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L’India e le donne musulmane

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di Michele Marsonet.

Le ultime elezioni, con la grande vittoria del premier rieletto Narendra Modi, hanno confermato in India lo strapotere dei nazionalisti indù. I risultati elettorali hanno spinto Modi e la coalizione che lo sostiene ad emanare una legge assai controversa, la quale prevede che possano ottenere la cittadinanza i rifugiati di sei confessioni religiose provenienti dai tre Paesi confinanti, Pakistan, Afghanistan e Bangladesh, ad eccezione dei musulmani.
Com’era lecito attendersi la legge ha scatenato polemiche molto aspre a livello internazionale. E’ importante, tuttavia, rammentare che anche all’interno vasti settori dell’opinione pubblica si sono subito ribellati chiedendo l’abrogazione di una legge percepita come liberticida. A soffiare sul fuoco è soprattutto lo sconfitto Partito del Congresso di Rahul Gandhi, erede della tradizione laica e progressista incarnata, tra gli altri, dal Mahatma Gandhi, dal Pandit Nehru e da sua figlia Indira Gandhi, premier negli anni ’60 e 70 e poi dal 1980 al 1984, quando venne assassinata dalle sue guardie del corpo sikh.
Il Mahatma Gandhi e Nehru avevano progettato un’India inclusiva e multiculturale, consci del fatto che l’enorme Paese è un vero e proprio caleidoscopio di etnie, lingue e religioni. Per restare al fattore religioso, che nel contesto indiano ha sempre giocato un ruolo fondamentale, va sottolineato che gli induisti rappresentano quasi l’80% della popolazione (stimata a un miliardo e 300 milioni di persone). Al secondo posto i musulmani con circa il 14,23%. Stranamente pochi (0,7%) i buddhisti, visto che proprio in India il buddhismo è nato.
I dai riguardanti l’islam diventano però ancor più significativi rammentando che i musulmani indiani sono ben 170 milioni, il che fa della Federazione Indiana il terzo Paese musulmano al mondo dopo Indonesia e Pakistan. Da questi dati è possibile capire quanto sia arduo per il governo di New Delhi tenere sotto controllo le tensioni religiose. Anche in questo contesto, infatti, ha preso piede il fondamentalismo islamico cui si contrappone con pari virulenza un fondamentalismo indù, che con le due consecutive vittorie del partito di Narendra Modi reclama sempre più spazio.
Parrebbe, quello indiano, un caso senza speranza, destinato a perpetuare la guerra civile (o, meglio, religiosa) che insanguinò la nazione dopo l’indipendenza dal Regno Unito nel 1947, e che portò l’anno seguente un fanatico indù ad assassinare il Mahatma Gandhi, accusato per l’appunto di eccessiva tolleranza verso i musulmani.
Eppure alcuni segnali inducono alla speranza. Ovviamente l’intera comunità musulmana si è schierata contro la legge emanata dal governo con manifestazioni di massa, spesso represse con la violenza da polizia ed esercito. Occorre inoltre tenere conto di un altro dato molto importante. In alcuni Stati della Federazione, per esempio nel Kashmir, gli islamici rappresentano la maggioranza della popolazione. Né va scordato che alle manifestazioni partecipano anche fedeli di altre religioni.
Desta comunque sorpresa il fatto che particolarmente attive nelle proteste siano le donne musulmane che hanno alle spalle, come quasi sempre avviene nelle comunità islamiche, una lunga storia di oppressione e di diritti negati. Molte di loro, talora affiancate da donne di altri credi religiosi, sventolano la bandiera nazionale che ha al centro il famoso “charka”, la ruota di filatura di Gandhi. Con questo vogliono ribadire di sentirsi a tutti gli effetti indiane, pur professando una religione diversa da quella della maggioranza della nazione.
Si tratta di una forma di opposizione spontanea allo “Hindutva”, termine usato dai nazionalisti come Modi per indicare tutto ciò che caratterizza i veri indù e, al contempo, li separa dagli altri. E alle dimostrazioni di cui sopra partecipano persone della comunità islamica mai scese in piazza in precedenza come le casalinghe. Cantano l’inno nazionale indiano e portano il ritratto di B.R. Ambedkar, il giurista che apparteneva alla casta degli “intoccabili” e che fu il maggiore ispiratore della Costituzione democratica indiana e militante nel movimento contrario alle caste.
Come si diceva prima è un segnale di speranza per molti motivi. Innanzitutto perché dimostra che nella società indiana la lezione di Gandhi non è stata dimenticata e continua a operare superando le barriere etniche e religiose. In secondo luogo perché, vedendo protagoniste le donne musulmane, lascia intravedere interessanti sviluppi nel mondo islamico dove la componente femminile non ha finora avuto un ruolo di rilievo.