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Filosofia dell’anima – Alessia Marcuzzi e lo “shipwreck” dell’anima

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Premetto che io non so chi sia Alessia Marcuzzi. Al più ricordo questo nome che ritengo sia associato ai pessimi programmi prodotti dal berlusconismo mediatico (che peggiorano da par loro di anno in anno di decade in decade, riflesso di un degrado culturale e intellettuale ormai sistemico e evidentemente inarrestabile). Fortunatamente, ho smesso di intrattenermi con quest tipo di “entertainment” (appunto), molto tempo fa, semmai l’abbia fatto e debbo dire che lo spirito ne ha senz’altro guadagnato. Ne deriva che per parlare di Alessia Marcuzzi mi baserò solo su quanto vedo fotografato e scritto in questo bruttissimo screenshot a corredo del mio post, tratto dal nietzschiano dagospia.com (nel senso che è ormai al di là di ogni bene e di ogni male).

Non appena ho visto questa immagine mi è venuto subito in mente Patrick White, già Premio Nobel australiano per la Letteratura, e il suo concetto di “shipwrecking” esistenziale. Adoravo la letteratura australiana, quella aborigena in particolare. In generale tale letteratura è fortemente connotata dalla tematica dello “shipwreck” (del naufragio); cioè da un “topos” letterario che è partito da posizioni narrative denotanti – sono insomma infiniti i romanzi, i racconti che in quella terra raccontano o ricordano tantissimi naufragi effettivamente avvenuti vicino alle coste nel corso dei secoli – per arrivare quindi a connotare gli stati dell’anima, ad analizzare percorsi esistenziali più complessi e difficili, modernisti da un punto di vista strettamente tecnico.

Lo “shipwreck” esistenziale è in sé un argomento difficile da gestire e di fatto tratteggia in maniera mirabile tanti shortcomings applicabili in maniera più o meno marcata a ogni esperienza di vita: impossibile trovare una persona che non abbia vissuto un simile set-back, non importa chi sia e quale sia il suo background. Naturalmente, ci sono degli “shipwreck” più facili da spiegare, come per esempio quelli procurati da situazioni oggettivamente difficili nella vita di un individuo, e tali da trascinarlo/a via con sé alla stregua di un onda di tzunami in grado di seminare terrore e morte nel suo passaggio, impossibile da fermare per chiunque.

E poi… ci sono altri tipi di “shipwreck”, quelli per eccellenza, quelli che non sarebbe azzardato scrivere che sono plasticamente resi nell’idea da questa foto della Marcuzzi. Di fatto c’è qualcosa che terrorizza in questa sua immagine, ma contestualmente qualcosa anche di molto didattico. Prendendo tale fotografia alla “lettera” si potrebbe dire che racconta tanto, tantissimo della disperazione dell’anima, di quando l’anima viaggia in un tunnel senza via d’uscita apparente e non sa dove andare.

Peraltro non aiuta – nel farci una diversa idea – neppure la didascalia di contorno alla stessa, laddove si parla di un mondo che forse il confine nietzschiano tra bene e male non lo ha mai conosciuto. Racconta di un mondo incapace di interrogarsi sulla sua ragion d’essere, che vive di quell’attimo di luce bastante per illudersi d’esistere e per il resto venga pure la notte ad annichilirci tutti quanti.

Che per la verità questa fotografia presenta pure, in maniera molto prosaica, un mondo semplicemente patetico da qualsiasi prospettiva lo si guardi. Cui prodest? Non saprei, ma evidentemente serve anche avere cognizioni delle sue possibilità, con buona pace dell’anima e dell’opera omnia di Patrick White, nonché di quella dei suoi esegeti mirabili.

Rina Brundu

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