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A Hong Kong la Cina non tollera neanche le candele

di Michele Marsonet.

 La “normalizzazione” imposta a Hong Kong dal governo comunista cinese sta toccando vette inimmaginabili. L’ex colonia britannica era rimasta (con Macao) l’unica città della Cina continentale in cui veniva commemorato, con una grande manifestazione pubblica, il massacro avvenuto in Piazza Tienanmen nel 1989.
Una folla immensa si radunava in Victoria Square, dando vita a uno spettacolo impressionante. Tutti accendevano una candela in memoria delle vittime della repressione ordinata da Deng Xiaoping, e schiacciata dai tank del cosiddetto “Esercito di Liberazione Popolare”.
L’anno scorso la manifestazione, nonostante le cariche della polizia e i numerosissimi arresti, si tenne comunque. Le candele apparvero lo stesso tra il fumo dei lacrimogeni e le manganellate distribuite a volontà.
Quest’anno è andata molto peggio. La piazza è stata chiusa da ingenti forze di polizia ed è rimasta proprio vuota. Qua e là gruppi sparuti di dimostranti hanno creato gruppetti accendendo le luci degli smartphone, ma è stato tutto inutile. Migliaia di agenti appoggiati da blindati hanno bloccato e arrestato i coraggiosi che ancora osano sfidare Xi Jinping.
Come misura preventiva, in precedenza era stata arrestata davanti al suo studio Chow Hang Tung, l’avvocatessa 36enne che negli anni precedenti organizzava la manifestazione per commemorare Tienanmen. Portata via su un’auto con i vetri oscurati, non se ne hanno più notizie.
Il risultato è stato quello voluto da Pechino. Nonostante qualche breve scaramuccia, la grande piazza è rimasta desolatamente deserta. Ora possiamo solo rammentare – guardando le foto degli anni passati – le migliaia di candele commemorative accese.
Dunque il processo di normalizzazione è compiuto. La Repubblica Popolare ha tradito gli accordi firmati con il Regno Unito, che garantivano alla città-isola l’autonomia (pur relativa) fino al 2047.

A nulla sono servite le grandi dimostrazioni che avevano visto scendere in piazza milioni di persone, che rifiutavano il sistema politico comunista e l’assimilazione totale alla “madre patria”.
Il regime, approfittando anche della sostanziale indifferenza delle democrazie occidentali, è passato sopra le proteste come un rullo compressore. Il suo intento è sradicare dalla memoria collettiva i fatti di Tienanmen.
L’operazione, tuttavia, è riuscita solo formalmente. Si può picchiare, imprigionare e impedire di parlare, ma non tacitare la memoria. Quest’ultima, se ci sono ragioni valide, sopravvive, e la forza bruta non è in grado di cancellare il desiderio di commemorare le vittime.
Purtroppo, negli ultimi giorni, abbiamo udito ancora una volta in Italia prese di posizione filo-cinesi provenienti dalla solita sponda politica: quella M5S. Sarebbe opportuno, a questo punto, e visto che il movimento fa pur sempre parte del governo, una presa di posizione ufficiale da parte di Draghi. Così, giusto per rammentare che il governo italiano parteggia per gli oppressi, e non per gli oppressori.
Certo non avrebbe, tale mossa, effetti concreti, dal momento che il Partito Comunista Cinese sta da tempo perseguendo – senza incontrare grossi ostacoli – il suo sogno di egemonia globale.
Ma servirebbe comunque a ribadire in modo netto da quale parte è schierato il nostro Paese. Vale a dire con chi accende le candele per rammentare un massacro, e non con coloro che le spengono per farlo dimenticare.