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Giornalismo online: il ritardo del Bel Paese

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

E lo smacco Wikileaks…

Non c’è nulla di peggio dell’essere coinvolti nelle dinamiche intricate di un grande scandalo internazionale, del non esserne coinvolti. A dire il vero noi Italiani ci siamo abituati, ma è indubbio che lo smacco giornalistico-digitale “regalatoci” da Wikileaks, sebbene accortamente ignorato tra le homepages della Stampa-nostrana-che-conta, sia stato un colpo non indifferente per il nostro orgoglio nazionale già più volte avvilito in passato. Per certi versi, infatti, è stato proprio questo il vero hitting-del-target italiano da parte di Assange e dei suoi seguaci, altro che le pseudo-rivelazioni sui pseudo segreti diplomatici di Pulcinella!

Naturalmente, sto parlando del fatto che, tra le testate internazionali che hanno ottenuto l’esclusiva per la pubblicazione dei dati messi in circolazione da Wikileaks – ovvero, il Guardian per il Regno Unito, El Pais per i Paesi di lingua spagnola, Der Spiegel per la Germania, Le Monde per la Francia e il New York Times per l’America – non ci fosse una singolo quotidiano scelto per fare circolare quelle informazioni (che pure ci riguardavano) nella gloriosa lingua di Dante. E ancor di più sto parlando delle figure non proprio esaltanti fatte, e che continuano a fare – almeno a sentire anche i telegiornali di oggi – i giornalisti italiani costretti, per avere notizie di prima mano, ad intervistare i colleghi di quelle testate et, puntualmente, messi alla porta nel tentativo di farlo. O, per meglio dire, ignorati direttamente sull’uscio mentre intenti a suonare il campanello.

Per quante arzighigolate spiegazioni si vogliano ricercare sulla causa del problema, è indubbio che lo status-quo sia mera conseguenza delle cose. Di fatto, non esiste e non è mai esistito un giornale italico che sia stato capace di imporsi oltre confine – ed è questo un fattore che nulla ha a che fare con le barriere linguistiche – per la qualità del suo giornalismo. Insomma, di proporsi come fonte giornalistica autorevole e che dunque valga la pena contattare quando si vuole diffondere una notizia urbi et orbi. Direi che in questo il comportamento di Assange e dei suoi è stato assolutamente logico, naturale, oserei… provvidenziale.

Scrivo provvidenziale perché il caso Wikileaks (che, come riportato in diverse circostanze, ha insegnato davvero tanto sulle dinamiche che modelleranno e faranno funzionare il giornalismo online, ovvero il giornalismo del futuro, quello vero), è già di per se emblematico delle situazioni che andremo ad affrontare domani, e del fatto che un qualche piano d’azione – e di riscossa della nostra capacità di fare e di attirare la notizia – dovrà essere messo in piedi quanto prima, pena la totale esclusione dai circuiti informativi nevralgici. Dentro il villaggio globale, infatti, così  è anche se non ci pare. E non si può continuare a fare finta che così non sia.

A mio avviso, molto potrà – a beneficio di ogni onesta intenzione di volere cambiare le carte in tavola – la creazione di quel fantomatico giornale-online made in Italy, sul modello del The Huffington Post et simili, di cui spesso abbiamo teorizzato nei diversi articoli dedicati al giornalismo online. Ben inteso, molto potrà se il progetto verrà portato avanti in maniera digitale-professionale (che non significa soltanto know-how tecnico, ma finanche know-how di business, nonché know-how strategico applicato allo specifico settore) e con tutti i crismi necessari. Ma, specialmente, con la mentalità tutta nuova e vincente che non si va a suonare il campanello dai colleghi-stranieri per ricercare notizie-di-prima-o-seconda-mano. O almeno, che laddove risultasse davvero necessario, occorrerebbe farlo rivestiti di una ritrovata-dignità in virtù della quale…seppure nessuno aprirà la porta: ecchisenefrega, ghe pensi mì!

Rina Brundu

27/12/2010

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