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A day to remember

Due anni fa il tracollo Lehman Brothers.

di Rina Brundu. A pochi giorni dalle commemorazioni dell’11 Settembre, c’è un’altra importante ricorrenza della storia americana recente che occorrerebbe non dimenticare. Per certi versi è l’anniversario di una sciagurata vicenda che non ha mietuto meno vittime dell’attacco alle Twin Towers in quel di New York. Sto parlando naturalmente del tracollo della banca d’affari Lehman Brothers. È stato infatti il 15 Settembre 2008 che questo istituto finanziario ha richiesto la procedura di fallimento, annunciando debiti bancari e obbligazionari per centinaia di miliardi di dollari e dunque la più grande bancarotta nella storia degli Stati Uniti.

Ma, per quanto colossale, il fallimento Lehman non è stato una mera questione di bancarotta fraudolenta. In verità, il 15 Settembre 2008 si è assistito soprattutto alla fine di un’epoca, alla fine di una galoppata pazzesca che per più di un decennio, tra boom tech e boom finanziari, ha cambiato il volto del pianeta, il destino dei singoli, finanche di intere nazioni. E tra queste nazioni non può certo mancare all’appello l’Irlanda che io ho vissuto, dato che è stato proprio quel giorno che per la Tigre Celtica è infine arrivato il momento del redde rationem. Un momento difficilissimo risoltosi nel brusco risveglio dal sogno più lungo, sicuramente dal sogno più bello e che si sperava non dovesse finire mai.

A ripensarci con serenità, fu un mattino come ogni altro quello di due anni fa nella città di Dublino. Fu un mattino come ogni altro che col passare delle ore seppe trasformarsi, dentro ogni centro e società finanziaria, piccola o grande che fosse, in una interminabile giornata frenetica. Tuttavia, perché gli effetti nefasti di quanto stava accadendo si manifestassero in tutto il loro reale squallore ci sarebbero volute settimane e mesi. Settimane e mesi per perdere centinaia di migliaia di posti di lavoro, settimane e mesi per capire che le politiche economiche inadeguate e i mutui subprime avevano strozzato il Paese, settimane e mesi per tappezzare le villette di Dublino con cartelli on-sale e gli edifici destinati a uffici con l’avviso to-rent. Naturalmente quelle case non le avrebbe comprate nessuno per lungo tempo e gli uffici sarebbero rimasti desolatamente vuoti.

Due anni dopo il cammino dell’Irlanda rimane tutto in salita, mentre l’avventura della piccola Tigre Celtica che per un fuggevole istante riuscì a diventare la nazione più ricca d’Europa è oramai mito consegnato alla storia. Ma che i duri insegnamenti impartiti da un simile disastro finanziario, nell’Isola Smeralda così come in ogni altro luogo sotto il sole, siano stati davvero compresi non mi pare proprio. Piuttosto mi resta il dubbio che faccia ancora comodo coltivare l’illusione. L’illusione, per esempio, che non tutto fosse sbagliato, che solo il finale fosse da rifare e che dunque sia lecito ricominciare. Come prima, più di prima. Diceva Gramsci, che la storia insegna, ma non ha scolari, nel caso della storia della finanza internazionale credo sarebbe meglio che si risparmiasse finanche la lezione.

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