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La svolta

Dopo il discorso di Fini a Mirabello.

di Rina Brundu. Se fossimo in America il discorso tenuto quest’oggi da Gianfranco Fini in quel di Mirabello, verrebbe consegnato alla Storia come un momento da ricordare. Da soppesare con ammirata attenzione in famiglia, magari durante quei noiosi pomeriggi che inevitabilmente seguono il pranzo pantagruelico del Giorno del Ringraziamento. Quando nelle vene circola lo “spirito” che fa speciali i liquori della nonna, annacquato con litri di oratoria sentimental-popolare.

Nel Paese dei campanili, la retorica politico-nazional-patriottica fa naturalmente più fatica ad attecchire, se non altro per il nostro naturale favorire la dietrologia e la cultura del sospetto. Tenuto conto di queste legittime premesse, è indubbio che, anche sul suolo italico, la rara eccezione trova ancora il modo di confermare la sua regola, così come è indubbio che il discorso del Presidente della Camera rientri tra quelle rare eccezioni. Ma, retorica considerata, vi rientra soprattutto per il suo essersi proposto come elemento fatidico che ha ufficialmente principiato uno straordinario momento di svolta. La svolta di cui parlo non è un altro giro di vite che ribalta le necessità minime della quotidiana politica, quanto piuttosto uno stop energico dato ad un certo modo di intendere il fare-politica. Quello stesso modus decisionistico e autoritario che ha avuto ogni opportunità di attecchire e fiorire indisturbato negli ultimi 15 anni della Storia della Repubblica e che lo stesso Fini ha per certi versi contribuito ad inventare.

Di fatto, si potrebbe forse dire che le sue chiare e forti parole di denuncia (di autodenuncia?) hanno sancito il fatale quanto definitivo crollo del “principato delle libertà”, contribuendo non poco a coprire di polvere e calcinacci la ricca veste del suo principe. Ma il principe non è morto e dunque viva il principe! Vero è tuttavia che tutto ciò che accadrà da questo momento in poi accadrà su terra incognita resa impervia dalle grandi distese di sabbie mobili che la puntellano. Terra-incognita dentro i cui confini persino il più smaliziato dei Machiavelli farebbe fatica a recuperare scampoli di perduta felicità. Del resto, quale ambasciatore e­/o dignitario di corte riuscirebbe a dormire sogni tranquilli sapendo della Spada di Damocle che minaccia il destino ultimo del regno? O di ciò che ne è rimasto, si intende.

Per il maestro pensatore fiorentino, resuscitato a controllar le cose italiche correnti, l’unica vera fonte di soddisfazione potrebbe forse essere il vedere le “conclusioni” da lui raggiunte cinque secoli fa reggere alla prova dei fatti finanche nell’era di Internet. Tra queste, l’assioma che le doti etiche sono mere illusioni nella battaglia politica. Perché un principe, quando è veramente tale, è concentrato solamente nella salvaguardia dello Stato. Del suo Stato. E per ottenere quel risultato quando necessario saprà trasformarsi da lupo in agnello, e farà tutto quanto è indispensabile fare. Finanche analizzare con paranoica attenzione ogni costrutto che ha originato quel discorso di cui si è detto al fine di plaudirne le perle e dare maggior risalto alle sue  zone d’ombra. E il popolo (il volgo) – proprio come teorizzava Machiavelli – alla fine ne risulterà convinto, e per quei pochi che non lo saranno ci sarà ben poco da lamentare, perché la maggioranza resterà con il principe.

Per certi versi viviamo tempi politici straordinari. Situazioni da governo di una società tutta da spiegare (quale sempre rimane quella italiana) che potranno essere chiarite con la dovuta onestà di metodo solo in un futuro lontano. La verità del presente è infatti quasi sempre figlia del così-è-perché-ci-pare e della conseguente e limitata capacità di visione. Ripeto però, per certi versi viviamo tempi politici davvero straordinari.