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In Internet scontro tra autoritarismo e democrazia

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di Michele Marsonet.

È noto che, da parecchio tempo, gli Stati autoritari stanno tentando con ogni mezzo di limitare la libertà si accesso e di informazione in Internet. La Rete era nata ponendosi quale scopo primario quello di espandere al massimo la condivisione delle notizie e dei commenti, con l’intento di superare le barriere nazionali e di consentire ai cittadini delle singole nazioni di conoscere in tempo reale ciò che accade nel resto del mondo.
La globalizzazione, tuttavia, sta entrando in crisi e ora i governi dittatoriali e autoritari approfittano a man bassa della nuova situazione per riportare indietro le lancette dell’orologio della storia. Tutti coloro che avversano liberalismo e democrazia si stanno alleando, spesso superando le loro stesse divisioni, al fine di rendere impossibile una vera condivisione globale dell’informazione.
Naturalmente a capo di tale operazione troviamo la Cina, Paese in cui la libertà di parola e di stampa non esiste. Nel corso di una riunione tenutasi a Ginevra, e dedicata alla discussione delle regole internazionali nel campo delle telecomunicazioni, i rappresentanti cinesi hanno assunto una posizione molto netta. Parlando di come Internet sarà nel futuro, hanno ribadito che occorre finirla con l’attuale situazione da loro giudicata “anarchica”, per passare a un nuovo ordine che consenta agli Stati il controllo completo del flusso delle notizie.
Secondo il modello cinese, insomma, le frontiere nella Rete vanno riattivate e rese sempre più forti. Gli Stati devono riassumere il controllo delle notizie stesse consentendo ai singoli governi di decidere quali possano essere diffuse all’interno del loro territorio e quali no. Sono quindi necessari nuovi protocolli in grado di sostituire in breve tempo quelli attuali.
Parrebbe un’impresa molto complicata e pressoché impossibile da realizzare. Si noti però che Pechino ha già realizzato in gran parte questo programma. I cittadini cinesi già ora non possono accedere a gran parte delle informazioni provenienti dall’estero. Finora molti sfuggivano alla morsa della censura passando attraverso i server di Hong Kong, l’ex colonia britannica che ha mantenuto un sia pur minimo grado d’indipendenza. La rivolta della città-isola, che rifiuta di farsi totalmente assimilare dal Leviatano cinese, ha tuttavia convinto la leadership di Pechino a mettere in atto un ulteriore giro di vite. Ha rafforzato infatti la “Great Firewall”, la grande muraglia digitale che impedisce di fatto l’accesso ai social network occidentali.
La Repubblica Popolare non è comunque l’unica a muoversi in tale direzione. Trova una potente alleata nella Russia che, con la Cina, si sta muovendo di conserva dando vita a una sorta di “grande alleanza” digitale. La situazione russa è meno definita di quella cinese, ma Mosca sta procedendo in modo molto rapido per implementare la grande alleanza di cui sopra. E molti regimi autoritari stanno seguendo il medesimo percorso. Un caso emblematico è quello dell’Iran, repubblica teocratica islamica mentre, in tempi più recenti, metodi di questo tipo vengono attivati nel Venezuela di Nicolas Maduro.
Ovviamente la preoccupazione, in campo occidentale, sta crescendo, anche se finora nessuno è stato in grado di contrastare la deriva autoritaria in ambito digitale. I cinesi e i loro alleati vogliono un sistema che vada dall’alto verso il basso, così garantendo che all’interno delle loro nazioni non si possa parlare di temi sgraditi quali, per esempio, la libertà dei processi elettorali e la difesa dei diritti umani. E, se i governi autoritari dovessero prevalere, avremmo indubbiamente un mondo peggiore di quello attuale.