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La scuola di Liu Xiaobo

Sul Nobel per la pace al dissidente cinese

di Rina Brundu. Finalmente un Premio Nobel assegnato che ci riconcilia con la vera ragion d’esistere di questo prestigioso riconoscimento, dopo le performances non proprio esaltanti degli ultimi anni. Un Nobel per Liu Xiaobo, il professore universitario e dissidente cinese più volte condannato per le sue attività di “propaganda controrivoluzionaria”, per il suo attivismo e impegno per i diritti umani, per le sue molte campagne pacifiste, nonché per i suoi appelli a favore della libertà di stampa e della libertà di espressione.

Non si tratta di schiaffo alla Cina. Quanto piuttosto di una salutare riaffermazione di alcune priorità imprescindibili che marcano il nostro senso dell’esistere civile. Perché, se è vero che vi è something rotten in the kingdom of Denmark (e dunque ad occidente), per nostra fortuna è altrettanto vero che quel “deterioramento” di superficie non ha ancora intaccato le radici. Bene dunque ribadirlo. Bene riconfermarlo, in un tempo in cui le varie crisi internazionali, e le conseguenti necessità di portafoglio, ci hanno spesso portato a ritenere che la politica del turiamoci-il-naso fosse l’unica strada praticabile.

Il Paese-di-mezzo è un grande Paese. Bellissimo. Affascinante e misterioso. Un universo autonomo, per lo più refrattario a farsi corrompere e infettare da culture aliene. Tuttavia, il gigante cinese che lentamente, ma con passo inesorabile, sta emergendo dal suo millenario isolamento per conquistare il mondo a colpi di acquisizioni-societarie, non può fingere di non conoscere le necessità civili e umanitarie di quell’universo-altro. Che, per inciso, sono le stesse necessità espresse nella Charta 08, il manifesto promosso dallo stesso Liu Xiaobo, sottoscritto da centinaia di intellettuali ed attivisti cinesi, e pubblicato nel dicembre del 2008.

Un manifesto che rivendica libertà di riunione, di espressione di religione, di associazione politica e non, che fa riferimento alle tensioni sociali e al malcontento montante nel Paese, che punta il dito contro la ripetuta violazione dei diritti umani. Un manifesto che nel richiedere riforme politiche, la possibilità per i cittadini di controllare l’operato della loro pubblica amministrazione, l’indipendenza dei diversi centri-di-potere, la protezione dell’ambiente, la dovuta attenzione per ogni problematica civica, non avrebbe da mutare di una virgola se invece di essere idealmente indirizzato al governo cinese fosse spedito all’attenzione dei nostri governi occidentali.

A dimostrazione che non vi sono lezioni da impartire, quanto piuttosto lezioni da imparare. Proprio come quelle che vengono dalla scuola del professor Liu Xiaobo.

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