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Pesante sconfitta laburista nel Regno Unito

di Michele Marsonet.

Dopo le ultime elezioni amministrative, appare evidente il continuo declino del Labour britannico. Il partito ha infatti perduto alcune tradizionali “roccaforti rosse” e, a tale proposito, ha destato particolare impressione quella di Hartlepool, città operaia del Nord dell’Inghilterra.
Qui addirittura il 52% degli elettori ha votato il partito conservatore di Boris Johnson, mentre solo il 28% ha confermato la propria fedeltà al Labour, che in precedenza deteneva la maggioranza assoluta.
Un risultato indubbiamente clamoroso, anche perché Hartlepool faceva parte del cosiddetto “muro rosso”, una cintura di centri di medie e piccole dimensioni che hanno sempre votato in massa per i laburisti.
Questa volta, invece, la vittoria conservatrice è stata schiacciante, cambiando in modo significativo la mappa politica inglese. Due fatti vanno notati con attenzione.
Il premier conservatore Boris Johnson appare assai più popolare in patria che all’estero. Con la Brexit è diventato bersaglio costante delle critiche – spesso velenose – dei maggiorenti dell’Unione Europea.
Ciò gli ha comunque giovato parecchio perché la Brexit non è giunta per caso. L’insofferenza britannica nei confronti della burocrazia di Bruxelles era infatti divenuta incontenibile. Johnson l’ha sfruttata in pieno solleticando l’orgoglio nazionale, che in Inghilterra è ancora forte a differenza di quanto accade in altri Paesi europei (e in particolare in Italia).
Il premier è inoltre riuscito – dopo molte e gravi incertezze iniziali – a gestire in modo efficace la pandemia dovuta al Coronavirus. Tanto è vero che nel Regno le misure di prevenzione sono state allentate in maniera significativa. Uno dei pochi casi al mondo, che accomuna il Regno Unito a Israele. Evidente che il premier è riuscito a tesaurizzare questo successo sul piano elettorale.
Assai diversa la situazione se si guarda al campo avverso. La fine dell’era Corbyn lasciò il Labour devastato dopo la pesante sconfitta subita nelle ultime elezioni nazionali. Il partito della sinistra britannica è sempre stato caratterizzato – un po’ come accadeva nel vecchio Partito Socialista Italiano – da una lotta accesa tra l’ala moderata e quella radicale (noi diremmo tra riformisti e massimalisti).

Con Jeremy Corbyn prevalsero per quasi 5 anni i radicali e, come molti osservatori avevano previsto, questo fatto causò il disastro elettorale, spingendo molti elettori moderati di area laburista ad astenersi o a preferire addirittura i conservatori. L’establishment del partito, a quel punto, effettuò una decisa sterzata.
Venne quindi scelto un leader nuovo assai diverso da Corbyn. Si trattava di Keir Starmer, 58 anni, celebre avvocato e deputato di lungo corso alla Camera dei Comuni. Starmer è un esponente dell’ala moderata che gli inglesi chiamano “soft left”, una via di mezzo tra il radicalismo corbyniano e il centrismo rivolto a sinistra di Tony Blair.
Si vide subito, tuttavia, che Starmer non è un leader carismatico, e non è infatti riuscito a rimettere insieme i cocci di un partito dalla storia gloriosa e ora sotto shock a causa delle ripetute batoste elettorali. Insomma il ritorno dell’ala moderata non ha condotto al recupero dei vasti settori dell’elettorato laburista in disaccordo con i progetti “socialisti” di Corbyn.
Dopo l’ultima sconfitta la poltrona di Starmer sembra piuttosto traballante, e già si parla della ricerca di un nuovo leader. Compito non facile poiché, all’orizzonte, non sono comparsi personaggi carismatici.
Tra l’altro i Tories sono al governo da dieci anni, mentre l’ultimo successo laburista è lontano nel tempo, e risale ai tre mandati consecutivi conquistati da Tony Blair (1997-2007).
Con Starmer azzoppato, ora nel Labour è in atto una battaglia di tutti contro tutti, senza che si veda una soluzione vicina. Così stando le cose, è lecito pensare che Boris Johnson potrà continuare a governare senzas eccessivi problemi.

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