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Citizen Chain

Non chiudete Annozero!

di Rina Brundu. Sarà che ho una data formazione mentale, sarà che ho una idea molto severa della validità delle dinamiche formali dentro cui dobbiamo districarci ogni giorno, sta di fatto che non ho mai amato troppo tutte le iniziative tese a creare disordine e a generare caos. Neppure quando questo caos e questo disordine venivano giustificati dalla santità della crociata che si intendeva combattere o che si stava combattendo. Ho sempre pensato, infatti, che dentro un contesto culturale evoluto sia d’obbligo usare altre armi per far sentire la nostra voce. Prima di tutto il raziocinio, e dunque l’intelligenza, quindi la capacità dialettica, un tocco di diplomazia che non guasta mai, e quando davvero necessario l’arbitrato di un giudice super-partes che rappresenti la saggezza-di-metodo di solito assente nel momento in cui le nostre qualità minime prendono il sopravvento.

Rispetto alle cose del giornalismo, non dovrebbe quindi sorprendere se non ho mai amato il giornalismo con la vocazione al martirio e al vittimismo. O quel giornalismo nel quale a fare-notizia (e dunque a fare rumore, e a generare scompiglio a seconda delle circostanze) è il giornalista stesso. Insomma, quel giornalismo dove il mezzo sembrerebbe diventare il fine. Detto questo, non mi sfugge che la visione che abbiamo noi umani delle cose è sempre limitata. Non solo dai nostri naturali shortcomings, ma anche da situazioni esterne, quali il contesto storico, il contesto sociale, nonché qualsiasi altro fattore straordinario o eccezionale che in una maniera o nell’altra sa diventare strumento capace di velare la nostra capacità di giudizio.

Questo per dire che è sempre difficile esprimere critiche obiettive e costruttive, ma soprattutto per dire che i tempi cambiano. E di sicuro questi tempi non sono più quelli di una decade fa. Quanto parlo di tempi che cambiano faccio riferimento naturalmente alla nostra realtà italiana (ma non solo). Per quanto l’Italia, a differenza di Paesi come l’Irlanda o gli Stati Uniti, non abbia goduto appieno i benefici dello straordinario boom che per una quindicina d’anni ha traghettato la nostra civiltà verso la sua dimensione digitale, è indubbio che anche il Bel Paese si sia avvantaggiato di quel clima di serenità e di ottimismo economico globale. Un clima dove gli echi edonistici degli anni ’80 ben figuravano, dove l’ottimismo-a-tutti-i-costi era di rigore e dove la possibilità-del-sogno era un lusso concesso ai molti.

Come dicevo però questi tempi non sono più quelli. Accertato dunque che sono cambiate le condizioni socio-economiche, sarebbe auspicabile che cambiassero anche le politiche che le governano. O meglio, la Politica che li governa. Ad un tempo, dovrebbe renderci lieti se un dato tipo di giornalismo, ovvero un professionismo che si confronta con questo genere di problematiche (pur se con qualche eccesso teatralizzante), quale è quello proposto dalla trasmisisone Annozero di Michele Santoro, possa finalmente diventare un credibile punto di riferimento nel nostro tentativo di guardare al mondo sotto una prospettiva diversa. Una prospettiva che, causa il deleterio cambiamento di cui sopra, non riflette affatto (o non riflette più) le derive di un pernicioso exempla-negativistico, ma è rappresentazione abbastanza valida della storia (e delle storie) del mondo di oggi the day after the crash.

Per tutti questi motivi (evito volutamente di entrare nel trito e nel contrito delle necessità minime della libertà di stampa, parendomi consumata ovvietà), qualunque sia il peccato di cui si è macchiato il conduttore-peccatore (come detto nell’incipit non approvo il venir meno delle dinamiche formali, in nessun contesto, fermo restando che in Italia la televisione-dell’informalità-cacciarona è la norma e non l’eccezione), faccio mio l’appello di Santoro affinché non si chiuda quel programma.

Farlo significa togliere voce e rappresentanza, a tutto tondo, a chi in questo momento non ce l’ha, a chi è stato colpito violentemente da una crisi nefasta senza avere mai beneficiato del boom, a chi si ostina a coltivare la speranza ben sapendo quanto sarà inutile farlo. Ma, soprattutto, significa privarci di uno dei rari momenti televisivi dove si può fuggire la Sindrome dell’ottimismo-a-tutti-i-costi, come vivessimo ancora il boom appena finito, o quello più datato degli anni ’80. Sì, i tempi sono cambiati, in peggio, evitiamo di mandarli a quel paese completamente!

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