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In Kazakistan vince sempre l’eterno Nazarbayev

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

canyon

di Michele Marsonet.

Nessuna sorpresa è venuta dalle recenti elezioni in Kazakistan. Il “presidente eterno” ed ex leader del locale partito comunista ai tempi dell’Urss, il 79enne Nursultan Nazarbayev, ha stravinto la contesa elettorale pur essendosi ufficialmente ritirato lo scorso marzo.
In realtà tutti sapevano che sarebbe finita così. Parecchi si attendevano che Nazarbayev indicasse la figlia Dariga Nazarbayeva come successore, ma siamo in presenza di un politico di lungo corso, molto abile e abituato a padroneggiare la situazione. Meglio dunque evitare l’elezione della figlia, tra l’altro coinvolta in alcuni casi di corruzione, e affidarsi a una figura neutra almeno nominalmente.
Ecco quindi l’ascesa del 66enne Kassym-Jomart Tokayev, già indicato da tempo quale possibile delfino del leader, un fedelissimo in grado di assicurare continuità e stabilità in un’area chiave degli equilibri strategici in Asia (e non solo).
Si potrebbe essere tentati di liquidare l’intera faccenda come l’ennesimo caso di successione fasulla nelle repubbliche ex sovietiche dell’Asia centrale ma non è proprio così, giacché il Kazakistan è la più importante, la più estesa e, soprattutto, la più ricca di tali repubbliche.
Situato in una posizione strategica tra Russia e Cina, quindi attento alle esigenze dei due potenti vicini, ma anche a quelle della Turchia (il kazako è una lingua di ceppo turco) e degli Stati Uniti che con Nazarbayev hanno sempre avuto buoni rapporti, il Kazakistan è uno snodo fondamentale della geopolitica contemporanea.
L’influenza di Mosca è rimasta fortissima, e infatti il russo è tuttora lingua veicolare anche grazie alla presenza dei russi (il 21% della popolazione) che qui emigrarono soprattutto ai tempi dell’Unione Sovietica. Non c’è ostilità nei confronti della confinante Federazione, anche se nazionalismo e fondamentalismo islamico sono molto cresciuti negli ultimi decenni.
I circa 3 milioni di km quadrati di questo grande Stato poco popolato (17,5 milioni di abitanti) fanno però gola alla Cina, che ha notoriamente problemi di sovrappopolamento e ha messo gli occhi su molte nazioni vicine. I kazaki non possono permettersi di avere cattivi rapporti con la confinante Repubblica Popolare, ma è un dato di fatto che la presenza cinese desta molti più sospetti di quella russa.
Ora pare che l’avvento di Tokayev metta d’accordo tutti, cinesi, russi e americani, nel segno della continuità politica e del mantenimento dello status quo. Si era diffusa nei mesi passati la notizia che il ritiro di Nazarbayev fosse in realtà una mossa anti-Putin, ma si è poi capito che si trattava di una delle tante fake news.
Del resto le immense risorse naturali del Paese inducono tutti alla prudenza. Il Kazakistan possedeva ben il 60% delle risorse minerarie della ex Unione Sovietica, e nessuno è disposto a rischiare mosse azzardate che potrebbero porre gli avversari geopolitici in una posizione di netto vantaggio.
Il problema vero è che Nazarbayev, nonostante il ferreo controllo esercitato per decenni, ha molti oppositori interni che continuano a denunciare la corruzione imperante. Non a caso l’OSCE ha bocciato le recenti elezioni denunciando brogli e violazioni delle libertà fondamentali, e si sono registrati numerosi scontri tra manifestanti e polizia (anche se in Occidente tali notizie arrivano col contagocce).
E’ chiaro però che Putin, Trump e Xi Jinping (con Erdogan sullo sfondo) hanno – tutti – interesse a non modificare troppo la situazione. Il risultato è che, salvo improbabili rivoluzioni interne, Tokayev governerà nel nome del presidente eterno, che resta il vero padrone del Paese.

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