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La Thailandia tra golpe e populismo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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di Michele Marsonet.

Qualcuno s’illudeva che la Thailandia sarebbe tornata alla normalità dopo anni di dittatura militare. Non è così, come molti analisti avevano ampiamente previsto e come il complicato scenario politico locale lasciava intendere.
Risale al 2014 l’ultimo golpe delle forze armate, grazie al quale s’insediò al potere l’attuale primo ministro Prayut Chan-ocha, egli stesso generale e capo dell’esercito reale. Le elezioni “semi-libere” tenutesi pochi giorni orsono, per l’appunto le prime dopo il golpe, non hanno affatto chiarito la situazione.
E’ stata infatti confermata l’ormai annosa spaccatura del Paese, diviso come non mai. Da un lato le forze armate, tradizionalmente conservatrici e vicine alla famiglia reale. Dall’altro il movimento populista fondato dal tycoon delle telecomunicazioni Thaksin Shinawatra, nel quale gioca un ruolo fondamentale la sorella Yingluck Shinawatra.
Fu proprio lei, in carica come primo ministro dal 2011, a essere spodestata dai militari siamesi – che amano molto i putsch – con l’accusa di corruzione e a scegliere l’esilio. Stessa sorte del fratello, a sua volta spodestato da un golpe nel 2006.
In ogni caso non si capisce bene quale partito abbia vinto le ultime elezioni. Se il Pheu Thai, quello dei Shinawatra i cui militanti indossano camicie rosse, oppure il Palang Pracharat assai vicino all’esercito e al re (camicie gialle). Quest’ultimo parrebbe aver conseguito una risicata maggioranza relativa. Tuttavia, a parte le solite accuse reciproche di brogli, le due formazioni hanno ottenuto quantità di voti molto simili, ragion per cui la commissione elettorale ha deciso di rinviare addirittura al 9 maggio la proclamazione ufficiale del risultato.
Si pensava che il nuovo re Vajiralongkorn, salito al trono nel 2016 con il nome di Rama X dopo il lunghissimo regno del padre (durato 70 anni), avrebbe innovato la scena. Ma non è stato così, giacché il nuovo sovrano si è mosso sulla strada della tradizionale alleanza tra forze armate, famiglia reale e maggiorenti del clero buddhista.
Il timore di una rinnovata instabilità del Paese preoccupa non poco i potenti vicini, la Cina in primo luogo ma anche l’India. Occorre infatti rammentare che la Thailandia è collocata in una posizione strategica del Sud-Est asiatico, e non a caso è stata inserita da Pechino nel progetto della “nuova via della seta”. Inoltre, per gli standard locali è una nazione economicamente forte.
La sua posizione ne fece il retroterra Usa durante la guerra del Vietnam, e ha un ruolo importante tra gli alleati degli americani nell’area. Come tutti, però, anche i thailandesi debbono fare i conti con l’accresciuta potenza della Repubblica Popolare che incombe anche fisicamente pur non avendo confini in comune.
Tra l’altro si scorda spesso che gli stessi Shinawatra hanno parziali origini cinesi. Gli antenati del tycoon e della sorella erano infatti hakka provenienti dal Guangdong e, nonostante i matrimoni misti, l’ascendenza cinese è evidente anche nei tratti fisici. E’, questa, una caratteristica comune a tutte le nazioni dell’area. A Singapore i cinesi sono maggioranza, in Thailandia, Malesia, Vietnam etc. sono comunque numerosi e influenti dal punto di vista economico. Di qui il sospetto che Pechino utilizzi spesso i connazionali all’estero per promuovere la sua strategia di espansione.
Ecco perché questo Paese bellissimo resta importante pur se afflitto da un’instabilità politica che, talvolta, gli osservatori paragonano a quella italiana. A chi ha avuto occasione di visitarlo, le interminabili sequenze di Buddha dorati nei templi, l’architettura un po’ rutilante e il caos di Bangkok restano nella memoria. Ma a deciderne il futuro saranno probabilmente le grandi potenze, come del resto è sempre accaduto nella sua storia millenaria.

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