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Il vitello grasso

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sulla parabola del figliol prodigo applicata allo strappo dentro la maggioranza

Continuando la personalissima analisi dei fatti politici (o pseudo tali) del Bel Paese, non si può non parlare in codesto luogo virtuale dello straordinario fenomeno in-progress di-questi-tempi, ovvero il ritorno di diversi deputati e senatori futuristi all’astronave madr… pardon, dentro le fila del PDL. Per certi versi, la questione mi ricorda la ben nota parabola del figliol prodigo. La conoscete tutti, no? Si tratta di un momento didattico molto importante, presente soltanto nel Vangelo secondo Luca (a scanso di equivoci, no, non si tratta di Barbareschi!). Per la precisione si trova in Luca 15, 11-32 ed è più correttamente titolata la Parabola del figliol perso e ritrovato o anche la Parabola del padre misericordioso.

In breve, in questo suo insegnamento, Gesù racconta di un giovane-bamboccione (mi si perdonerà se adatto la terminologia ai tempi, assicuro che nessun disrispetto è inteso), che pretende la sua parte di eredità dal padre (ancora vivente), per andare a sperperarla in bagordi, donnine allegre, discoteche cool o qualsiasi altro equivalente avessero ai tempi. Detto, fatto. Non passa naturalmente troppo tempo prima che il reietto si ritrovi senza un centesimo, ridotto al rango di mandriano di porci per calmare i morsi della fame. Infine, pentito, decide di tornare a casa, determinato a chiedere perdono al vecchio genitore. Qui la faccenda si complica perché il padre lo scorge di ritorno da lontano, gli corre incontro, non lo lascia neppure spiegare e invece prepara in suo onore una festa luculliana nella quale deciderà addirittura di uccidere il… vitello grasso.

Inutile dire (e vorrei ben vedere!), che l’apparecchiamento paterno fa girare i maroni all’altro fratello, il quale aveva continuato a lavorare in casa per tutti quegli anni, obbedendo ad ogni ordine ricevuto senza mai protestare. Come non bastasse, più di una volta il padre gli aveva negato anche un misero agnellino da cucinare con gli amici. È quindi davanti alla sua fiera protesta che il genitore viene fuori con la celebre risposta: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio e tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato (Luca 15.31-32)”. Insomma, parafrasando e (di nuovo) adattando il linguaggio ai tempi, sarebbe come se Berlusconi dicesse a Bondi e a La Russa “Sandro, Ignazio voi siete sempre stati qui con me (e ad Annozero, a Ballarò e a chi-più-testate-televisive-ha-più-ne-metta), e tutto ciò che è mio è vostro(?); ma bisogna far festa e fregarsi-le-mani perché questi vostri colleghi erano morti (NDA alla bontà della nostra causa politica, immagino) ed ora sono tornati in vita, erano perduti alla conta parlamentare e sono stati ritrovati”.

Da un punto di vista strettamente politico-strategico il comportamento di Berlusconi non fà una grinza. Per rapportare le cose alla nostra parabola, sarebbe come se il buon padre di cui si è detto si fosse accorto che tra lui (oramai anziano), e l’altro figlio rimasto in casa non sarebbero mai riusciti a gestire la fazenda di famiglia, e dunque a garantirne la sua sopravvivenza, con la grinta necessaria. Con la forza normalmente richiesta per difendersi dalla concorrenza degli altri proprietari terrieri della zona et varie ed eventuali. Come testé detto, il ragionamento è ineccepibile. Comprensibile. Di converso, si fa invece più fatica a credere che il nostro Premier sia quel modello di padre misericordioso che la parabola di cui abbiamo scritto vorrebbe rappresentare, ovvero un padre ansioso di dimostrare quanto sia più importante celebrare il figlio (e dunque il parlamentare) peccatore ma pentito, piuttosto che premiare, o preferire, chi è sempre, invariabilmente, giusto (o fedele).

Non so voi, ma per quanto mi riguarda non mi preoccupa né la questione del perdono al peccatore-parlamentare pentito, né la comprensibile acrimonia del fratello “retto”-fedele. Ad impensierirmi invece – e non poco – è piuttosto il destino del vitello grasso. Se tanto mi dà tanto, infatti, a sacrificarlo (ovvero, a cederlo, per il possibile – per carità, sicuramente improbabile – banchetto riconciliatore) dovrà essere, ancora una volta, la fazenda-Italia. Perché, è noto, noi Italiani siamo buoni e cari…  ma quando ci toccano l’eredità del nonno… hai voglia parlare di rettitudine e di giustizia!

Rina Brundu

20/02/2011

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Immagine nell’articolo: free clipart

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