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Elezioni Usa e fuga dal centro

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Chi sperava che l’ultimo dibattito in diretta tra i candidati presidenziali del Partito democratico Usa servisse a fare un po’ di chiarezza è senz’altro rimasto deluso. C’erano in pratica tutti i frontrunner più altri personaggi senza possibilità di successo, ma che intendono farsi conoscere in vista delle future elezioni.
Nessuno ha prevalso in modo netto ed è interessante osservare che, in mezzo a loro, si notava la presenza di un convitato di pietra, invisibile eppure importante, vale a dire quel Donald Trump attaccato a più riprese anche se in modo diverso dagli esponenti democratici.
Si può iniziare notando che anche questo dibattito ha confermato un tratto ormai comune a tutti i sistemi politici occidentali: la cosiddetta “fuga dal centro”. E’ un fatto ben noto anche in Europa e in particolare in Italia.
Una volta vinceva le elezioni chi era capace di conquistare e presidiare il centro dello schieramento. Per restare agli Stati Uniti, tutti i presidenti vincenti si sono comportati nello stesso modo. Barack Obama ha poi vinto badando più alla sinistra che al centro, e Donald Trump ha fatto l’opposto dando alla sua elezione un forte connotato di destra.
Ci si può ovviamente chiedere se il centro esista ancora, tanto in America quanto in Europa, e la risposta non è semplice. Esiste, ma la polarizzazione dell’elettorato sulle ali estreme lo ha reso meno importante di quanto fosse un tempo.
Nel partito democratico americano un candidato centrista relativamente forte c’è, si tratta di Joe Biden, già vice di Obama. Tuttavia sta scendendo nei sondaggi a favore di due candidati apertamente di sinistra: Elizabeth Warren e Bernie Sanders. Il che lascia capire che probabilmente proprio lì si giocherà la nomination.
Vale inoltre la pena di notare che negli Stati Uniti l’età non è più un tabù. Trump, presidente in carica, ha 73 anni, la Warren 70 e Bernie Sanders, unico a definirsi socialista, addirittura 78. Il giovanilismo, che andava di moda fino a pochi anni orsono, sembra insomma tramontato (cosa non ancora avvenuta, invece, in Italia).
In ogni caso il dibattito di cui sopra ha mostrato un partito democratico diviso non solo dalle tradizionali rivalità personali, ma anche dalla mancanza di idee e programmi condivisi. In altri termini non si è capito per quale motivo dovrebbe essere votato, se non per la diffusa ostilità – per usare un eufemismo – nei confronti di Donald Trump.
Il tycoon in realtà ha molti guai, anche se l’economia (per ora) continua a tirare. Il suo grande vantaggio, che può diventare enorme se i democratici non si svegliano, è il fatto di non avere rivali nel campo repubblicano. Può sembrare strano, visto che l’establishment del partito lo detesta.
Ma in America è rarissimo che a un presidente in carica venga negato il secondo mandato, e a ciò si aggiunga che nessuno si è candidato, forse per timore della nota abilità mediatica e comunicativa trumpiana.
E’ ovviamente presto per fare previsioni, rammentando che la scorsa volta la vittoria trumpiana non era stata affatto prevista. Ma, se le cose non cambiano, Trump potrebbe davvero conquistare la Casa Bianca per la seconda volta. Ed è probabile che la campagna presidenziale sia di nuovo caratterizzata dall’assenza del centro, con due candidati che si collocano agli estremi opposti dell’arco politico.

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