto riceverete qualche notizia!

   Fallito per non specificati motivi il suo piano, il cadavere dello scienziato non si sarebbe mai trovato non tanto perché inesistente, ma perché forse nascosto con professionalità, da chi pensava che sarebbe stato meglio non attirare troppo l’attenzione su certi ambienti, e sui progetti che in essi stavano maturando. Preferibile allora che si credesse a una fuga, o a un suicidio, approfittando degli indizi contraddittori disseminati qua e là dallo stesso Majorana, e questo è in effetti quanto, assai prevedibilmente, non mancò di credere una polizia priva di immaginazione letteraria[99]. “I morti si trovano, sono i vivi che possono scomparire”, così sembra abbia vergato sul fascicolo del caso Majorana il capo della polizia Bocchini, come tacito commento al perentorio imperativo mussoliniano “Voglio che si trovi!”[100], il che confermerebbe che la nostra polizia ha pensato sempre a una fuga e non a un suicidio – e peccato che Majorana non fosse sposato con qualche Santippe (una Santa famosa, come amava sostenere che avrebbe dovuto dirsi più correttamente la compagna di un altro essere umano esclusivamente interessato alle sue ricerche filosofiche), l’ipotesi ne sarebbe stata viepiù corroborata…

   Invece, piuttosto che cercare lontano si sarebbe forse potuto con maggiore successo scavare vicino, a meno che davvero, alla fin fine, il corpo di Majorana non sia finito sepolto in mare, ma ‘zavorrato’, come nella migliore tradizione dei film di gangsters americani…

Continua….


[1] Al punto che la madre Dorina perfino in punto di morte lo ricordò nel proprio testamento, lasciandogli, “per quando tornerà”, la parte dell’eredità che gli sarebbe spettata (LS, p. 64; ER, p. 82).

[2] ER, p. 16.

[3] Amaldi (ER, p. 218), ricorda un’opinione di Enrico Fermi, secondo il quale “Con la sua intelligenza, una volta che avesse deciso di scomparire o di far scomparire il suo cadavere, Majorana ci sarebbe certo riuscito”. Ma il problema resta: perché questa ‘strana’ preoccupazione? Non si trattava certo del fatto che non voleva che qualcuno potesse pregare sulla sua tomba! Esamineremo tra breve comunque quella che sembra l’unica possibile risposta a questa domanda.

[4] Il mare, in modo particolare a detta degli esperti di annegamenti nel golfo di Napoli, restituisce quasi sempre un cadavere (DM, pp. 106 e 109).

[5] Per mettere d’accordo l’ipotesi del suicidio con il fatto dell’assenza di un cadavere, si è addirittura immaginato che Majorana abbia voluto seguire l’esempio del suo illustre conterraneo, anch’egli fisico e filosofo, Empedocle di Agrigento, vissuto nel V Secolo A.C., il quale avrebbe posto fine ai suoi giorni, secondo la tradizione, gettandosi nell’Etna. Majorana si sarebbe allora gettato nel Vesuvio, dopo essere sbarcato a Napoli la mattina del giorno 28 (vedi DM, p. 109)! Al pari dell’ipotesi di Maria Majorana citata all’inizio del capitolo, questa, e altre consimili, hanno il difetto di non poter offrire la minima indicazione sui perché di quegli ultimi viaggi di Majorana, una persona che avrebbe già deciso di suicidarsi, ma prima di farlo se ne va avanti e indietro per il mare a pensarci sopra.

[6] LS, p. 65, ricorda inoltre come fin dal mese di gennaio Majorana avesse chiesto al fratello Luciano di ritirargli dalla banca tutta la sua parte di conto! C’è da chiedersi cosa si fosse pensato in famiglia di questa sua richiesta, e quali motivazioni avesse addotto.

[7] Vedi per esempio: Paolo Crepet, Le dimensioni del vuoto, Ed. Feltrinelli, Milano; oppure: Paolo Crepet e Francesco Florenzano, Il rifiuto di vivere – Anatomia del suicidio, Editori Riuniti, Roma, 1989.

[8] DM, alle pp. 31-33, sembra per la verità offrire uno di questi indizi premonitori, dicendo di un Majorana che avrebbe vergato: “Respinta per decesso del destinatario” sulle buste di alcune lettere ricevute, e pregato una cameriera del suo albergo di Napoli di occuparsi che venissero rinviate al mittente. Ma sembrerebbe trattarsi di un parto dell’immaginazione dell’autore, più che dei resti di una testimonianza reale, della quale non viene peraltro dichiarata la fonte (né sembra credibile possa esserci, visto che tutto ciò che resta ufficialmente sulla scomparsa di Majorana sembra ormai definitivamente ben noto). Siamo in presenza di un particolare che l’autore di DM sembrerebbe aver piuttosto desunto, e adattato, dalla lettura dell’articolo di O. D’Agostino di cui abbiamo parlato nel precedente capitolo (vedi in particolare la Nota N. 84, e il nuovo richiamo che viene fatto ai ricordi di D’Agostino nell’ultimo capitolo), che non è però citato nella “Nota bibliografica” apposta alla fine di quel volume.

[9] Vedi anche quanto se ne dice in LS, pp. 57-58, e in ER, pp. 190-191. L’autore di quest’ultimo testo ha promosso una perizia calligrafica su alcuni degli ultimi scritti di Majorana, dalla quale emergerebbe l’immagine di una “persona mite e buona, bisognosa d’affetto”, “di elevate qualità morali e che molto deve avere sofferto”.

[10] DM, p. 115.

[11] P. Crepet, loc. cit. nella Nota N. 116, p. 74.

[12] ER, p. 82.

[13] A favore del suicidio è invece la testimonianza di un altro illustre esponente della fisica italiana, Giuseppe Occhialini, il quale avrebbe rammentato avergli detto un giorno Majorana, parlando di suicidio: “Ci sono quelli che ne parlano; e ci sono quelli che lo fanno” (ER, p. 89).

[14] Come commenta propriamente al riguardo Emilio Segrè: “Circa quelli che hanno visto Majorana in vari luoghi, c’è molta gente che ha visto il Delfino figlio di Luigi XVI, i parenti dello Zar Nicola, ecc. Il fenomeno è tutt’altro che raro…” (ER, p. 84).

[15] ER, p. 16. Amaldi riferisce tale episodio a “qualche giorno prima della partenza di Ettore Majorana per Palermo” (ER, p. 217). Tale circostanza viene esplicitamente ricordata nella citata lettera della madre di Majorana a Mussolini, disperato punto d’appoggio del cuore di una madre che vuole continuare a pensare il proprio figlio ancora vivente, diversi giorni dopo quei suoi ‘strani’ viaggi via mare.

[16] ER, pp. 16-17.

[17] LS, p. 6.

[18] LS, p. 74. Il corsivo è nel testo.

[19] LS, p. 71.

[20] DM, p. 123.

[21] Per quanto concerne l’ipotesi della possibile fuga di Majorana in un paese straniero, allo scopo di potersi rifare come si dice la vita, non bisogna dimenticare la statura intellettuale del protagonista della nostra storia, che sapeva certamente molto bene che si può sì fuggire lontano da tutti, ma non da se stessi. Come dovrebbe risultare ancora più chiaro dopo la lettura del successivo Capitolo V, le inquietudini di Majorana segnalate dai suoi amici avevano invece un’origine più ‘interna’ che non ‘esterna’, ed egli non poteva sperare quindi che allontanandosi si sarebbe verificata una loro attenuazione.

[22] Piero Caldirola, uno degli ultimi studenti di Fermi durante il periodo romano, divenne poi noto professore di fisica presso l’Università di Milano. A lui si deve il contributo su “Applicazioni e verifiche sperimentali della relatività ristretta”, contenuto nel volume celebrativo ricordato nella Nota N. 81.

[23] DM, pp. 65-66; ER p. 86; LS, pp. 27-34. Uno zio di Ettore, Dante, era stato incredibilmente coinvolto nel caso dell’omicidio di un neonato (avvenuto nel 1924), e aveva dovuto scontare perfino tre anni di carcere prima di vedersi finalmente assolto nel 1932. Si tratta di un evento che secondo Laura Fermi aveva contribuito in modo essenziale a turbare il carattere di Ettore, ma che tanto Recami quanto il presente autore considerano al contrario del tutto marginale nella vicenda personale di Ettore Majorana.

[24] ER, p. 52, riferisce un ‘candido’ commento del fratello Luciano, successivo alla scomparsa del congiunto: “Se ci fosse stato papà, questo non sarebbe successo”, che esemplifica comunque la forza con la quale erano ancora sentiti certi legami familiari nel Sud del nostro paese.

[25] ER, pp. 85 e segg..

[26] ER, pp. 103 e 104.

[27] Naturalmente, se non nell’ottica delle “strategie culturali” (e aggiungeremmo pure politiche) del “potere iniziatico” di Maurizio Blondet (vedi la successiva Nota N. 148), e di quanto verrà appena accennato in sede di Epilogo. Guerra fredda, terrore atomico, rifugi nucleari, hanno alimentato le ansie collettive di alcuni decenni (se ne trova un esempio nel suicidio del pescatore Jonas nel bel film di Ingmar Bergman, Luci d’inverno, 1963), con la funzione al solito di ‘distrarre’ da altri problemi.

[28] Si è fatto riferimento a tale situazione come all'”equilibrio del terrore”. Quella enunciata appare essere anche l’opinione di Edoardo Amaldi, quale riportata in EA, p. 99. Bisognerebbe forse aggiungere, per chi volesse ricercare in siffatte considerazioni la ‘coerenza interna’ del presente autore, che egli ritiene essere questa piuttosto la condizione di pace ‘poliziesca’ del Leviatano, che non quella della “Repubblica delle lettere”, ma bisogna ammettere che almeno l’obiettivo del ‘primo tipo’ di pace è stato conseguito, con un certo successo, da certe forze animate da ben determinati ideali. Resta il problema di stabilire quale possa essere il ‘giusto prezzo’ da dover corrispondere in cambio…

[29] Sul quale è ritornata recentemente una trasmissione della terza rete delle RAI, “Chi l’ha visto?”, del 16.10.96, secondo la quale Majorana si sarebbe celato nei panni di un certo Tommaso Lipari, e con tale identità avrebbe trascorso da ‘barbone’, nella cittadina siciliana di Mazara del Vallo (presso Marsala, in provincia di Trapani), gli ultimi anni della sua vita (dal 1940 al 1973). Lipari, che diceva di se stesso provenire da Tunisi, veniva chiamato addirittura l'”uomo cane”, per il tipo di vita che conduceva, anche se ne trasparivano di tanto in tanto le tracce di una cultura superiore. Alcune immagini mostrate di questo strano personaggio, riprese verso la fine della sua vita con una cinepresa amatoriale, mostravano però un individuo che doveva essere stato in gioventù imponente, mentre Majorana era alto 1.68 (ER, p, 13), e di corporatura che potrebbe dirsi sottile, tipica del carattere ‘nervoso’: “Di lontano appariva smilzo, con un’andatura timida e quasi incerta” (secondo il ricordo di Amaldi – ER, pp. 26 e 205).

[30] In realtà, la classe delle ipotesi MV’ comprende al suo interno la categoria degli INCIDENTI, ma è difficile pensare che possa essere stato uno di questi la causa della scomparsa di Majorana. Naturalmente non si può escludere ‘logicamente’ che il neo professore si sia recato a Palermo per una partita di caccia, e che, colpito accidentalmente da un amico, ne sia stato fatto scomparire il cadavere al fine di evitare delle complicazioni poliziesco-burocratiche…

[31] LS, p. 62. Osserviamo che l’uso dell’appellativo “pascaliano”, riferito qui ovviamente al grande filosofo francese Blaise Pascal, stabilisce un curioso rinvio a un altro “Pascal”, che è usuale introdurre per indicare le possibili caratteristiche pirandelliane di un’eventuale fuga di Majorana. Si tratta naturalmente del romanzo di Luigi Pirandello Il fu Mattia Pascal, il cui protagonista decide di scomparire per rifarsi una vita altrove. Un precedente letterario ben noto allo scienziato, fatto che sia Sciascia che Recami evidenziano (LS, pp. 66-67; ER, pp. 79-82). Sottolineiamo ancora una volta quanto di peculiarmente siciliano ci sia in questa vicenda: Majorana era siciliano, e come lui il suo carissimo e vero amico Giovannino Gentile (che era nato però a Napoli, appena un giorno dopo Ettore); siciliani sono anche Pirandello e Sciascia, mentre dal canto suo Recami, che è invece nativo di Milano, ha lavorato a lungo a Catania. Se è lecito poi di aggiungerlo, anche il presente autore è per metà siciliano, essendo figlio di una palermitana…

[32] LS, p. 61. Per una più estesa citazione di questo brano di Sciascia vedi anche il prossimo capitolo.

[33] LS, p. 8.

[34] L’annuncio comparve il 17 luglio, nella rubrica “Chi l’ha visto?”, e recava una breve descrizione dello scomparso (LS, p. 62). Vedi anche DM, p. 108. I familiari di Ettore, che non si erano mai arresi all’accaduto, lanciarono appelli sui maggiori quotidiani, e promisero anche un premio, per l’epoca assai cospicuo, di L. 30.000, ma nessuna di queste iniziative portò a qualche esito positivo.

[35] ER, p. 218.

[36] DM, pp. 110-112.

[37] ER, p. 83.

[38] John Kleeves, “Delitti di Stato”, in Il Silenzio di Sparta, Anno III, N. 5, ottobre 1997, pp. 23-27. I corsivi sono del presente autore.

[39] Tra gli scritti più coinvolgenti e inquietanti di Maurizio Blondet ci sentiamo di raccomandare al lettore interessato a un certo modo (e a un certo proposito) di fare la storia: Gli “Adelphi” della Dissoluzione – Strategie culturali del potere iniziatico, Ed. Ares, Milano, 1994; Complotti I, II, III, Ed. Il Minotauro, Milano, 1995, 1996, 1997.

[40] I dati sono desunti dalla fonte che indicheremo con la sigla PM nell’Appendice apposta al termine del presente capitolo.

[41] Il protagonista del romanzo A ciascuno il suo si trova coinvolto in un caso di omicidio, e cerca di risolverlo, facendo una brutta fine (un altro Mattia Pascal, un’altra misteriosa ‘scomparsa’, questa volta però definitiva, sotto un cumulo di pietre in una zolfara abbandonata). L’autore non manca di sottolineare come quello che sfuggiva al Laurana, e che poco alla volta veniva da questi compreso con il progredire delle sue ricerche, era già perfettamente noto a molti altri ben più ‘avveduti’ di lui. Proprio in chiusa di romanzo, qualcuno di questi dice del “povero” professore (sì, perché anche il Laurana era un professore!): “Era un cretino”…

[42] Creati rispettivamente dalla fantasia di Agatha Christie e di Rex Stout.

[43] Tale interrogativo riecheggia il titolo di uno dei paragrafi del saggio di Erasmo Recami: “Energia nucleare: Ettore sapeva?” (ER, p. 61).

[44] ER, p. 61. Il corsivo è aggiunto dal presente autore.

[45] VT, p. 59.

[46] Quali un soggiorno di studio di Amaldi a Lipsia (vedi ancora VT, p. 74).

[47] Vedi anche quanto su questo argomento verrà detto in generale nel prossimo capitolo.

[48] Per lo stesso ordine di motivi non doveva essere neppure troppo rilevante preoccuparsi delle origini storiche, e dei più autentici significati, della formula in questione, la quale, al contrario di quello che ritenevano probabilmente Fermi e Majorana (come del resto credono oggi purtroppo quasi tutti), non si tratta affatto di una formula ‘relativistica’. Accenniamo soltanto, a riprova, al fatto che essa fu esattamente prevista da uno studioso italiano ‘dilettante’, partendo da una concezione dello spazio del tutto opposta a quella della teoria della relatività. Sulle vicende di questo studioso, e la sua possibile influenza nelle successive ricerche di Einstein, vedi del presente autore: Albert Einstein e Olinto De Pretto: la vera storia della formula più famosa del mondo, presso la stessa casa editrice.

[49] Secondo una testimonianza di un altro grande fisico tedesco, Max Born (premio Nobel 1954, insieme con il già citato W. Bothe), riportata in DM, p. 71.

[50] DM, p. 74. Il corsivo è del presente autore.

[51] A questo proposito vedi anche la lunga citazione di Segrè riportata nel capitolo successivo.

[52] “Non è una semplice coincidenza che i veterani del Progetto Manhattan siano i leaders dell’odierno establishment della programmazione scientifica e tecnologica della nazione” (da: Jane Wilson, “Prologue”, Science and Public Affairs, Bulletin of the Atomic Scientists, Vol. XX. VI, N. 6, 1970; citato da R. Conversano e N. Pacilio, loc. cit. nella Nota N. 80, p. 53).

[53] Lettere a Michele La Rosa (1903-1932), a cura di Pietro Nastasi, Facoltà di Scienze, Università di Palermo, Seminario di Storia della Scienza, Quaderni, N. 1 (maggio 1991), p. 17.

[54] Vedi per esempio EA, p. 32.

[55] Vedi per esempio ER, p. 29.

[56] E sarebbe quella di sabato, 26 marzo 1938.

[57] Anche se in realtà la nave italiana fu speronata da un’altra nave, il transatlantico svedese “Stockholm”, e non andò quindi a infrangersi contro un iceberg.

[58] DM, p. 72. Usiamo qui il condizionale perché potrebbe trattarsi di un’altra delle tante inesattezze di DM, che qui come altrove avrebbe mescolato insieme un elemento con un altro. Non possiamo naturalmente escludere che l’autore abbia invece riportato in questo punto anche talune confidenze da lui personalmente raccolte presso qualcuno dei personaggi, principali o secondari, di questa vicenda.

[59] DM, p. 9.

[60] Non è come accade ad esempio in matematica, dove ci si può sempre accorgere da soli di qualcosa che non va, perché avente un ‘sapore’ di illogicità nel contesto. Un’affermazione di fatto può ben essere falsa, ma non illogica, e tutto dipende o meno dalla affidabilità delle proprie fonti, e della propria memoria…

[61] DM, p. 72.

[62] ER, p. 189.

[63] E. Segrè, “Una lettera inedita di Ettore Majorana”, Storia Contemporanea, a. XIX, N. 1, febbraio 1988, pp. 107-111.

[64] La lettera è riportata integralmente, ma senza i commenti del Prof. Segrè, anche in ER, pp. 142-144.

[65] ER, p. 29.

[66] ER, ibidem. Wick è quello che andò a Palermo, da dove era stato richiesto il concorso, a lavorare con Segrè (ER, p. 31). Si potrebbe notare che il terzo vincitore non apparteneva certamente allo stesso ‘campo’ degli altri due, ma è forse proprio per questo che esprime “diffidenza verso Fermi” a Majorana, il quale cerca di fugare le preoccupazioni dell’amico in una lettera del 25.8.37 (ER, p. 159): “Credo ingiustificata la tua volontaria diffidenza verso Fermi che mi ha parlato di te con la più schietta simpatia”. Ma quando avrebbe avuto luogo tale colloquio in cui si sarebbe parlato di Gentile, visto che i due grandi fisici apparentemente da molto tempo non avevano più rapporti? Si tratta forse di una piccola ‘bugia’, costruita ad esempio posdatando leggermente una conversazione (molto) precedente?! Sono tanti i dettagli sui quali ci sono pervenute informazioni lacunose o contraddittorie, e che un investigatore avrebbe potuto approfondire nel corso di ‘interrogatori’ serrati che oggi purtroppo sono ormai impossibili…

[67] VT, pp. 82-83.

[68] Tra i quali un giovane fisico ebreo americano, Eugene Feenberg, al quale Majorana si legò subito di sincero affetto (vedi i ricordi di Amaldi in ER, p. 211; VT, p. 81). Vedremo nel prossimo capitolo che Segrè rammenta altri due fisici ebrei amici di Majorana, Felix Bloch e George Placzek.

[69] Secondo una testimonianza della sorella Maria, riportata in DM, p. 113.

[70] Vedi, tra l’altro, la testimonianza della signora Fiorenza Tebalducci, riportata alla fine del presente capitolo.

[71] LS, p. 43.

[72] ER, pp.73 e 86. LS, p. 45, esprime lo stesso concetto: “Non pare ci sia una sola vibrazione d’entusiasmo in questo quadro”.

[73] ER, p. 49. Il corsivo è nel testo, a voler implicitamente rimarcare come possa trattarsi di una datazione retroattiva, ‘tanto per la forma’. L’autore aggiunge che la pratica del citato giuramento era comune presso “tutti i docenti universitari dell’epoca”, e che “solo una decina […] ebbero il coraggio di rifiutare […] con ciò rinunciando al posto di professore”. Ricordiamo tra questi il matematico romano Vito Volterra (vedi la precedente Nota N. 81), che dopo il rifiuto avvenuto nel 1931 dovette abbandonare la cattedra universitaria e la Presidenza dell’Accademia Nazionale dei Lincei; il filosofo Piero Martinetti, nato a Torino nel 1872, che dovette abbandonare la cattedra di Filosofia Teoretica presso l’Università di Milano (morì poi, in solitudine, a Castellammonte, presso Torino, nel 1943). A proposito del giuramento di Majorana, notiamo che siamo ormai quasi alla fine del cosiddetto “ventennio” (ovviamente, con il senno di poi, ma certo non si trattava del periodo di maggiore successo e consenso), e già si potevano forse avvertire i primi segni di ‘logorio’ – vedi il ricordo di Emilio Segrè che verrà tra poco riportato, e il commento di Amaldi nella successiva Nota N. 194. Inoltre, secondo alcune chiavi di lettura, si è detto che Majorana teneva pochissimo a quel “posto”, e allora bisognerebbe chiedersi, per coerenza, per quale motivo si sarebbe dato tanto affanno, costringendosi a compiere atti che avrebbe sentito estranei alla propria natura, e falsificando perfino in qualche modo la realtà ‘storica’? Non si riconosce qui il Majorana che è stato descritto altrove anche da Recami, e noi crediamo che di certe azioni Majorana si sarebbe piuttosto vergognato. Presumiamo al contrario che, se fosse stato costretto da una condizione pregressa – nel caso particolare inesistente – a qualche atto ripugnante la sua coscienza, non sarebbe stata aliena dal suo carattere anche la considerazione di un atto di eroismo, quale quello della “decina” di professori ricordati, ammirevoli perché devoti soltanto alla propria morale, superiori a ogni contingenza e pressione ambientali.

[74] Senza trascurare altre possibili ragioni di antagonismo, di alcune delle quali diremo anche nel prossimo capitolo.

[75] LS, p. 43, propone di tener anche conto del fatto che “le lettere provenienti da altri paesi frequentemente venivano aperte e lette, se non regolarmente”.

[76] Il che è naturalmente impossibile da confutarsi sul piano che abbiamo detto, nel capitolo precedente, della “logica dell’intelletto”; ER, p. 48, e p. 86.

[77] ER, p. 72.

[78] ER, p. 131.

[79] ER, p. 141. Se è vero che per esempio in questa lettera non ci sono accenti trionfalistici, neppure ci sono cenni di condanna. In effetti, se la lotta sociale ingaggiata dal governo tedesco è criticata in quanto alle giustificazioni teoriche che ne vengono addotte, e questo parere è confermato nella lettera a Gentile del 7.6.33 (ER, p. 148), non sembra che essa lo sia in ordine alla necessità di repressione di “una mentalità socialmente dannosa”.

[80] ER, p. 148.

[81] ER, p. 149.

[82] ER, p. 153.

[83] ER, p. 167. Le lettere degli anni successivi al 1933 sono peraltro, e per comprensibili motivi, dal momento che Majorana rimase stabilmente in Italia, assai poco numerose.

[84] DM, p. 82.

[85] Che si trattasse sostanzialmente di un ‘pretesto’ è confermato dallo stesso Emilio Segrè, nella Nota Biografica citata nella precedente Nota N. 81: “l’occasione per uscire dall’Italia evitando possibili difficoltà politiche fu il conferimento del premio Nobel a Stoccolma. Da Stoccolma proseguì direttamente per New York e iniziò un secondo periodo della sua vita” (p. xxxv). La fuga di Fermi dall’Italia causò non poca irritazione, e i giornali dell’epoca non mancarono di sottolineare con disapprovazione il fatto che Fermi avesse evitato di fare il “saluto romano” al re di Svezia, limitandosi in quell’occasione a stringergli la mano (vedi per esempio LS, p. 14). La circostanza è ricordata anche da Amaldi, che annota: “Da più parti si osservò che questi erano solo segni di mali più profondi ed estesi e talvolta fu usata la frase ‘il pesce comincia a puzzare dalla testa'” (in “Documenti inediti, scritti negli anni 70”, Sapere, aprile 1997; citato in R. Conversano e N. Pacilio, loc. cit. nella Nota N. 80, p. 39).

[86] EA, pp. 70-80.

[87] L’Istituto fu fondato grazie ad una straordinaria donazione di trenta milioni di dollari da parte di Louis Bamberger e sua sorella Caroline Bamberger Fuld, e all’entusiasmo organizzativo di Abraham Flexner, tutti influenti membri della comunità ebraica americana. Per una storia dell’Istituto vedi ad esempio Ed Regis, Chi si è seduto sulla sedia di Einstein?, Ed. Frassinelli, Piacenza, 1990.

[88] Ci sono due tipi di ordigni nucleari, profondamente diversi per concezione teorica: le cosiddette bombe A, le prime bombe atomiche che funzionavano a fissione, e le successive bombe H, o all’idrogeno, che funzionavano invece per fusione (di deuterio e trizio, gli isotopi dell’idrogeno di cui abbiamo già parlato), e sono delle prime molto più terribili. Laddove per esempio la bomba a fissione che esplose su Hiroshima era equivalente ad almeno 20.000 tonnellate di tritolo, una bomba H sviluppa un’energia dell’ordine del megatone, ovvero di un milione di tonnellate di tritolo! Per innescare il meccanismo di fusione sono necessarie altissime temperature (per cui queste bombe sono anche dette termonucleari), che si realizzano mediante una piccola bomba atomica a fissione, che funge da ‘detonatore’. Sottolineiamo infine che si dice fissione il processo, di cui abbiamo già parlato, che dà luogo alla frantumazione di un nucleo in due nuclei di numero atomico inferiore (con relativa produzione di energia, quando è il caso, come per i nuclei di uranio), mentre si dice fusione il processo inverso, che ‘fonde’ insieme due nuclei di diversi elementi per ottenere un nuovo nucleo di un altro elemento, di numero atomico superiore.

[89] DM, p. 53.

[90] DM, p. 71.

[91] Secondo un ricordo di Isidor Rabi (citato da R. Conversano e N. Pacilio, loc. cit. nella Nota N. 80, p. 42), quando questi conobbe Oppenheimer “La fisica americana non era in realtà molto progredita, senza dubbio non era adeguata alle vaste dimensioni e alla ricchezza del paese. Ci preoccupavamo molto di elevare il livello della fisica americana. Ne avevamo fin sopra i capelli di andare a imparare in Europa. Volevamo essere indipendenti. Devo dire che secondo me la nostra generazione, quella di Oppenheimer e di altri amici che potrei nominare, riuscì nell’intento. Dieci anni dopo avevamo conquistato la supremazia”. Si potrebbe commentare, potenza del denaro, e di una guerra!

[92] LS, p. 59.

[93] Sciascia fa qui evidente riferimento al noto romanzo di Graham Greene, dal quale fu estratto nel 1949 un film di grande successo (regia di Carol Reed; con Joseph Cotten, Alida Valli e Orson Welles), il cui leitmotiv è tuttora indimenticato.

[94] LS, pp. 60-61.

[95] ER, p. 15.

[96] LS, p. 50.

[97] Vedi quanto si è detto sull’argomento nel precedente capitolo.

[98] Lo stesso testo, pp. 57-59, riferisce un’altra ‘testimonianza’ relativa alla possibilità di un sequestro di Majorana a Napoli, una volta messo piede a terra dal piroscafo che effettuava il viaggio di ritorno da Palermo, ma si tratta forse di un altro dei parti della fantasia dell’autore.

[99] Un noto e apprezzato autore di libri gialli, John Dickson Carr, ama spesso costruire le proprie storie intorno alla circostanza che la ricostruzione di certi crimini possa diventare difficile più per colpa della vittima, della confusione causata dalle sue azioni, che non per quelle che potrebbe aver escogitato l’intelligenza del colpevole, allo scopo di mettere su false piste gli inquirenti.

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