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Biden sceglie i moderati deludendo la sinistra

di Michele Marsonet.

Sta prendendo forma l’amministrazione del neopresidente Usa Joe Biden e, com’era lecito attendersi, le sue scelte hanno un’impronta chiaramente moderata. Notevole la presenza di personalità legate a due dei suoi predecessori democratici, Bill Clinton e, soprattutto, Barack Obama.
Con questo Biden indica di non temere le proteste della sinistra del suo partito. Finora non sono infatti comparsi nomi riferibili alla componente del senatore socialista Bernie Sanders, che per molto tempo gli aveva conteso la “nomination” nelle primarie.
Né sono state scelte persone riconducibili alla sinistra radicale di Alexandria Ocasio-Cortez. Resta da capire, a questo punto, se le varie componenti di sinistra assicureranno un sostegno pieno al suo governo. Molti, in effetti, ne dubitano, e tale fatto rischia di diventare una spada di Damocle difficile da neutralizzare.
D’altro canto Biden sta cercando di includere nella sua amministrazione tutte le componenti etniche che lo hanno appoggiato durane le primarie, il che significa che il suo governo sarò il più multietnico della storia Usa.
Abbiamo un generale afroamericano designato per la prima volta al fondamentale dicastero della Difesa. Il primo ispanico al Ministero delle Polizie e dell’Immigrazione. La prima nativa americana (indiana d’America) a gestire le risorse forestali e le riserve naturali.
Si tratta di un chiaro omaggio al “politically correct”, diventato così importante nello scenario Usa. Nessuno di questi esponenti, tuttavia, è in aperto contrasto con il tradizionale “establishment” del partito democratico. E ciò significa che i consigli di Bill Clinton e Barack Obama sono stati ascoltati e accolti in toto.
Biden intende dunque fornire del partito un’immagine moderata, tagliando le ali estreme che appoggiano senza riserve il movimento “Black Lives Matter” e che avevano addirittura chiesto una diminuzione (o persino l’abolizione) dei fondi destinati alla polizia.

Senza dubbio tale strategia intende anche rassicurare gli alleati europei e asiatici che temevano una deriva radicale del nuovo governo Usa. Il messaggio è chiaro. L’America è sempre la stessa e intende mantenere i suoi impegni internazionali, particolarmente a fronte della politica espansionistica della Cina.
La sinistra democratica, tuttavia, ha in Senato e nella Camera dei rappresentanti una forza notevole, tale da infastidire, volendolo, i primi passi della nuova amministrazione.
Si vedrà ora se le note capacità di mediazione di Biden riusciranno a garantire un cammino tranquillo al suo governo, e c’è già chi scommette sul contrario.
Nel frattempo i repubblicani orfani di Donald Trump non hanno ancora scelto una strategia chiara. Alcuni maggiorenti del partito hanno deciso, dopo molte esitazioni, di riconoscere ufficialmente la vittoria di Biden sfidando l’ira dello stesso Trump.
Il “tycoon”, forte del sostegno popolare ricevuto alle elezioni, sembra intenzionato a riproporre la sua candidatura nel 2024, pur sapendo che avrebbe allora 78 anni (come ora Biden, del resto). I suoi fedelissimi fanno quadrato, ma non si può escludere che emerga qualche personalità forte al punto di contestare le ambizioni trumpiane.
Da notare, infine, che Trump potrebbe scegliere di disertare la cerimonia d’insediamento di Biden in gennaio, organizzando invece un evento alternativo per annunciare la sua futura candidatura.
Sarebbe un fatto clamoroso e del tutto anomalo nella storia degli Stati Uniti, Paese che finora ha sempre garantito la transizione pacifica da un Presidente all’altro. Ed è ovvio che questa possibilità potrebbe danneggiare ancor più la posizione degli Usa come nazione leader dell’Occidente.