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La Storia nella “Scienza Nuova” di Vico

di Michele Marsonet.

 Il secolo dei Lumi, nel suo furore polemico e nella sua fede progressista basata sullo sviluppo delle scienze naturali, si trova contrapposto allo spiritualismo del vescovo francese Jacques Bénigne Bossuet, e alla profonda meditazione anti-cartesiana del filosofo napoletano Giambattista Vico.
Nell’opera apologetica del prelato francese, che ebbe notevole influsso nella Corte di Luigi XIV, si rileva l’intenzione di difendere l’ortodossia della dottrina cattolica contro le obiezioni che i liberi pensatori muovevano contro la Provvidenza di Dio a partire dalla constatazione dei mali esistenti nel mondo. Nel famoso “Discorso sulla storia universale” egli ribadisce la sovranità misteriosa di Dio che si serve degli uomini per realizzare i suoi fini, concedendo gli imperi a chi vuole, senza legarsi a valutazioni umane. In un vasto orizzonte temporale – dalla creazione del mondo (fissata nel 4693 a.C.) alla fondazione dell’Impero di Carlo Magno – egli espone le sei età del mondo, sfruttando uno schema di Eusebio di Cesarea, la settima età che è quella della Chiesa cattolica, e la successione degli Imperi. Nell’orditura ampia ma artificiosa, tipica della mentalità barocca, Bossuet affronta tre questioni importanti:
a) l’ingiustizia apparente che regna nel mondo. Si tratta per l’appunto di una visione che crea imbarazzo solo se affrontata con la sensibilità emotiva o con la sola ragione. La vera prospettiva è quella della fede che pone l’uomo in rapporto con l’eternità. I mali della vita sono una prova che dobbiamo affrontare per guadagnarci la felicità eterna. Di fronte a Dio lo schiamazzo dei cattivi è episodio passeggero. L’uomo che punta al bene spirituale non dà eccessiva importanza alla grandezza o alla miseria terrena;
b) rapporto tra storia sacra e profana. La distinzione è solamente di comodo. Esiste un’unica storia quale esplicitazione della Volontà divina che si serve degli uomini e delle varie circostanze per realizzare i suoi imperscrutabili disegni. Tutta la storia può essere interpretata alla luce del popolo d’Israele e della Chiesa: Dio usa l’Assiria e Babilonia per castigare l’empietà giudaica, si serve della Persia per reintegrare il popolo eletto nel suo prestigio, di Antioco e dei Romani per provarlo nella sua fede. L’Impero romano attesta l’opera della provvidenza nel senso che prepara la diffusione della predicazione evangelica e sostiene l’opera dei Pontefici nella storia;
c) la libertà dell’uomo attestata in sintonia col detto popolare: gli uomini si agitano e Dio li conduce. A guardare le cose in maniera superficiale ci si imbatte in numerose contraddizioni e limiti della libertà dei singoli e dei popoli. In realtà, si tratta di un ricamo guardato alla rovescia. Solo la fede ci dà la vera intelligenza dei fatti, e cioè che in ogni evento storico c’è sempre un margine di probabilità che sfugge ai calcoli umani e che rivela misteriosamente la libera e insindacabile iniziativa divina.
Rilievo ben più decisivo e per molti versi determinante in fatto di riflessione razionale sulla storia prende il pensiero di Vico, se si pensa a tutto ciò che susseguentemente dirà a proposito l’idealismo nelle sue varie forme. C’è una intenzione polemica contro i discepoli di Bacone e soprattutto di Cartesio persino nel titolo della sua opera famosa la “Scienza Nuova”. E la polemica riguarda quel vasto orizzonte di realtà che sfugge al dominio dimostrativo delle scienze naturali ed esatte. Si tratta della storia di ciò che l’uomo fa, della “storia ideale eterna”, equivalente del mondo umano reso intelligibile grazie alle retorica, ed irriducibile al sapere dimostrativo della fisica e della geometria.
Da aggiungere, inoltre, che detta comprensione delle “humanae auctoritates” pertiene direttamente alla ragione umana e non alla fede, come pretendeva Bossuet. In questo senso si può asserire che Vico, molto più acutamente di Voltaire, può essere ritenuto padre della filosofia della storia modernamente intesa. Un’altra sottolineatura della “novità” della “Scienza Nuova” rispetto al pensiero illuministico è data dal fatto che, per Vico, la traiettoria storica non muove semplicisticamente dalla superstizione religiosa alla scienza newtoniana della natura, ma procede a spirale, in una serie di ascensioni e di involuzioni.
Vico considera la storia come grandioso teatro delle realizzazioni umane; trova il criterio ermeneutico per dominare i fatti logicamente mediante la coincidenza metodologica del vero e del fatto: “verum ipsum factum”. Utilizza la filologia per accertare i fatti e la filosofia per inverare il certo: “la filosofia contempla la ragione, onde viene la scienza del vero; la filologia osserva l’autorità dell’umano arbitrio, onde viene la coscienza del certo”. Di che cosa si occupa la “Scienza Nuova”? Nicola Abbagnano ha individuato opportunamente alcune questioni di capitale importanza:
a) Teologia civile ragionata della Provvidenza, ossia lo studio delle forme sociali e civili attraverso le quali la Provvidenza educa l’umanità. Di tali forme le principali sono l’istituzione del matrimonio, la pietà verso i morti, l’amministrazione della giustizia.
b) Filosofia dell’autorità, ossia la legittimazione dell’autorità per il bene e l’incremento dei corretti rapporti sociali.
c) Storia delle idee umane quali si sono venute rivelando soprattutto attraverso le esperienze religiose, essenziali per l’umanità. Qui c’è la polemica di Vico contro Pierre Bayle e i circoli libertini che pretendevano fare a meno delle religioni ed esaltavano l’ateismo. Vico risponde: con l’ateismo non è sorta alcuna civiltà, mentre le religioni più rozze hanno contribuito all’evoluzione dei costumi umani.

d) Critica filosofica delle tradizioni religiose: c’è negli antichi miti una sapienza riposta che si è poi manifestata consapevolmente ed in forma elaborata nelle generazioni dei popoli progrediti.
e) Una storia ideale eterna che scorre nel tempo attraverso le storie delle singole nazioni: è la legge razionale che attraversa il destino di ogni epoca e di ogni civiltà. Si tratta per il filosofo della storia di scoprire ed esporre adeguatamente tale schema, che non è certamente quello ciclico dei pagani.
f) Un sistema della legge naturale delle nazioni, ossia del dinamismo antropologico e culturale che vivifica il processo di incivilimento dei popoli, valorizzando miti, fantasia e linguaggio poetico.
Il discorso di Vico prende rilievo alla luce del ripudio del metodo astratto di Cartesio basato sul “cogito, ergo sum”. Per il sapere concreto occorrono “scientia” e “conscientia” che orientano incisivamente l’agire. Per Vico la coscienza umana è informata strutturalmente dall’idea di Dio, dal sentimento del pudore e dal rispetto dell’autorità. Essa agisce orientata da tali presupposti. L’analisi della mente manifesta un tipico modo di evoluzione antropologica: l’uomo dapprima vive e si esprime istintivamente, quindi avverte il mondo concitato dei sentimenti e infine ragiona con mente serena. Si hanno così gli stadi della teologia poetica, della mitologia eroica e della scienza moderna. Allorché questo schema antropologico viene proiettato sui contenuti delle varie civiltà, se ne riscontrano le forme civili oggettive: religione, filosofia e scienza. Studiando le varie epoche in chiave comparativa, si scoprono analogie sorprendenti, come, ad esempio, tra l’età omerica e il Medioevo: ad ambedue succedono epoche classiche e a queste periodi di decadenza.
Parimenti, il destino di ogni nazione conosce sei tappe fondamentali: forza bruta, forza eroica, senso della giustizia, originalità, riflessione dispiegata, decadenza. Queste tappe non costringono la storia nell’orizzonte della ripetitività ciclica, ma la correlano alla libertà dell’uomo e al fatto che ogni involuzione temporale resta pur sempre un livello di civiltà più elevata rispetto alle barbarie precedenti.
Nell’indagare sulla storia bisogna evitare taluni pregiudizi fatali, che possono generare errori imperdonabili: non mitizzare l’epoca preferita dallo storico rispetto alle altre, tenersi lontani dalla “boria delle nazioni”, ossia dall’esaltazione del popolo di appartenenza, non proiettare sui popoli antichi le nostre esperienze, non determinare la successione scolastica di due civiltà simili in un rapporto di causa-effetto, non credere che i testimoni dei fatti erano meglio informati di noi. La conoscenza storica più appropriata è data dall’evoluzione delle istituzioni e non dal criterio della contemporaneità, come riteneva Tucidide.
Secondo Vico, per Provvidenza si deve intendere l’ordine stabilito da Dio, secondo cui ogni cosa viene conservata nel suo essere e orientata a raggiungere le sue intrinseche finalità. Le realtà naturali sono governate da leggi fisiche, quelle sociali da “leggi storiche”. L’uomo, nella visione di Vico, conosce ciò che fa. Pertanto il suo dominio più proprio è quello delle realizzazioni sociali e civili, da lui messe in atto col sostegno divino, giacché “l’uomo è l’artefice, ma la Provvedenza è l’architetto della storia”. Alla base della creazione delle città e delle civiltà c’è il senso religioso; il sapere metafisico viene in un secondo tempo senza sostituire il primo. La dimostrazione che “avvi Provvedenza” è la cosiddetta “eterogenesi dei fini”, cioè il fatto che l’uomo, guidato dalle sue passioni, si propone di raggiungere fini egoistici immediati, mentre la Provvidenza volge al bene sociale e civile delle nazioni tali passioni. Sicché la libidine sensuale genera l’istituto matrimoniale, l’aggressività si converte in valore militare, la cupidigia incentiva lo spirito mercantile, la superbia trasmuta in autorità politica.
Prospettiva complessa di intreccio tra l’elemento divino e quello umano, la storia assume scansione dialettica “sui generis” di corsi e ricorsi di eventi, in una processualità ascendente. Prendendo in considerazione la mitologia e la storia della Grecia e di Roma, in maniera particolare, Vico scopre che le società attraversano tre stadi: quello degli dei, o teocratico, in cui l’uomo vive in diretto contatto col divino tramite la divinazione; quello degli eroi, o mitologico, in cui si consolidano le organizzazioni aristocratiche; e quello degli uomini, o razionale, nel quale prevalgono criteri democratici. Procedendo da uno stadio all’altro, si consolida il dominio della ragione finché questa, divenuta “tutta dispiegata”, ossia intrinsecamente scaltrita e maliziosa, produce la conclusione di un corso e l’inizio di un ricorso, ossia di un nuovo processo ascensionale di incivilimento, grazie alla capacità che l’uomo conserva di alzare gli occhi della mente a Dio e di custodire il senso della famiglia.
Tale prospettiva non va confusa né con la ciclicità pagana, né col progressismo illuministico: è una riflessione ardita, e per i suoi tempi inconsueta e oscura, che salvaguarda contemporaneamente sia la libertà umana come anche la trascendenza divina. Oggi siamo in grado di comprendere meglio il pensiero di Vico, dopo la lezione di Herder e dei romantici.

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