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La Nuova Caledonia resta francese

di Michele Marsonet.

Per la terza volta nel breve arco di tempo di quattro anni, gli abitanti della Nuova Caledonia hanno bocciato le istanze indipendentiste avanzate dal “Front de Liberation Nationale Kanak Socialiste” e confermato la volontà di continuare ad essere un territorio francese d’oltremare.
Può sembrare una notizia di scarso rilievo, ma non lo è affatto. L’arcipelago, di cui la Nuova Caledonia è il territorio principale, è infatti collocato in posizione strategica nel Pacifico meridionale, a circa 1500 km a est della costa australiana.
E’ inoltre contiguo agli arcipelaghi delle Figi e di Vanuatu, e non è molto distante dalla Nuova Zelanda. Classico paradiso tropicale, ha un’economia molto legata al turismo straniero, soprattutto europeo e americano. Gli ultimi dati indicano 131 milioni di dollari di entrate grazie al turismo.
A differenza degli Stati vicini, tuttavia, può contare su un’altra grande risorsa. Si tratta del nichel, minerale che sta diventando sempre più prezioso e di cui l’arcipelago possiede giacimenti tra i più grandi al mondo.
Estrazione e lavorazione di questo minerale hanno in effetti reso la Nuova Caledonia il territorio più ricco dell’Oceania, con 138.000 tonnellate estratte nel 2010 (ultimo dato disponibile).
Certo si tratta di un territorio di appena 18.500 km quadrati e con 241.000 abitanti, suddivisi tra indigeni kanaki, discendenti dei coloni europei (soprattutto francesi) e immigrati da Indonesia e altri Stati asiatici.
I grandi giacimenti di nichel – unitamente alla posizione strategica in un’area di crescente turbolenza – ne fanno però un obiettivo molto appetibile per la Repubblica Popolare Cinese, che è in piena fase di penetrazione in quest’area.
Pechino ha ovviamente appoggiato gli indipendentisti, ma con scarsi risultati. In un primo referendum, tenutosi nel 2018, il 56,4% degli elettori ha deciso di restare con la Francia. Nella seconda consultazione del 2020 tale percentuale è stata del 53%.

Nell’ultimo referendum del 12 dicembre 2021 i favorevoli al mantenimento del legame con la Francia sono addirittura passati al 96% dei voti, anche se occorre notare che le elezioni sono state caratterizzate da uno spiccato astensionismo.
Il presidente Macron ritiene che tale risultato sia definitivo, per cui non verranno indette altre consultazioni. Si prevede tuttavia una maggiore autonomia dell’arcipelago nell’ambito della comunità francese.
La vicenda della Nuova Caledonia costituisce indubbiamente uno smacco per la Cina, che negli ultimi due decenni ha molto allungato i suoi tentacoli nel Pacifico meridionale concedendo cospicui finanziamenti a parecchi dei piccoli Stati locali.
La chiave è insomma la concessione alle nazioni dell’area di aiuti consistenti e “gratuiti” solo in apparenza. Si dà infatti il caso che, anche in quest’area – come è già avvenuto in Africa e America Latina – il governo cinese faccia scattare a un certo punto la ben nota “trappola del debito”. Le deboli economie locali non sono in grado di restituire i finanziamenti grazie ai quali le aziende cinesi costruiscono infrastrutture di dimensioni spesso faraoniche.
Appellandosi all’insolvenza, Pechino reagisce sempre impossessandosi di strutture strategiche quali porti, aeroporti e autostrade (anche a fini militari). Ciò consente alla Repubblica Popolare di espandere la sua sfera d’influenza fino a coinvolgere, per ora in modo indiretto, i principali Paesi dell’Oceania come Australia e Nuova Zelanda.
Gli abitanti della Nuova Caledonia hanno dunque capito che la partenza dei francesi li avrebbe esposti alle mire della Cina, preferendo non correre rischi. Dopo tutto la Francia ha sempre consentito loro di votare, mentre è noto che per i cinesi il voto è solo un passatempo di cui si può fare a meno senza problemi.