PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 10

Come la pandemia sta cambiando gli Usa

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Che il coronavirus stia cambiando radicalmente lo scenario politico americano è un fatto evidente. Sta rallentando l’ingranaggio del meccanismo elettorale con rinvii continui delle primarie, e fino al punto di revocare in dubbio l’elezione presidenziale di novembre. Idea che mai, finora, era venuta in mente a politici e legislatori Usa. Del resto conseguenze analoghe si stanno registrando in pratica ovunque nel mondo, Italia ed Europa incluse.
Più interessante ancora risulta analizzare il comportamento che i due classici schieramenti politici statunitensi stanno assumendo di fronte a una crisi che in un primo tempo era stata sottovalutata. Tutti rammentano le parole quasi scherzose di Donald Trump sul “virus straniero” che, proprio in quanto tale, eccessivi danni non poteva fare.
Anche i democratici, tuttavia, assorbiti dalla lotta interna per conquistare la “nomination”, non avevano dato troppo peso al problema. Pure loro, insomma, si sono svegliati tardi, quando è stato chiaro che il virus dilagava nell’intero Paese, con punte a New York e in California. Messi alle strette tutti i politici, a prescindere dal partito di appartenenza, hanno dovuto recitare il “mea culpa” avvertendo i cittadini che il pericolo è terribilmente serio.
Come dianzi si diceva, comunque, la grande novità è rappresentata dalla reazione che le forze politiche manifestano. E qui è necessario rammentare quanto sia radicata, negli Stati Uniti, l’ostilità verso l’intervento statale nell’economia. I repubblicani sono ovviamente in prima fila nell’adottare questa posizione, giacché la loro filosofia è da sempre ostile all’ingerenza del pubblico nei meccanismi spontanei dell’economia.
L’ostilità dei democratici è sempre stata minore, ammettendo soltanto che lo Stato debba intervenire soltanto per modificare le storture più evidenti. Tale è stato il caso, per esempio, della riforma sanitaria impostata da Barack Obama (“Obamacare”). Per quanto sia stato accusato di voler introdurre elementi “socialisti” nella società americana, l’ex presidente ha in realtà fatto proposte assai blande, senza mai giungere a progettare un servizio sanitario nazionale sul modello di quelli europei.
Il fatto è che la pandemia sta producendo effetti devastanti che non erano affatto stati previsti. Si parla, ad esempio, di milioni di disoccupati futuri in una nazione che, sotto la presidenza Trump, era arrivata a tassi di occupazione altissimi. E si parla anche della possibilità di dismissioni massicce in quasi tutti i comparti produttivi.
Di fronte a questo scenario da brividi, presidente e Congresso hanno approvato un pacchetto di misure di emergenza che valgono ben duemila miliardi di dollari. Sembra tuttavia evidente che neppure una simile cifra è sufficiente per fronteggiare la crisi incombente.
Ed ecco quindi comparire un’altra proposta assai ancora più ambiziosa. Si sta ventilando la possibilità di far partire un piano di investimenti mai visto prima, e destinato soprattutto a modernizzare le infrastrutture che, spesso, nel Paese che è la prima potenza mondiale, sono molto obsolete o addirittura inesistenti. Con un effetto che non è per niente secondario.
Modernizzare o costruire ex novo infrastrutture significa infatti creare posti di lavoro a vantaggio dei tanti che il lavoro hanno perso o stanno perdendo. Ed è quanto meno sorprendente che un presidente repubblicano sia del tutto favorevole al piano suddetto. Trump, nelle precedenti elezioni, si era battuto contro interventi statali e assistenzialismo. Ora cambia idea, il che dimostra una volta di più che non è attaccato a postulati ideologici e preferisce sempre agire in base alle necessità del momento.
Ovviamente le finanze federali non copriranno tutti i costi dell’intervento, ma avranno comunque un ruolo essenziale per garantirne il successo. E ciò dimostra un altro fatto importante. Gli Stati Uniti, quando si tratta di affrontare gravi emergenze, sono più rapidi e flessibili dell’Unione Europea.
A chi conosce la storia americana viene subito in mente il celebre “New Deal” del democratico Franklin D. Roosevelt, il gigantesco piano che risollevò l’economia Usa stremata dalla Grande Depressione del 1929. Ai puristi potrà sembrare un anatema accostare il nome di Roosevelt a Trump.
Eppure è così. L’attuale presidente ha dato il suo placet senza timore di tradire le idee che lo avevano portato alla Casa Bianca nel 2017. Magari non sarà lui a gestire l’operazione, perché la sua rielezione appare ora meno certa di prima. In ogni caso la proverbiale flessibilità politica americana viene confermata proprio mentre l’Europa dimostra invece una preoccupante rigidità.