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Venti di guerra tra India e Cina

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di Michele Marsonet.

Continua la tensione tra Cina e India nella regione dell’Himalaya. Ad un’altezza che va dai 4 ai 5000 metri, le truppe dei due colossi asiatici si fronteggiano con frequenti scaramucce che, di tanto in tanto, sfociano in veri e propri scontri condotti a mani nude o con mezzi rudimentali, poiché un accordo tra i due Paesi impedisce ai rispettivi soldati di portare armi nei territori contesi.
Sarebbe tuttavia un errore pensare che la tensione – del resto mai sopita – si debba al governo nazionalista indiano di Narendra Modi. In realtà è la Repubblica Popolare Cinese a praticare senza remore una politica aggressiva ed espansionistica. Qui come altrove, per esempio nel Mar Cinese Meridionale, Xi Jinping e il suo gruppo dirigente non perdono occasione per rammentare a tutti che la Cina è ormai la seconda superpotenza globale.
La situazione è complicata dal fatto che i confini himalayani tra i due Paesi non sono mai stati fissati con precisione, il che significa che entrambi rivendicano la sovranità su certe porzioni di territorio.
Può destare sorpresa che la tensione si verifichi in un’area così inospitale e lontana dalle grandi vie di transito. Tuttavia la spiegazione è meno difficile di quanto si creda. La Cina vuole tenere l’area sotto controllo poiché essa è indispensabile per le comunicazioni – militari e non – con il Tibet e lo Xinjiang.
Contrariamente a quanto sostiene Pechino, il Tibet non fa parte della Cina ed era prima uno Stato indipendente. Nel 1950, dopo aver sconfitto i nazionalisti di Chiang Kai-shek ed aver assunto il controllo del Paese, l’esercito comunista di Mao Zedong occupò militarmente il Tibet facendone una regione della Repubblica Popolare. I fermenti indipendentisti non sono mai cessati, ma il governo cinese ha sempre usato il pugno di ferro per stroncarli.
Stesso discorso per lo Xinjiang abitato dagli uiguri musulmani (pure loro non cinesi). Qui è in atto da decenni una campagna di sinizzazione forzata, mediante la quale gli oppositori vengono internati in campi di concentramento, eufemisticamente definiti “campi di rieducazione”. E la repressione è ancora maggiore rispetto al Tibet.
Nei disegni imperiali di Xi Jinping le comunicazioni con queste due regioni “ribelli” devono dunque essere garantite a tutti i costi, anche se ciò causa pericolose tensioni con la Federazione Indiana. Nella quale, giova rammentarlo, si è rifugiato sin dal 1959 il Dalai Lama, massima autorità religiosa tibetana.
L’India di Narendra Modi ha con la Cina gli stessi problemi che dovettero fronteggiare Jawaharlal Nehru e tutti i suoi successori. Tuttavia Modi, essendo un acceso nazionalista, mette al primo posto il prestigio nazionale e adotta un approccio meno morbido e possibilista del Partito del Congresso, ora all’opposizione.
Le due nazioni sono entrambe potenze nucleari, ma la Cina è più forte militarmente e meglio organizzata essendo un regime autoritario in cui il Partito Comunista è al potere dal 1949, senza lasciare spazio alcuno ad eventuali formazioni politiche alternative. La Federazione Indiana, invece è simile ai Paesi occidentali, con ampie autonomie regionali e la possibilità che i governi locali siano di segno diverso rispetto a quello nazionale.
Ora Modi si è molto avvicinato agli Stati Uniti. Stringe accordi con i Paesi asiatici preoccupati dall’espansionismo cinese (e sono tanti). A Pechino, d’altro canto, è rimasto quale unico alleato il Pakistan (proprio in funzione anti-indiana).
Anche se è arduo formulare previsioni esatte, sembra plausibile pensare all’acuirsi della tensione sino-indiana. Tanto Modi quanto Xi Jinping non possono cedere per ragioni geopolitiche e di prestigio interno. Neppure la pandemia dovuta al coronavirus ha stemperato la frizione tra Pechino e New Delhi, ed è purtroppo possibile che gli scontri limitati dei mesi scorsi si trasformino in un conflitto più vasto.