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Gli elettori Usa dimostrano che il radicalismo è dannoso

di Michele Marsonet.

Dalla recente tornata elettorale americana si può trarre una lezione importante: il radicalismo non paga. Con questo voglio dire che i due grandi partiti si sono (forse) accorti che le rispettive ali estreme non devono prevalere se vogliono vincere.
Sembra un ragionamento scontato. Eppure c’è voluto parecchio tempo perché i politici più avveduti dei due schieramenti capissero che con le posizioni di rottura si vince su Twitter e sui social network in genere, ma non nelle urne. In questo senso i cittadini hanno impartito una salutare lezione di realismo a coloro che chiedono il loro consenso.
E’ vero che il successo repubblicano in Virginia è un vero e proprio schiaffo per Biden, che un anno fa, in quello Stato, aveva staccato Trump di dieci punti. I democratici erano quindi convinti di portare a casa il risultato piuttosto facilmente.
Invece è accaduto il contrario perché il loro candidato, l’ex governatore “liberal” Terry McAuliffe, ha impostato la sua campagna sulla demonizzazione di Trump e del trumpismo, senza affatto curarsi dei temi che interessano realmente agli elettori.
Il repubblicano vincente, il 54enne Glenn Youngkin, ha invece capito che la partita si giocava nel campo dell’istruzione, tanto secondaria quanto universitaria. In quel settore, infatti, il “wokismo” di sinistra sta facendo danni irreparabili imponendo agli studenti un’ideologia a senso unico, che legge l’intera storia americana come dominata da questioni di razza o di “gender”, e come se tutto il resto non contasse nulla.
Inevitabile quindi che molti elettori tradizionalmente vicini ai dem decidessero di votare repubblicano per frenare una deriva che sembrava inarrestabile. Il fatto è che la maggioranza dei cittadini è stanca dei diktat della controcultura “woke”, e vorrebbe tornare a un modo più tradizionale di leggere gli avvenimenti politici e storici.
Youngkin ha avuto successo poiché si è accorto che questi erano i temi da trattare, proponendo soluzioni moderate e in linea con la tradizione. Il razzismo dev’essere condannato sempre e ovunque, ma non può diventare il pretesto per imporre un pensiero unico che non lascia spiraglio alcuno al libero dibattito delle idee. Tra l’altro, non ha certo avuto timore nel correre in tandem con la 57enne Winsome Sears, di origini giamaicane e prima donna nera ad ottenere la posizione di vice-governatore in Virginia.
Nel campo democratico la celebre “Squad”, il gruppo di deputati di estrema sinistra capeggiato da Alexandria Ocasio-Cortez, non sembra invece aver compreso la lezione. La Ocasio-Cortez ha infatti sostenuto che i candidati democratici come McAuliffe hanno perso perché non hanno adottato la piattaforma radicale basata sul “politically correct” e sulla “cancel culture”.

Tuttavia, la vittoria più eclatante ottenuta dai democratici è quella di New York, dove Eric Adams, afroamericano ed ex capo della polizia locale, è diventato sindaco basandosi su idee molto concrete e sull’esaltazione dello slogan “Law and Order” aborrito dal suo predecessore Bill de Blasio. Adams ha vinto dichiarandosi contrario al taglio dei fondi destinati alla polizia, che è invece un cavallo di battaglia della sinistra estrema del partito.
Senza dubbio il panorama politico americano è diventato più complicato rispetto al passato, e in molte occasioni appare indecifrabile. Ma è evidente che i due grandi partiti tradizionali riusciranno a recuperare la forza perduta solo a patto di isolare le loro frange estreme.
I democratici debbono denunciare pubblicamente la pericolosità della controcultura woke, schivando con essa ogni compromesso. Per i repubblicani è meglio evitare compromissioni con il complottismo in stile “QAnon” e tenere alla larga gli estremisti.
Nel frattempo, e a sorpresa, il “New York Times”, il quotidiano americano maggiormente sconvolto dal radicalismo della sinistra “woke”, ha pubblicato un editoriale in cui invita il partito democratico a evitare le posizioni estreme tornando ad occuparsi degli elettori di centro. Il suddetto editoriale attribuisce l’inattesa sconfitta dem in Virginia proprio alla “stupid wokeness”.
Parlo di sorpresa perché proprio il grande quotidiano di New York è stato negli ultimi due anni un epicentro della diffusione del “wokismo”. Non si contano più ormai dirigenti e giornalisti che sono stati licenziati, oppure che si sono dimessi spontaneamente, a causa del clima d’intolleranza estrema e delle minacce ricevute direttamente o sul web per le loro posizioni dissonanti rispetto al “politically correct” e alla “Cancel culture”.
Difficile dire se l’editoriale di cui sopra segnerà un vero punto di svolta. Negli Stati Uniti, infatti, la stampa è tradizionalmente libera e, a differenza di quanto accade nei Paesi totalitari, i giornalisti (ma anche i docenti universitari) possono esprimere le loro opinioni senza timore di essere censurati o addirittura licenziati.
L’autore, tuttavia, coglie bene il punto importante dal punto di vista elettorale. Se il partito democratico continua a privilegiare politiche radicali che sono popolari nei social network ma non tra i cittadini comuni, rischia di perdere i contatti con il mondo reale. Se piace solo alla sinistra estrema si auto-condanna alla sconfitta permanente.

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