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Nulla di nuovo in Afghanistan

di Michele Marsonet.

Appare francamente eccessivo l’ottimismo dei media occidentali circa gli ultimi sviluppi della situazione in Afghanistan. Com’è noto Donald Trump, pressato anche dalla scadenza elettorale, ha deciso di ritirare parte delle truppe Usa ancora presenti nel territorio. Preludio, forse, a un ritiro definitivo.
Questo non lascia margini di manovra agli alleati – Italia inclusa – che mantengono tuttora contingenti nel Paese che continua in gran parte ad essere ingovernabile. La prevedibile fine della presenza militare occidentale giova non tanto al governo, quanto ai talebani che avranno un’occasione d’oro per riconquistare interamente la loro influenza, già ora fortissima.
Dovranno guardarsi non tanto dal governo di Kabul, da loro – e da una consistente parte della popolazione – percepito quale semplice emissario di Washington, quanto dagli altri fondamentalisti islamici con cui sono in conflitto. Quindi da Isis e Al Qaida che mantengono una presenza, per quanto minore rispetto al passato.
Il fatto che i talebani abbiano accettato di sedersi al banco delle trattative con gli Usa e il governo ufficiale non deve alimentare eccessive illusioni. L’entusiasmo sarebbe giustificato se i talebani fossero davvero cambiati dando prova di accettare una normale dialettica democratica.
Ma così non è, come rileva il politologo Oliver Roy in un’intervista a “Repubblica”. Gli “studenti coranici” non possono cambiare perché portatori di una visione assolutistica e teocratica della politica.
Come in passato i loro aderenti vengono formati esclusivamente nelle “madrasse”, vale adire nelle scuole coraniche dove s’insegnano soltanto i precetti dell’islam, considerando “satanico” qualsiasi riferimento alla cultura occidentale.

Quindi nessuna concessione all’indizione di libere elezioni con formazioni politiche tra loro in competizione. Negazione totale dei diritti delle donne, che dovranno continuare a coprirsi in modo più o meno integrale restando sottomesse agli uomini. E niente scuole in cui vengano insegnati materie e argomenti che l’islam giudica “proibiti”.
Pure i sovietici avevano provato a laicizzare – in senso comunista – il Paese dopo averlo invaso nel 1979. Dieci anni dopo furono costretti ad andarsene, e quel ritiro costituì il prodromo del successivo crollo dell’Urss, che nelle montagne afghane trovò il suo Vietnam.
Ora i talebani promettono di rispettare coloro che hanno appoggiato l’intervento occidentale, ma non lo faranno, come non lo fecero con gli esponenti comunisti abbandonati dopo il ritiro dell’Armata Rossa.
Ogni entusiasmo è quindi fuori luogo. I talebani combatteranno con forza i movimenti fondamentalisti islamici rivali e, probabilmente, dovranno vedersela anche con le tribù del Nord, che Massud riuscì a unificare scacciandoli dal potere anche grazie all’aiuto occidentale.
La storia, insomma, in Afghanistan non cambia mai. Nessun intervento militare è mai riuscito a pacificare il Paese, e gli eserciti stranieri (a partire dagli inglesi nel loro periodo imperiale) hanno sempre dovuto andarsene con le pive nel sacco.
Donald Trump ha fatto la sua mossa elettorale, del tutto legittima dal suo punto di vista. A pagarne le conseguenze saranno gli afghani – e sono molti –che non desiderano vivere sotto il giogo di un regime teocratico e integralista.