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On leadership: le primarie

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sul perché queste non siano un valido metodo per trovare un leader a sinistra come a destra

Non so voi, ma io trovo il concetto di “primarie” (ovvero, quelle consultazioni tenute da diversi Partiti per fare scegliere alla base il candidato da sostenere per questa o quell’altra poltrona), in opposizione quasi ossimorica con il concetto di leadership. Per dirla terra-terra, è come se uno escludesse l’altro. E non potrebbe essere altrimenti! Non potrebbe essere altrimenti se partiamo dall’assioma che “manager si diventa, leader si nasce!”. Be’ l’assioma è un altro dei miei personalissimi ipse-dixit, ma dato che una qualche continuata esposizione ai concetti che stiamo discutendo l’abbiamo avuta, il nostro parere potrà valere almeno quanto quello di chiunque altro.

Di fatto, “leader si nasce” significa che si viene a questo mondo con un dato destino e che, in una maniera o in un’altra, quel destino si riuscirà a realizzarlo. Non può esistere un leader in nuce, o un leader potenziale o un leader che avrebbe potuto essere tale. Soprattutto, essere leader significa riuscire ad imporre la propria personalissima vision, non averla ratificata dagli altri. La vision, per essere veramente tale, non può prescindere dal fattore novità e quindi non può prescindere da una  data (a volte, anche molto forte) opposizione-conservatrice al vento di cambiamento che porterà seco. Detto altrimenti, il vero leader il suo posto al sole se lo deve guadagnare. Questa è una conditio-sine-qua-non, valida anche in presenza di un grande leader spirituale che (se escludiamo la famosa ricerca dei monaci tibetani del nuovo Dalai Lama, ricerca portata avanti con metodi non “scientifici” quali le premonizioni, gli oracoli, i segni divini, e dunque fuori dalle possibilità di una qualsiasi analisi logica), quel titolo dovrà comunque dimostrare di meritarlo.

Ne deriva che – per quanto lodevole e apprezzabile sia l’intenzione – non si può sperare di trovare un vero leader con il metodo democratico. Con quel metodo, si trova un valido manager, un capace amministratore, un Presidente amato, ma non un leader. A dire il vero, a vietare questa possibilità, oltre alle caratteristiche specifiche e tecniche che contraddistinguono una simile figura (i.e. quella del leader), intervengono anche ostacoli pratici, burocratici e di natura prettamente…umana. Pensiamo, per esempio, alla complessità delle dinamiche che tengono in piedi un qualsiasi Partito italico. Partendo dalla base, fino ad arrivare alla presidenza si incontrano più capi e capetti, segretari e sottosegretari di quante sono le stelle nel cielo. Senza dimenticare che, ciascuna di queste stelle è caratterizzata da un dato grado di lucentezza e, soprattutto, che ciascuna di queste stelle aspira a-brillare-come-il-sole grazie al metodo-usucapione. In altre parole: io c’ero prima, io ho fatto questo, io qui, io lì, insomma, adesso è il mio turno, prendere o lasciare.

In genere, occorrerebbe lasciare perché non è certamente questa la modalità per risolvere i problemi di leadership. Neppure quelli di altra natura, a dire il vero. Aggiungo qui, che non si può sperare di trovare un vero leader moderno neppure attraverso l’acclamazione popolare diretta, ovvero senza fornire agli elettori una lista di candidati. In verità, l’unico leader che può emergere da una simile situazione è un leader populista che oggidì – qualora mancasse di sostanza – non durerebbe comunque a lungo. Come risolvere? Secondo me, riportando in primo piano il concetto di vision, insieme a quello di mission. Nello specifico, andando a vedere non tanto quanto il candidato-papabile vorrebbe fare e dove vorrebbe andare, quanto piuttosto come lo sta già facendo (il tutto si lega quindi all’altro importantissimo tema del know-how tecnico – in senso lato – che io ritengo elemento fondamentale quando si vuole fare bene), e che risultati sta ottenendo. Insomma, occorrerebbe imparare a saper riconoscere le capacità dirigenziali, e le vere qualità di leadership, con metodi empirici e oggettivi. Non soggettivi, e/o suggeriti dalla convenienza politica, e/o dalla pur comprensibile necessità di prudenza.

In ogni caso, sconsiglierei vivamente di portare sull’italico-suolo il metodo-tibetano: dalle Alpi alle pendici del Vesuvio sarebbe tutto un fiorire di apparizioni, segni divini, di oracoli e di miracoli-stile-San-Gennaro che davvero non ci si raccapezzerebbe più!

Rina Brundu

28/02/2011

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