PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

È possibile uno scontro militare Usa-Cina?

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

di Michele Marsonet.

Che i rapporti tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese si stiano rapidamente deteriorando è un dato di fatto. Da quando la Cina ha manifestato ambizioni di potenza globale, spesso in aperto conflitto con l’America, abbiamo assistito a un crescendo di tensioni che hanno sostituito i precedenti rapporti tutto sommato cordiali.
La vicenda Covid19 ha ora portato un conflitto prima latente in aperta superficie. Sono ormai note le polemiche di Donald Trump e della sua amministrazione circa le origini del virus, con gran parte del mondo occidentale che si è subito unito alla richiesta di chiarimenti, peraltro non forniti da Pechino.
E a tutto ciò si può anche aggiungere il timore americano che la tecnologia 5G, qualora venisse gestita dal colosso delle telecomunicazioni Huawei, possa creare enormi problemi di sicurezza vista la dipendenza di tutte le aziende cinesi dal governo.
Molti fronti aperti, dunque, al quale occorre aggiungere anche quello militare. Da molto tempo Pechino ha stabilito basi sulle isole Paracelso, un minuscolo gruppo di scogli e atolli che hanno un’importanza strategica.
In realtà più vicine a Vietnam e Filippine che alla Cina, quest’ultima le rivendica con forza e più volte si è evitato in extremis lo scontro tra navi da guerra cinesi e americane, inviate da Washington a controllare con l’assunto che Pechino non abbia alcuna giustificazione giuridica per considerarle parte del proprio territorio nazionale.
Stesso discorso per le isole Spratly, altro piccolo arcipelago strategico anch’esso distante dalle coste cinesi e più vicine, invece, a quelle di Vietnam, Filippine e Brunei. Qui la Cina ha installato anche dei sistemi di difesa missilistici, in spregio alla comunità internazionale che non le considera affatto parte del suo territorio.
In altri casi esercito e marina della Repubblica Popolare hanno addirittura creato degli isolotti artificiali dotandoli di aeroporti e di basi d’attracco per le sue navi da guerra.
Numerosi ormai gli episodi di “quasi scontro” tra vascelli Usa e cinesi. Abbandonando la politica prudente di Barack Obama, Donald Trump ha fatto apertamente capire di non accettare alcun “fatto compiuto”, invitando Pechino a rispettare la delimitazione delle acque fissata dalla comunità internazionale.
La politica espansionistica della Repubblica Popolare ha insomma raggiunto il suo acme, e ora si apprende che la stessa intelligence cinese ha relazionato Xi Jinping circa la possibilità che prima o poi si verifichi uno scontro armato.
Oltre che nei piccoli arcipelaghi del Mar Cinese Meridionale, Pechino continua a esercitare pressioni su Taiwan, che considera parte integrante del proprio territorio.
Tuttavia i taiwanesi, proprio come i cittadini di Hong Kong, non paiono affatto entusiasti di vivere sotto un regime comunista, e in particolare a Taiwan l’ultimo referendum ha segnato una vittoria netta degli indipendentisti.
Spetta ora agli Stati Uniti decidere cosa fare, tenendo conto che molti Paesi dell’area come Filippine, Corea del Sud e Taiwan sono suoi stretti alleati. Né va trascurato il fatto che il Vietnam, antico nemico, si sia riavvicinato agli Usa in funzione anti-cinese.
Uno scenario molto complesso, dunque, nel quale Washington ha un ruolo chiave nel frenare le crescenti ambizioni della Cina. E, come recita il titolo, uno scontro armato rientra nel novero delle possibilità reali.