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Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 8º. Breaking News

On leadership: Steve Jobs

ROSEBUD TV – Angelo Branduardi – Alla Fiera dell’Est

AFORISMI MEMORABILI – QUOTES TO REMEMBER


Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti.
(Jacques Séguéla)

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No, niente appello! Qui non si tratta di riformare una sentenza, ma un costume. (…) Accetto la condanna come accetterei un pugno in faccia: non mi interessa dimostrare che mi è stata data ingiustamente.

Giovannino Guareschi (lo disse dopo la sentenza di condanna ricevuta per l’accusa di diffamazione mossagli da Alcide De Gasperi)

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Diario dai giorni del golpe bianco (paperback) di Rina Brundu .

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ATTENZIONE LA VERSIONE DEFINITIVA DI QUESTI TESTI USCIRÀ SOLO DOPO LE ELEZIONI POLITICHE

SCANDALI RENZISTI E ELEZIONI POLITICHE DEL 4 MARZO 2018

Dato che non ci occupiamo più delle avventure del Ducetto di Rignano, nel caso in cui qualcuno stesse pensando che meglio sarebbe reinverdire i fasti della scorsa legislatura… ecco un link ai tanti scandali renzisti registrati con il nostro tag. Enjoy (si fa per dire, naturalmente)!

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Rina Brundu

Sulla forza delle idee e sul know-how tecnico

Dispiace leggere le ultime notizie sulla salute di Steve Jobs. La speranza è che si possa trattare soltanto di indiscrezioni mediatiche infondate. Di sicuro, qualunque sia la verità, non è lo Steve Jobs della malattia del corpo che mi piacerebbe celebrare, ma lo Steve Jobs che è stato, ed è, spirito grande e brillante. Spirito visionario capace di realizzare, sul piano del reale, le intuizioni della sua anima e della sua intelligenza. E dunque capace di influenzare la vita dei più, come sempre accade con ogni vero leader degno di questo nome.

Per me che ho avuto la fortuna di seguire molto da vicino le cose del boom-tech che ha cambiato il mondo, scrivere di Steve Jobs significa raccontare di un’avventura umana difficilmente ripetibile. Mi tornano alla mente i primi tempi in Irlanda, i tempi dei corsi di computer alla FAS di Dublino e della Iomega che ci mandò a chiamare per offrirci un lavoro senza che noi avessimo mai sentito parlare di loro. Difficile scordare anche quel particolare colloquio lavorativo. A farmelo fu un ragazzo giovanissimo che indossava una magliettina a maniche corte. Una maglietta con un curioso disegno sul davanti e innegabilmente macchiata di cioccolato o di chissà quale altro di quegli intrugli-da-bere che riescono ad immaginare solamente i figli di Erin.

“Ritieni che io non possa essere un manager?” mi chiese davanti al mio sguardo evidentemente scettico. Incredulo. A quel tempo di manager ne avevo visti decisamente pochi, ma era chiaro che nel mio immaginario privato il modello di riferimento doveva essere un altro. Magari uno incravattato e in camicia griffata come si usava (e si usa ancora) sui lidi nostrani. Ma anche se io non lo capivo, quello che avevo davanti era invece un prototipo della nuova identità manageriale (e dunque di leadership) che si andava sviluppando, e che meglio si adattava alla moderna rivoluzione tech in corso. E che partiva dal basso, nel senso che partiva da un’unità minima: l’idea. L’idea geniale, brillante, supportata da una creatività e da una capacità tecnica straordinaria. Nonché da un entusiasmo, anche edonistico, raro.

Di ragazzi come quel mio primo interviewer ne ho conosciuti parecchi nel tempo. Alcuni hanno messo su aziende che li hanno resi milionari e che ne hanno cambiato il destino. Per sempre. Lo stesso Michael Dell era un giovanotto imberbe quando ha creato quella sua società d’affari che avrebbe dotato di un personal computer ogni tavolino d’ufficio. Di sicuro, vi è che quei piccoli uomini gravati da grandi responsabilità gestionali, crescendo, diventavano manager capaci di proporre una modalità di interazione con i loro dipendenti assolutamente unica e straordinaria. A questo proposito, vivo è nella mia memoria il ricordo di John. Purtroppo ne ho dimenticato il cognome, ma fu un manager per cui lavorai quando mossi dal supporto-hardware al software-development. La mia società, che più tardi sarebbe stata rilevata dal gruppo Adobe, creava work-flows amministrativi per grandi banche e colossi societari mondiali.

Le responsabilità non erano poche. Eppure, John riusciva a gestire il lavoro e i suoi dipendenti con una naturalità eccezionale. Non vi era cupa mattinata dublinese in cui lui dimenticasse di presentarsi davanti a ciascuno dei nostri tavoli per raccontare la barzelletta del giorno. Mesi dopo lo vollero in America, a Silicon Valley, e non ho dubbi nel ritenere che possa avere fatto colà la sua fortuna. Di quella stessa, identica, pasta è il modello manageriale e imprenditoriale imposto da Steve Jobs. Un modello che permette di mettere in prima linea la forza delle idee e poi alla capacità tecnica (al know-how) di diventare l’elemento importante in grado di modellarla e di oggettivarla quell’intuizione vincente. Capace finanche di aiutarla a crescere e a trasformarsi nel tempo – seguendo il passo veloce dell’evoluzione tecnologica –, proprio come è accaduto alla piccola Apple Computer, creata nel 1976, e che, rinnovandosi di continuo, ha saputo diventare il colosso informatico degli iPhone e degli iPad di cui sappiamo.

Un dono straordinario anche per tutti noi. Un passo da gigante per l’umanità. Per tutto questo, a dispetto dei rumours sensazionalistici e scandalistici mediatici: lunga vita Steve Jobs!

 

Rina Brundu

19/02/2011

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