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Il pensiero unico ormai domina gli atenei Usa

di Michele Marsonet.

Il dominio del “politically correct” e della “cancel culture” sta ormai assumendo dimensioni pericolose negli atenei americani e, per quanto in misura minore, anche in quelli britannici. Si rammenti che stiamo parlando di due nazioni in cui la libertà di espressione è sempre stata – almeno finora – il tratto distintivo della vita accademica.
Il fenomeno sta letteralmente stravolgendo l’insegnamento di numerose discipline e avrà senza dubbio conseguenze di enorme portata in futuro. Si noti, per esempio, che gli atenei anzidetti sono sempre stati considerati mete di eccellenza per gli studenti internazionali provenienti da ogni parte del mondo.
Persino i capi della “nomenklatura” comunista cinese hanno inviato, negli ultimi decenni, i loro rampolli a studiare negli Usa o nel Regno Unito, certi che l’eccellenza dei “curricula” forniti da Princeton, Harvard, Oxford, Cambridge etc. avrebbe loro assicurato un sicuro inserimento nel mondo lavorativo.
Ora tutto sta cambiando. Sotto attacco, per esempio, sono i programmi di studi classici. I fautori del “politically correct” sono favorevoli alla loro eliminazione, poiché greco e latino rappresentano a loro avviso il cuore della visione occidentale del mondo, che non viene più considerata accettabile.
Ecco quindi la proposta di sostituirli con lo studio di altre civiltà o con quello della cultura di popoli che un tempo venivano definiti “primitivi”. Resta da capire, ovviamente, perché mai gli studenti internazionali dovrebbero andare negli Stati Uniti o in Gran Bretagna per seguire simili studi.
Assai più razionale appare indirizzarli in Africa per diventare esperti delle culture locali. Oppure in America Latina per studiare le civiltà precolombiane e verificare i danni irreparabili causati dalla conquista europea.
E c’è pure un problema economico da tenere in grande considerazione. Gli atenei Usa e britannici basano una parte considerevole delle loro entrate proprio sulle tasse – piuttosto elevate – pagate dagli studenti internazionali. Con cosa potrebbero essere sostituite qualora il flusso degli studenti provenienti da altri Paesi dovesse diminuire in modo drastico? Ipotesi tutt’altro che peregrina, visto quanto sta accadendo.

Ciò che è in pericolo è la “diversità” degli approcci, finora sempre garantita. La cappa del pensiero unico sta per l’appunto eliminando una diversità che, in ambito accademico, è addirittura indispensabile.
Eppure i profeti del “politically correct” e della “cancel culture” non si fermano di fronte a nulla. Non si contano più, ormai, i professori – anche celebri – licenziati da molti atenei perché rifiutano di adeguarsi alle regole del nuovo pensiero unico.
Mette conto notare, inoltre, che tale tendenza ha investito in pieno anche il mondo dei giornali e dei “media” in genere. “New York Times” e “Washington Post” sono diventati dei fortini del suddetto pensiero unico e, anche in questo caso, i licenziamenti di giornalisti dissenzienti che rifiutano di adeguarsi sono sempre più all’ordine del giorno.
Le nazioni culla della democrazia liberale assomigliano sempre più ai regimi autoritari che in teoria si propongono di combattere. A questo punto, tuttavia, non è affatto chiaro su quali basi tale battaglia dovrebbe essere condotta.
Joe Biden parla moltissimo della difesa dei “diritti umani”, che vorrebbe imporre ai suddetti regimi autoritari. Ma scorda che tra i diritti umani rientrano a pieno titolo la libertà di opinione e di espressione, che il pensiero unico ormai prevalente negli atenei Usa mette quotidianamente in pericolo.
Proprio per questo Xi Jinping e Putin possono replicare, persino con toni ironici, che americani e inglesi dovrebbero smettere di criticare gli altri badando piuttosto a quanto avviene nei loro stessi Paesi. E, sfortunatamente, è difficile sostenere che abbiano torto.

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