PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Figli e figlie di un dio minore

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

donboscoSul caso Sakineh, sui ragazzi di Don Bosco e contro la lapidazione

Capita, di rado, ma capita di fare zapping tra quei molti nuovi canali messi a disposizione gratuitamente dal digitale terrestre e di imbattersi in un programma o in un film che ti dà da pensare. Mi è successo ieri quando, per caso, sono arrivata su un canale RAI che riproponeva il film Don Bosco (2004) di Ludovico Gasparini con Flavio Insinna. Confesso di preferire Insinna nel ruolo del Capitano Anceschi in Don Matteo e confesso pure di non avere mai avuto – parlo in questo caso di Giovanni Bosco – una predilezione per gli eroi religiosi, di qualunque confessione siano. Credo che dipenda dal fatto che ho sempre preferito il Cristo in croce al Cristo risuscitato e i peccatori ai santi. Un mio limite, si intende.

Tuttavia, sono grata per avere avuto un’occasione in più per riflettere e per il viaggio nel tempo che tale racconto mi ha permesso di fare. È stato istruttivo, per esempio, guardare indietro agli anni della prima rivoluzione industriale nei dintorni di una città, Torino, che quella rivoluzione la ha vissuta in primo piano. Ed è stato istruttivo ricordare il dolore e la fatica che spesso e volentieri vivono dietro ciascuna grande rivoluzione. Nel caso specifico è stato istruttivo ricordare il disadattamento procurato a infiniti ragazzi senza nome dall’emigrazione in città, emigrazione forzata dalla necessità di sopravvivere e di dover aiutare la famiglia che moriva di stenti nelle campagne rese invivibili dalla povertà, dalla fame, dalle epidemie.

È stato inoltre molto istruttivo ricordare come – ora come allora – la povertà non riscuota mai alcuna simpatia. Nella poverà e nell’ignoranza (altrui) si diventa ladri, si diventa infami, si diventa numeri in lista per il lavoro del boia. Come è appunto successo a diversi ragazzi di Giovanni Bosco. Colpisce dunque, nell’epoca della relativizzazione-del-tutto, la grande forza di volontà, l’altruismo, l’ostinazione, la generosità, la convinzione nella forza delle proprie idee mostrate che da questo atipico campagnolo diventato Santo della Chiesa Cattolica, ma soprattutto mirabile esempio universale di ciò che dovrebbe significare essere uomo tra gli uomini.

Perché essere uomo tra gli uomini vuole dire soprattutto guardare prima agli ultimi tra noi, e dunque a tutti i figli di ogni dio minore. E questo vale per gli dei nostrani ma anche per gli altri. È di oggi la notizia, a sentire i media diffusa da un alto funzionario iraniano, che la condanna a morte nei confronti della signora Sakineh Ashtiani potrebbe essere cancellata. Speriamo sia davvero così e speriamo che tale dichiarazione possa essere l’ultima parola detta e scritta  in questa sorta di tragica telenovela che francamente dà da pensare, tanto e più di una grande storia di vita raccontata a puntate.

Ma seppure la vicenda di Sakineh, come tutti auspichiamo, troverà la giusta risoluzione nell’ immediata scarcerazione di questa donna, alla maniera di Giovanni Bosco non dobbiamo dimenticare le altre figlie di quello stesso dio-minore che giacciono dimenticate nelle molte carceri dei più disparati Paesi. In attesa di lapidazione. Di uccisione. Di condanna per reati, o per meglio dire per peccati, che francamente noi non ci sentiamo di considerare tali.  Perché anche in questo contesto è nella povertà e nell’ignoranza (altrui) che si diventa assassini, infami, numeri in lista per il lavoro del boia. Che siamo noi.

La speranza è che il nuovo anno porti un barlume di luce nei cuori di chi può, finanche nel nostro.

Rina Brundu

02/01/2011

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