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Giornalismo online: le firme

Sul come fatto il giornalismo occorrerà fare i giornalisti…

di Rina Brundu. Francamente resto abbastanza perplessa da tutto quello che si può leggere oggidì a proposito di giornalismo online: corsi, convegni, aggiornamenti, ammonimenti e soprattutto “strane scritture”. A cominciare da quelle che riguardano il nome stesso che spesso e volentieri vedo storpiato in “giornalismo on line”. Di fatto, sia come avverbio che come aggettivo, ma anche come nome (per esempio, online gaming) il termine online /ˈɒn.laɪn/ o /ˈɑːn.laɪn/ andrebbe scritto “as a single word”. Al più è linguisticamente accettabile una versione on-line, che però a mio avviso mancherebbe di un requisito editoriale fondamentale: la semplicità dell’usage quotidiano che è sempre da preferirsi.

Più in generale è tutta l’agitazione intorno all’argomento che mi lascia scettica. Una agitazione che, secondo me, non ha ragione di essere dentro i confini della Repubblica. Questo perché in materia di giornalismo online manca davvero tutto: manca una normativa specifica, mancano le regole (anche stilistiche), mancano i giornali e soprattutto mancano le firme che dovrebbero fare vivere questo tipo di giornalismo.

È mia ferma convinzione che la confusione nasca dalla semplicistica considerazione che il giornalismo online sia una versione digitalizzata del giornalismo tradizionale. Non è così. Un giornale cartaceo che vive in Rete continua ad essere un giornale tradizionale e continua ad occuparsi di giornalismo tradizionale, così come continueranno ad essere giornalisti-tout-court i professionisti che impiegherà nel suo staff.

Per converso, la scrittura giornalistica online è una espressione informativa interamente figlia della Rete, nonché del far-west scritturale che ancora contraddistingue Internet. Paradossalmente è proprio l’estrema tolleranza editoriale ad impedire la diligenza stilistica necessaria per avere una sorta di “genere” nuovo, e temo che così sarà per molto altro tempo ancora. Perché, a ben rifletterci, il giornalismo online non è – o comunque non dovrebbe essere – sinonimo di opinioni e commenti online, ma dovrebbe guardare alla creazione di una modalità scritturale organizzata che – riflettendo le necessità della sua natura digitale (pensiamo per esempio alle diverse esigenze di editing) – sia capace di acquistare, nel tempo, la medesima dignità della sua controporte tradizionale.

Ne deriva che fatto il giornalismo occorrerà fare i giornali e i giornalisti, o meglio le firme online. E se i giornali online non potranno che essere giornali nati in Rete (blog o magazine giornalistici, ma non una trasposizione digitale del quotidiano comprato sotto casa), lo stesso dovrà dirsi dei giornalisti. Più specificamente, una firma-online non potrà che essere figlia della Rete e nella Rete dovrà vivere. Oggi come oggi l’unico esempio riuscito di esperimento giornalistico digitale che abbia saputo creare anche delle firme è  il The Huffington Post di Arianna Huffington.

Certo non mi sfugge che esistono all-around-the-globe, e magari anche in Italia, esperimenti simili. Tuttavia, nessuno di questi (a parte il caso di alcuni blog scandalistici, che però preferirei non considerare perché si entrerebbe dentro le dinamiche di un diverso universo) è riuscito a creare una realtà giornalistica altrettanto influente e capace, a sua volta, di proporre delle firme brand-new che possano vantare la stessa credibilità professionale dei loro colleghi che scrivono su carta.

La capacità di influenza del giornale online non è, infatti, un elemento da sottovalutarsi, dato che è proprio la possibilità di “agire” sull’opinione pubblica, uno dei tratti salienti che distingue il giornalismo professionistico dagli endeavours dilettanteschi. Ed è questo un punto sul quale non si dovrebbero fare distinzioni tra giornalismo tradizionale e derivati digitali. Lo stesso discorso vale naturalmente per la firma online e per la sua capacità di  “impressionare” – con il personalissimo stile – il suo pubblico di lettori.

Ma, ripeto, è importante non dimenticare che il “miracolo Huffington” è avvenuto in America, dove anche le dinamiche giornalistiche tradizionali sono diverse. Temo che da noi, persino quando si ha a che fare con un processo informativo che  viaggia alla velocità della luce, la “brillante promessa” continuerà ad impantanarsi una vita nel frustrante ruolo di “solito stronzo”, mentre il salto di qualità verso l’agognato status di “venerato maestro” sarà sempre conseguenza di cose minime. Questione di lato-b, insomma!

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