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Giornalismo online: lo stile

Perché c’è firma e firma…

di Rina Brundu. Credo che si possa concordare che il giornalismo non è solo ricerca della notizia, ma è anche modalità impegnata e informata di fare opinione. Quando un direttore di giornale, un giornalista di punta, un critico o un columnist scrivono un editoriale, su un qualsiasi argomento, è proprio questo che fanno, opinione impegnata et informata. Detto altrimenti, analizzano il dato X e lo presentano ai loro lettori caricato di un significato aggiunto il cui fine ultimo è quello di stimolare la riflessione e dunque le capacità cognitive del lettore accorto.

Il giornalismo infatti non ha fini didattici in senso stretto, ma il buon giornalismo ha sicuramente tra i suoi target ideali anche quello di favorire la crescita intellettuale del lettore a cui si rivolge. Da un lato. Dall’altro è opportuno ricordare, perché temo ce lo si dimentichi troppo spesso, che essere giornalista, e dunque fare giornalismo, dovrebbe anche voler dire avere il coraggio delle proprie opinioni. Poter contare prima di tutto sulla forza delle idee, sulla passione che ha portato un individuo a scegliere la professione. Ne deriva che per ottenere questi risultati, ed essere ad un tempo in grado di esplicitare le buone qualità, nonché le oneste intenzioni, occorre possedere l’indispensabile know-how tecnico. Né più né meno di quanto accade con ogni altro mestiere.

Inutile dire che lo strumento principale per costruire questo specifico know-how, a livello pratico, sarà la capacità scritturale (in senso lato) dell’individuo considerato. Ovvero di colui, o di colei, i cui ragionamenti ed elucubrazioni dovranno essere pubblicati allo scopo di informare un pubblico di lettori-accorti. Ed è inutile anche sottolineare che sarà pure dalla bontà di questa capacità artigianale che dipenderanno le fortune dello stile giornalistico sviluppato. Non è questione da poco. Non lo è se pensiamo che una buona firma digitale non potrà prescindere dal suo stile. O meglio, sarà tutt’uno con quello. Di fatto, lo stile di un giornalista, per quanto mi riguarda, è un amalgama variegato di molti elementi che, nel caso della scrittura digitale, può arricchirsi di tratti e caratteristiche specifiche assolutamente improponibili ed inimmaginabili nel giornalismo tradizionale.

Per carità non voglio certo sminuire l’importanza delle severe regole di editing che si applicano al giornalismo cartaceo. Al contrario, direi che il conoscere quelle regole sia conditio imprescindibile per diventare anche giornalista digitale ed evitare la squalifica automatica o una retrocessione di ruolo. Tuttavia, credo sia anche arrivato il momento di investigare con una certa libertà di metodo le ragioni ultime che hanno portato alla creazione di molte di quelle vecchie regole e dunque alla formazione di quel certo tratto-omologato che è innegabilmente presente nella scrittura giornalistica. Non ritengo occorrerà ricorrere all’ausilio di una mente geniale per scoprire quindi che tantissimi tabù editoriali, diventati assioma linguistico, derivano probabilmente (anzi, quasi sicuramente) da mere esigenze di spazio.

Esatto, parlo proprio di spazio fisico che nel caso di un giornale cartaceo è elemento fondamentale nel determinare la fortuna di un qualsiasi pezzo. Per la serie accorcia qui, taglia là e se non si può tagliare… togli.  Vivaddio tutti questi patemi non riguardano più la scrittura digitale, che può contare su possibilità “spaziali” per certi versi illimitate, sia rispetto alle banali necessità bidimensionali di un qualsiasi “pezzo” che occupa una data posizione fisica (seppure virtuale), ma soprattutto rispetto alle infinite modalità di arricchimento dei contenuti propiziate dai collegamenti ipertestuali (hyperlink) utilizzati.

Ma questi fattori considerati, quali sono allora gli elementi che più degli altri caratterizzano lo stile del giornalista digitale? Intanto il linguaggio utilizzato. Nello specifico, venuti meno i severi diktat editoriali di cui abbiamo appena detto, il giornalista digitale potrà utilizzare un linguaggio che sarà vera espressione della sua essenza (nonché della sua esperienza). Nel migliore dei casi questo porterà la scrittura giornalistica ad acquistare un carattere finanche letterario, nei peggiori produrrà un inevitabile scadimento da Sindrome del far-west digitale. E poi i costrutti utilizzati. Ne deriva che se “i costrutti sono le chiavi di lettura che rendono il mondo intelligibile”, il giornalista dotato di uno stile ben definito avrà anche una concreta possibilità di modificare quel “mondo” a sua immagine e somiglianza.

E quindi il segno che nella scrittura virtuale può diventare qualcosa di più complesso delle mere possibilità insite nel dualismo tra significante e significato (in senso saussuriano). Ovvero, significante e significato potranno “dipendere” a livello di significazione (è il caso di dirlo) dall’impronta che viene data loro dall’io-che-scrive, piuttosto che vivere dello standard-contrario imperante (vedi il fattore omologazione-scritturale già ricordato). Tra i molti altri elementi formativi dello stile di una firma digitale, mi piace ricordare la possibilità di titolare i pezzi seguendo una logica quasi “artistica” nel suo fuggire la necessità di fare-notizia e dunque la necessità di catturare l’attenzione a tutti i costi (a catturare l’attenzione del lettore, e dunque ad invogliarlo alla lettura, dovrebbe bastare infatti la sola firma in calce, quando è veramente tale).

E si potrebbe continuare ancora. Sono tante infatti le opportunità a disposizione dei professionisti online determinati ad acquistare una definita identità. Perché c’è firma e firma… appunto. Nessuno di questi escamotage scritturali tuttavia potrà mai prescindere dall’indispensabile passione-per-il-mestiere di cui si è già detto in apertura. E soprattutto non potrà mai prescindere dalla “forza delle idee” che fa vivere quella scrittura. Più o meno informata. Più o meno impegnata. Senza quella forza, infatti, non è giornalismo, ma solo grammatica.

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