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Donald Trump e lo show coreano

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

È vero, come molti osservatori sostengono, che Donald Trump si sta prestando alla propaganda di Kim Jong-un? Oppure è giustificato l’ottimismo di coloro – in minoranza – che vedono nello spettacolare incontro tra i leader alla frontiera tra le due Coree soltanto uno show destinato a favorire entrambi, anche se per ragioni diverse?
Come sempre accade in questi casi la risposta non è univoca e, anzi, vi sono più risposte a disposizione, ciascuna giustificata da un particolare punto di vista. Certo è impressionante vedere un Presidente americano valicare il confine e inoltrarsi, sia pur di poco, in territorio nordcoreano. E desta altrettanta meraviglia guardare l’ultimo dei Kim accogliere sorridendo il capo di una nazione sempre considerata acerrima nemica e paragonata al demonio.
Occorre per l’appunto chiedersi se, oltre allo show senza dubbio spettacolare, vi siano davvero possibilità concrete di giungere a un qualche accordo, il quale ponga fine all’ultimo simulacro della Guerra Fredda che ha attraversato gran parte del secolo scorso. Si rammenti, infatti, che al confine tra le due Coree il tempo si è fermato agli anni ’50 del ’900.
Il fatto è che un accordo, specialmente in casi molto difficili come questo, implica che entrambi i contendenti siano disposti a cedere qualcosa all’avversario per ottenere vantaggi in grado di compensare le eventuali perdite.
Da tale punto di vista Kim Jong-un ha già vinto. Ha dimostrato, in primo luogo, di non essere affatto folle e/o sprovveduto come tanti pensavano, giacché è stato Trump a compiere la prima mossa riconoscendo, con questo, la statura di vero leader al giovane Kim. Ha inoltre portato gli Usa al tavolo della trattativa, evento neppure pensabile ai tempi del padre Kim Jong-il e del nonno Kim Il-sung. E senza dubbio ciò gli giova sul piano interno.
Dal canto suo Donald Trump, basandosi solo su considerazioni pragmatiche e rinunciando alla battaglia sui diritti umani cui tanto tenevano Barack Obama e Hillary Clinton, può dire di aver disinnescato buona parte del pericolo nordcoreano anche se, a ben vedere, finora Pyongyang non ha concesso nulla sul nucleare (a parte l’interruzione del lancio di missili).
Dunque Trump può spendere il successo (ripeto: di facciata più che di sostanza) nella imminente campagna elettorale, mentre Kim incrementerà ancor più il culto semireligioso che circonda la sua famiglia in patria. Se però si esamina con cura la situazione, è facile capire che l’accordo si farà se, e soltanto se, gli Stati Uniti accetteranno in modo ufficiale lo status di potenza nucleare di cui Pyongyang già gode “de facto”.
Non esistono alternative plausibili poiché, da un lato, Kim non può assolutamente rinunciare all’arma atomica che per lui rappresenta una garanzia di sopravvivenza. Dall’altro neppure la Cina spinge per la denuclearizzazione, giacché è suo interesse avere uno Stato quasi vassallo, e forte, che funga da cuscinetto con nazioni strette alleate degli Usa quali Corea del Sud e Giappone.
Ovviamente il tycoon corre dei rischi. Potrebbe essere accusato di svendere l’accordo in cambio di una sicurezza neppure garantita, e di incrementare ancor più il prestigio della Repubblica Popolare Cinese. Tutto fa capire che ribalterà l’accusa sui suoi predecessori, soprattutto i democratici, incolpando loro di aver lasciato che la situazione giungesse a questo punto di non ritorno.
Sembra comunque chiaro che non ci si può attendere una democratizzazione in senso occidentale di Pyongyang. E del resto, Trump non l’ha neanche chiesta ufficialmente, a riprova di quanto poco gli interessino questioni che giudica astratte come quella dei diritti umani e della libertà di stampa e di parola. Si accontenterebbe quindi di una Corea del Nord meno aggressiva perché autorizzata ufficialmente a entrare nel club delle potenze nucleari, sfidando i suoi avversari a trovare una soluzione migliore che non risulta disponibile.
C’è tuttavia un punto che va meditato seriamente. Se si arriverà a un simile accordo in mancanza di alternative percorribili, si porrà il problema di altri Paesi candidati a entrare nel club nucleare. Pensiamo per esempio all’Iran.
Se il regime degli ayatollah adottasse un approccio meno aggressivo sempre in cambio di un riconoscimento ufficiale, cosa farebbe la Casa Bianca? Pare di capire che Trump non si farebbe scrupoli nel seguire la via già percorsa con Kim, magari proponendo al pubblico mondiale un’improvvisa visita a Teheran. Un altro show, che però non diminuirebbe la preoccupazione nel vedere il club nucleare che si allarga.