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Sulla possibile fine politica di Erdogan

di Michele Marsonet.

É probabile che l’umiliazione inflitta a Ursula von der Leyen durante la visita dei vertici Ue a Istanbul sia, in realtà, auto-inflitta. Nel senso che le sue radici vanno ricercate nella rivalità tra la presidente della Commissione e il presidente del Consiglio europeo, l’ineffabile Charles Michel. Quest’ultimo si è comodamente seduto sulla poltrona accanto a Erdogan lasciando la collega in piedi. Pare, tra l’altro, che neppure abbia accennato ad alzarsi per lasciare il posto alla signora. Un atto che, almeno nel mondo occidentale, è normale persino sugli autobus.
I turchi hanno giustamente ironizzato sulla vicenda, proclamandosi innocenti e sostenendo che la disposizione dei posti rispettava la volontà degli addetti al protocollo di Michel, mentre quelli della von der Leyen erano assenti. In ogni caso la vicenda dimostra una volta di più la confusione che regna nei palazzoni di Bruxelles, dove pare che nessuno abbia le idee chiare circa la priorità di ruolo tra presidente della Commissione e del Consiglio.
Inevitabili quindi le brutte figure che la Ue spesso colleziona all’estero, dove in pratica nessuno la considera davvero importante. Cinesi e russi, per citare solo due esempi, preferiscono dialogare con i singoli Stati membri piuttosto che con i vertici di Bruxelles.
Ammettiamo dunque che i turchi siano innocenti, e che abbiano solo sfruttato malignamente la ghiotta occasione per ribadire la loro sfiducia nella Ue in quanto tale.
Mi sembrano tuttavia ingenerose le critiche rivolte a Mario Draghi per aver definito Recep Tayyip Erdogan “un dittatore”. In realtà il “Sultano” merita la qualifica di “dittatore” assai più di quanto a Vladimir Putin spetti quella di killer che gli ha affibbiato Joe Biden. Che Erdogan non sia “tecnicamente” un dittatore dipende da un solo fatto. La società e il mondo politico turchi che gli sono irrimediabilmente ostili hanno – per fortuna – trovato il modo di impedirgli di diventarlo a tutti gli effetti.
In realtà molti segnali indicano che la sua parabola politica stia ormai volgendo al tramonto dopo due decenni di successi spesso clamorosi. E tutto ciò a dispetto delle misure liberticide che il “Sultano” adotta senza remore da molti anni a questa parte. Il suo stesso “Partito per la Giustizia e lo Sviluppo” (AKP), da lui fondato nel 2001, è profondamente spaccato con la fuoruscita di numerosi esponenti di rilievo. Tra essi mi limito a menzionare il cofondatore dell’AKP Abdullah Gul, già presidente della Repubblica e ispiratore del “Partito della Democrazia e del Progresso” (DEVA), ora schierato su posizioni liberali e filo-occidentali.
La lotta serrata di Erdogan contro ogni tipo di opposizione è adesso frenata dalle gravi difficoltà economiche che il Paese sta attraversando. La Lira turca ha subito dei tracolli nei mercati valutari, e l’intervento governativo non è valso a frenarne la caduta. A questo proposito le opposizioni criticano pesantemente l’attuale presidente accusandolo di sprecare denaro pubblico nei numerosi interventi armati dell’esercito e della flotta turchi all’estero: per esempio in Siria, in Libia e in Azerbaijan per appoggiare gli azeri contro gli armeni.

Il fatto è che tali interventi sono essenziali per Erdogan, poiché gli consentono di dare corpo alla sua strategia neo-ottomana, la quale punta a rafforzare il ruolo del Paese come grande potenza regionale. Egli vorrebbe farne l’erede dell’impero ottomano, già alleato della Germania nella prima guerra mondiale, e dissolto dopo la vittoria delle potenze alleate.
Parallelamente, a Erdogan interessa imporre la presenza turca nel Mediterraneo. Pur facendo il suo Paese ancora parte della Nato, non ha esitato ad esacerbare le tensioni con altri membri dell’Alleanza Atlantica. In primo luogo con la Grecia, ma lo stesso discorso vale per la Francia, gli Usa e la stessa Italia.
D’altra parte, la partita che il leader turco sta giocando sul fronte interno è molto pericolosa e può condurre a risultati che non graditi. Sta infatti cercando di depotenziare e isolare tutti i partiti politici che gli sono ostili. Come sempre l’obiettivo primario è costituito dai curdi, che dominano la terza forza politica del Pase, lo HDP (“Partito Democratico dei Popoli”). L’intenzione di Erdogan è metterlo fuori legge, interdendo dall’attività politica 687 dei suoi membri per il loro presunto appoggio a non meglio specificate “attività terroristiche”.
Forte è pure l’opposizione della seconda maggiore forza politica turca, il CHP (“Partito Repubblicano del Popolo”), erede della tradizione laica inaugurata dal fondatore della Turchia moderna Mustafa Kemal “Ataturk”. Ad esso appartengono, tra l’altro, molti sindaci delle maggiori città, tra cui Istanbul e Ankara. Il fatto è che, dal 2018, l’AKP di Erdogan non ha più la maggioranza assoluta in Parlamento, e nel 2019 ha patito pesanti sconfitte in tutti i grandi centri urbani, confermando la sua forza solo nelle campagne.
Proprio per questo la strategia dell’attuale presidente sta diventando sempre più pericolosa. Per conquistare i voti mancanti si sta alleando con le forze islamiche più estremiste e, soprattutto, con l’estrema destra nazionalista e panturca che fa riferimento ai “Lupi grigi”. Uno scenario inquietante, dunque. Anche perché Erdogan ha promosso militari a lui fedeli nelle forze armate e, per depotenziare la protesta studentesca, sta imponendo suoi fiduciari ai vertici delle università sostituendo i rettori che non considera in linea con i suoi progetti.
A questo punto è chiaro che il “Sultano” teme il voto popolare ed è disposto a tutto per impedire che la maggioranza degli elettori gli si rivolti contro, come potrebbe in effetti accadere. Non è dunque azzardato parlare del suo “tramonto” dopo decenni di potere incontrastato. Un tramonto che avrebbe ovviamente ripercussioni anche sul piano internazionale e che molti, in Europa e altrove, si augurano.

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