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Basta con Marx, ora in Cina preferiscono Carl Schmitt

di Michele Marsonet.

 La notizia a prima vista sembra incredibile ma poi, riflettendo, acquista un significato preciso. Molti intellettuali cinesi, non riuscendo più a giustificare il primato assoluto del Partito comunista basandosi sui classici del marxismo – e neppure sui testi di Mao Zedong – stanno rivalutando e diffondendo il pensiero del grande filosofo del diritto tedesco Carl Schmitt.
La sorpresa è ovvia giacché Schmitt, nonostante sia stato molto studiato da pensatori di sinistra quali Giorgio Agamben e Mario Tronti, resta pur sempre il “giurista principe” del regime nazista, al quale fornì numerosi strumenti concettuali.
Non è certo la prima volta che nella Repubblica Popolare un filosofo occidentale ottiene gli onori della ribalta. Negli anni ’70 del secolo scorso, dopo la svolta economica voluta da Deng Xiaoping, toccò pure a Karl Popper, sul cui pensiero venne organizzato a Pechino un grande convegno dedicato soprattutto al concetto di “società aperta”.
Si trattò, tuttavia, di un fuoco di paglia, giacché i vertiti del Partito capirono ben presto che parlare di “società aperta” in un contesto come quello della Cina comunista comportava pericoli evidenti. L’episodio, quindi, rimase isolato e circoscritto.
Impossibile dire ora se la stessa sorte toccherà a Schmitt. Forse no, poiché alcune idee del pensatore tedesco vengono considerate molto utili per fornire una giustificazione plausibile della ultrasettantennale presenza al potere del PCC, senza che ai cittadini venga offerta alcuna alternativa politica. E se qualcuno ci prova, come si è visto nel caso di Hong Kong, una repressione brutale si abbatte sui dissidenti.
Com’è noto Schmitt, nella sua celebre opera Teoria del partigiano, scrisse parole di grande ammirazione per Mao, definendolo una manifestazione ai massimi livelli del “partigiano tellurico”. E’ un dato di fatto, tuttavia, che molti intellettuali cinesi odierni non trovano più negli scritti del fondatore della Repubblica Popolare riferimenti utilizzabili. Né li trovano nelle opere di Marx, Engels e Lenin.
Ecco dunque che le tesi schmittiane vengono valutate positivamente dai docenti universitari più giovani e meno influenzati dalla retorica della “rivoluzione culturale”. Tutti contrari, ovviamente, a un’eccessiva “liberalizzazione” del Paese (peraltro diventata impossibile con la stretta ideologica voluta da Xi Jinping).

L’attuale premier coltiva una sorta di “sogno cinese” che punta alla realizzazione di un modello economico e sociale alternativo a quello occidentale, e molto attento alla specifica identità del grande Paese asiatico.
In questo senso non appare più sufficiente basare le fondamenta dello Stato sui tradizionali miti fondativi della “Lunga marcia” e della “Rivoluzione culturale”. Sono troppo lontani nel tempo e non più in grado di affascinare le nuove generazioni.
Viene allora ripresa l’idea schmittiana di “Costituzione assoluta”, in grado di legittimare l’eterna presenza del Partito comunista al potere, senza opposizione alcuna. Essa garantisce, proprio come affermava il giurista tedesco, l’unità politica “concreta” dell’ordinamento sociale dello Stato.
Ed è, questa, una tesi fondamentale poiché, secondo alcuni seguaci cinesi di Schmitt, il vero centro del sistema incarnato nella Repubblica Popolare non risiede affatto nella classe operaia e in quella contadina, che formano “il popolo”, bensì nello stesso Partito comunista.
A quest’ultimo spetta il compito fondamentale di ribadire che lo Stato-Partito possiede un potere assoluto tanto sul mercato quanto sui singoli attori economici. Ecco quindi spiegata la battaglia che il Partito sta conducendo contro i nuovi tycoons arricchitisi a dismisura dopo le riforme di Deng. Caso emblematico è quello di Jack Ma, il padrone della piattaforma di E-commerce Alibaba, emarginato per aver osato criticare Xi e il suo gruppo dirigente.
Naturalmente viene esaltata anche la più celebre delle tesi di Schmitt, lo “stato di eccezione”. Su essa si fonda l’idea che il Partito comunista sia legittimato ad assumere anche decisioni al di fuori della legge, se servono a garantire la stabilità e il progresso dello Stato. E, naturalmente, chi contesta tale tesi viene tacciato di tradimento e di complotto a favore dei nemici occidentali della nuova Cina.
Pure la contrapposizione schmittiana “amico/nemico” viene accolta per favorire il primato della politica, che sarebbe stato oscurato dall’impetuosa crescita economica degli ultimi decenni. E al contempo, in polemica con il liberalismo occidentale, si rigettano le critiche rivolte al regime per la violazione costante dei diritti umani (inclusi quelli del singolo individuo).
A questo punto è chiaro che non si tratta di una mera disputa filosofica e politica quanto, piuttosto, del tentativo di fornire al Partito basi nuove – e più solide – per giustificare il suo eterno potere. Ed è proprio su fondamenta di questo tipo che si giustifica la “politica di potenza” che Pechino pratica ormai senza remore. Né sembra che l’affiliazione nazista di Carl Schmitt preoccupi più di tanto i suoi seguaci cinesi.

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