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Giornalismo online:l’ultima frontiera

Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!

Occorre fare più attenzione! Ho scoperto, infatti, che in molti siti giornalistici, gli scritti vengono accuratamente analizzati da un software editoriale. Per meglio dire, da un programma informatico costruito ad hoc per carpire il “mood”, ovvero la carica emotiva dell’articolo considerato, e dunque dello spirito-che-scrive, attraverso una valutazione quasi-matematica della stessa. L’impressione che ne ricavo (potrei sbagliarmi!) è che le valutazioni positive, “Buono” o“Molto Buono”, vengano pubblicate, mentre quelle negative sembrerebbero non esistere. Per farla breve, i pezzi che proprio non-si-possono-leggere emotivamente, non ricevono alcuna nota. Un software gentiluomo, insomma: noblesse oblige!

Francamente, resto perplessa. Non tanto sulla scelta d’analisi, quanto piuttosto sulle modalità attuative della stessa. In particolare, il “giudizio emotivo” (perché alla fine sempre di giudizio si tratta, anche se l’intento non è certamente quello di esprimere giudizi, e questo è chiaro), positivo o negativo, sembrerebbe dipendere dalla valenza denotativa dei singoli aggettivi utilizzati. Per esempio, se all’interno di questo articolo il software leggerà un ideale campo semantico composto da termini quali: felice, contento, soddisfatto, appagato, allegro, gioioso, spensierato, raggiante, radioso, gaio, lieto, beato, delizioso, deliziato, luminoso, splendente, sfolgorante, fulgido, sfavillante, scintillante, splendido, raggiante (scusate, ma abbondo per ovvie ragioni!) e così scrivendo sulla-via-della-felicità, il voto finale non potrà che essere “buono” o “molto buono”.

Se, viceversa, lo scrivente soffrisse della Sindrome Famiglia Addams e, vittima di una romantica malinconia, gli/le venisse da redigere un articolo dove abbondino aggettivi quali: tristo, funesto, tragico, mortale, fatale, letale, pericoloso, dannoso, nocivo, disastroso (uhm… meglio fermarsi qui!), il destino “emotivo” del suo lavoro non potrebbe che essere segnato. “L’umore” del campo semantico determinerebbe dunque la qualità del risultato ottenuto! O, almeno, una sua qualità. Ripeto, francamente, resto perplessa. Una delle peculiarità del giornalismo online è proprio la capacità unica di esprimere il “mood” dell’autore e del suo lavoro, in maniera diretta. Ovvero, data la maggiore vicinanza dell’io-che-scrive al suo scritto (argomento di cui ho già trattato in altre occasioni), all’autore di-cui-sopra, non resta che esplicitarlo nero su bianco se nel dato momento è incazzato, o in uno stato di grande beatitudine. E con una libertà mai avuta prima. Il suo editore-internet non si sognerebbe mai di impedirglielo!

Ma non basta. Caratteristica prima di ogni linguaggio (anche di quello giornalistico) è l’utilizzo di parole che denotano e connotano. Ancora, non vi è linguaggio dignitosamente evoluto che possa esistere senza una naturale “carica retorica”, quando “retorico” non è sinonimo di artificio-retorico, quanto piuttosto di “imagery”, ovvero di figura scritturale più complessa che rimanda a significati-altri. Per quanto mi riguarda, io ho molti dubbi sul fatto che un programma elettronico possa riuscire a “catturare” simili “momenti”. Sia perché dovrebbe trattarsi di un programma prodigiosamente complesso, sia perché, “per quanto complesso”, non potrebbe mai contenere in memoria tutte le “eccezioni” possibili. Ogni autore è infatti capace di creazioni brand-new ed estemporanee che appartengono solo e soltanto al suo personalissimo bagaglio stilistico. Senza considerare che, per loro natura, le possibilità straordinarie dell’arte-retorica (nonché della satira, della vena-goliardica), avrebbero gioco molto facile nell’imbrogliare un qualsiasi software. Di sicuro, basterebbe loro un mero guizzo “wit” per dire bianco laddove è scritto nero.

Ne deriva che il segno (inteso quale sinonimo di “terminologia utilizzata”) può essere solo e soltanto un mezzo. Il risultato, buono o meno buono, anche a livello di “emotivo”, non potrà che dipendere invece dalla valenza letteraria (et giornalistica) della carica connotativa complessiva prodotta dal singolo autore. Per dirla terra-terra, dal “valore aggiunto” – rispetto ad un qualsiasi parametro di riferimento – che quello scritto è capace di regalare al suo pubblico di lettori attenti. E dunque, indipendentemente dalla positività, o negatività, del campo semantico. In realtà, si tratta di spiegare l’ovvio. Di certo, vi è soltanto che una simile metodologia analitica può risultare molto fuorviante. Non è neppure da sottovalutare il rischio – ancora tutto da provare, s’intende – che possa favorire un ulteriore deterioramento qualitativo della scrittura-digitale.

Non è tutto. C’è un’altra “novità editoriale” riguardante il giornalismo online che io giudico altrettanto perniciosa. Sto parlando di quell’idea che un “algoritmo”, attraverso una veloce identificazione di ogni termine-trendy (e dunque più ricercato in Rete!), possa determinare il contenuto del “giornale”. Possa “farlo” il giornale. La sua prima pagina, così come la terza, la cronaca, la sezione sportiva. Finanche determinare il contenuto degli allegati. Signor Algoritmo al posto di Signor Direttore dunque! Per non parlare della redazione-fantasma, sparsa ovunque sotto il sole e intenta a scrivere sotto dettatura-informatica. Dal Quarto Potere allo Zerbino Informativo Digitale!

Credo si sia capito che questo per me non è giornalismo: né online, né di alcun tipo! Non tanto perché scardinerebbe completamente la “vecchia impalcatura redazionale” (a dire il vero, questo sarebbe l’unico elemento positivo che vi riscontro!), quanto piuttosto perché il giornalismo, così come ogni altra espressione dello spirito-che-scrive, vive di una sua capacità creativa che per reputarsi tale non può fare a meno di un fondamentale elemento: l’originalità. Il vero giornalista, cane-sciolto-arrabbiato per sua natura, resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il non-detto in opposizione al detto, ri-detto, trito e contrito che determina il clicking-folle degli internauti!

Ma non solo! Il vero giornalista resta sempre colui, o colei, che va a ricercare il “non-detto” perché imbavagliato, il non-detto perché scomodo-politicamente, il non-detto perché fastidioso affaristicamente-parlando, il non detto perché è-meglio-dimenticare, il non detto perché Tizio-e-Caio hanno famiglia, il non-detto perché gli-amici-non-si-toccano, il non detto perché speriamo-che-io-me-la-cavo e via così, imbavagliando.

Questo per ricordare che le vie del bavaglio-d’oro vanno sempre oltre l’ovvio. Quelle più subdole, sicuramente!

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