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Popper sui limiti della libertà

di Michele Marsonet.

Poco prima della sua scomparsa, Karl Popper fornì un contributo importante al dibattito sul ruolo dei mass media e, in particolare, circa i limiti della libertà. D’altronde Popper non ha mai avuto paura di “sporcarsi le mani” impegnandosi in dibattiti – almeno in apparenza – poco filosofici; la filosofia, per lui, è sempre stata anche uno strumento fondamentale per risolvere i problemi che interessano l’uomo della strada. Le considerazioni popperiane sul tema “televisione, violenza e libertà” ci indicano i limiti di una concezione puramente individualista della vita politica e sociale. Detto contributo si trova nel pamphlet “Cattiva maestra televisione”, uscito in Italia per i tipi di Donzelli nel 1994.
In un’intervista apparsa post mortem, quando gli venne fatto notare che era paradossale che un liberale come lui affermasse la necessità di limitare la libertà di espressione, Popper rispose in questo modo: “Devo confessare che faccio fatica a capire queste obiezioni. Perché dovrebbe essere antiliberale o paradossale per un liberale come me affermare la necessità di limitare la libertà? Ogni libertà deve essere limitata. Non esiste libertà che non abbia bisogno di essere limitata. Dovunque ci sia libertà, la miglior forma di limitazione è quella che risulta dalla responsabilità dell’uomo che agisce, se è un irresponsabile cadrà sotto i colpi della legge. Tutti quelli che invocano la libertà, l’indipendenza o il liberalismo per dire che non si possono introdurre delle limitazioni sono degli imbroglioni che vogliono arricchirsi con lo spettacolo della violenza, educando alla violenza”.
Popper quindi propose di istituire delle metodologie di controllo, in base alle quali chiunque voglia, per esempio, fare televisione deve ottenere una sorta di “patente” per verificarne le qualità morali. Queste proposte popperiane costituiscono, innanzitutto, una confutazione del liberalismo nella sua forma più estrema proprio da parte di uno dei maggiori esponenti del pensiero liberale del secolo scorso, ed in tale veste vanno lette, meditate ed interpretate.
In secondo luogo, Popper nulla dice circa chi dovrebbe giudicare la moralità degli operatori televisivi, e in base a quali criteri. Poiché in una società liberale detti criteri non sono affatto uniformi e, al contrario, tendono a divergere in maniera significativa o, addirittura, irrimediabile (si tratta di ciò che Max Weber definì, con una espressione suggestiva, “politeismo dei valori”), è chiaro che le considerazioni di Popper si collocano al livello della semplice denuncia, senza toccare l’arduo tema della necessaria condivisione di alcuni valori fondamentali ai fini dell’ordinato sviluppo della vita civile. Naturalmente, è importante che Popper abbia speso il proprio prestigio per denunciare l’uso improprio del mezzo televisivo.
La domanda che sorge spontanea a questo punto è, in sostanza la seguente: può uno dei massimi esponenti del pensiero liberale contemporaneo invocare la censura per impedire che le nuove generazioni vengano negativamente influenzate dalla violenza che impera nei programmi televisivi? Secondo la vulgata corrente, infatti, un liberale è contrario a qualsiasi tipo di censura, e modificare questa impostazione significa spostarsi su un terreno che potrebbe rivelarsi pieno di incognite.

Non v’è dubbio che a chi conosca la filosofia politica del pensatore d’origine austriaca e l’appassionata difesa della libertà d’espressione che la caratterizza, tali tesi pro-censura fanno l’effetto del proverbiale pugno nello stomaco. Com’è possibile – si chiederanno in molti – che Popper abbia combattuto decennali battaglie contro autoritarismo e totalitarismo per approdare, infine, alla difesa della censura?
Tuttavia, a dispetto delle apparenze e contrariamente a Feyerabend, Popper non crede in una mitica libertà “assoluta” che dovrebbe espandersi in ogni direzione senza trovare ostacoli di sorta. Nella realtà concreta, la libertà di ognuno di noi trova sempre dei limiti nella libertà di coloro che ci circondano, ragion per cui la libertà dipende – ed è limitata – dalla responsabilità. Afferma infatti che “La libertà del mercato è fondamentale ma non può essere una libertà assoluta. Questo è vero per il mercato come per qualunque altra cosa. La libertà assoluta è un “nonsense”. Prendiamo la formulazione di Kant: quella di cui abbiamo bisogno è una società in cui la libertà di ciascuno sia compatibile con la libertà degli altri”.
Continua dunque Popper osservando che se tutti fossero pienamente responsabili per il modo in cui vivono e considerassero gli effetti delle loro azioni su bambini e adolescenti, allora non avremmo bisogno della censura. Ma le cose, purtroppo, non sono così semplici; è infatti facile constatare che la televisione mostra sempre più violenza perché è buona parte del pubblico a chiederlo.
Se questa è la situazione, è inutile poi rammaricarsi del progressivo aumento dei comportamenti violenti nelle giovani generazioni. Esiste, in effetti, un nesso di causa-effetto, e alle persone responsabili non resta altro da fare che prenderne atto. Ecco allora che il pugno nello stomaco suscitato dalle tesi pro-censura di Popper diventa null’altro che un salutare avvertimento del tipo: “Occorre interrompere questo circolo vizioso, pena il totale degrado del mondo in cui i nostri figli dovranno vivere”. Popper ha voluto insomma gettare il sasso nello stagno, sperando che la sua cristallina biografia di difensore della libertà aiuti ad attenuare il prevedibile impatto negativo dell’invocazione della censura.
Il discorso di cui sopra è, in realtà, attualissimo. Viviamo un momento di grave difficoltà perché il mondo intero è stato colpito da una pandemia dalla quale non siamo ancora usciti. Alcuni folli (e non saprei come definirli altrimenti) si ostinano a credere – e a far credere – che il Covid 19 non esista e che la pandemia sia un’invenzione di non meglio specificati “poteri forti”. Ne deriva che non devono essere posti limiti alla libertà individuale, anche a costo di danneggiare quella degli altri. Le parole di Popper dovrebbero indurci a più serie riflessioni. Anche se, ovviamente, non è possibile convincere con argomenti razionali coloro che alla razionalità hanno rinunciato.