PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

On leadership:il dissenso

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Sulla ruota del criceto ed altri particolari minimi.

di Rina Brundu. Non è facile essere un leader moderno. Per certi versi i nostri sistemi democratici, ma anche gli “illuminati” metodi di gestione che vengono applicati dentro una qualsiasi società d’affari mediamente evoluta, sono in netta contraddizione con le necessità minime di una vera leadership operativa (diverso è il discorso per una leadership di tipo spirituale). Analizziamo, per esempio, il caso del dissenso ad una linea aziendale prima, e ad una linea politica poi.

Per quanto lo si voglia fare credere, il dissenso, dentro la tipologia di società d’affari che ho indicato sopra, non viene gestito, a livello epidermico, con metodi “machiavellici”. Al contrario, il massimo sforzo viene senz’altro usato nel tentativo di “assorbirla” in maniera positiva l’opposizione in nuce. Questo perché, le risorse impiegate per raggiungere un tale risultato, hanno anche un altro obiettivo finale, ovvero la fondamentale aggregazione (sotto i più disparati punti di vista) del fattore umano, insieme ad una indispensabile focalizzazione sinergica sulle necessità minime dell’obiettivo di business considerato.

La critica viene dunque assorbita attraverso un processo controllato che sia il meno possibile invasivo delle privacy dell’individuo o, per meglio dire, che non sia avvertito come invasivo da parte del soggetto interessato. Stratagemmi tipici per ottenere questo risultato sono la pianificazione di eventi e di happenings (sportivi, ma anche di vario entertainment) subito dopo l’orario di lavoro, la creazione di gruppi-di-intesa dedicati ad attività-altre che non siano quelle strettamente legate all’amministrazione quotidiana del business, l’organizzazione di corsi di varia natura all’insegna del motto “Conosci te stesso, ma soprattutto conosci la tua company e chi la fa vivere”.

Non vi è tendenzialmente nulla di sbagliato in questo, e per chiunque sappia trarne profitto in maniera positiva, una simile politica di gestione delle risorse umane è senz’altro una occasione notevole per migliorarsi sia come individuo che come professionista. In realtà, alla fine di questo ipotetico processo, la scriminatura è pure fatta. Tre saranno le figure fondamentali che sarà subito possibile individuare: 1) i leader che continueranno a lavorare dentro l’azienda, 2) i leader che avranno coltivato il dissenso e quindi si porranno subito fuori dalle dinamiche aziendali (e dunque lasciano per proseguire altrove il loro percorso, 3) gli impiegati che “senza infamia e senza lode” continueranno a fare girare la ruota del criceto e così facendo permetteranno all’azienda in questione di continuare ad esistere da un lato, e a loro stessi di sopravvivere più o meno dignitosamente, dall’altro. Il dissenso è stato comunque assorbito.

Credo che un tratto fondamentale che distingue il dissenso nei confronti di una linea aziendale dal dissenso da una linea “politica” sia la maggiore teatralità implicata da quest’ultimo. Consequentia rerum è che non potrà mai esistere un processo controllato di assorbimento di simili contrasti. Ad un tempo, una lotta intestina all’interno di un partito, o di una coalizione di partito, potrebbe pure concludersi con un nulla di fatto rispetto alla possibilità di generare un “growth” di qualsiasi tipo (politico, morale, ma anche di semplice miglioria della qualità della leadership o della vision che la giustifica). In altre parole, la possibilità di scontrarsi con un individuo o un gruppo dissenziente sarà sempre dietro l’angolo, mentre l’unica maniera per minimizzare il rischio procurato da una simile spada di Damocle, sarà un continuato ricorrere alle usate armi del dialogo, della diplomazia, dell’accordo-turandosi-il-naso, finanche della mera furbizia e scaltrezza politica.

In entrambi gli scenari descritti, un ricorso a metodi più “decisi” (tecnicamente forse più appropriati – come già ricordato nell’incipit – alla natura di una vera leadership operativa) per annientare il dissenso, non è raccomandabile. E se in campo politico il risultato potrebbe risultare deleterio, l’equazione governance-di-ferro=azienda-economicamente-felice è ancora tutta da dimostrare anche in campo gestionale. Da considerare vi è però che, come sosteneva Niccolò Machiavelli nel suo Del modo di trattare i popoli della Valdichiana ribellati “Il mondo fu sempre ad un modo abitato da uomini, che hanno avuto sempre le medesime passioni, e sempre fu chi serve e chi comanda, e chi serve mal volentieri, e chi serve volentieri, e chi si ribella ed è ripreso”. E se questo assioma resta dunque ancora tale, finanche invariata rimane l’idea latina dell’homo homini lupus. Insomma, democrazia-moderna-o-meno, dissenso ravvisato uomo mezzo-sbranato.