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PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Filosofia dell’anima – Dell’apparenza e sulla saggezza di Keith Flint: “Quando ho finito il mio compito, me ne vado”.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Attenzione: come da warnings su Rosebud, non dovresti procedere nella lettura di questo post se hai profondi credo religiosi, se non hai una formazione adatta (che non significa se hai la laurea o no), se sei minorenne. Grazie.

“Ho sempre saputo dentro di me che quando avrei “finito”, mi sarei suicidato. Giuro su Dio che ciò che sto dicendo non ha nulla a che fare con una depressione, piuttosto è una cosa positiva. Nel momento in cui comincerò a cagare il letto, quello è il momento in cui mi vedrete prendere quel treno” così parlò, in una intervista alla rivista FHM, nel 2015, Keith Flint, uno dei membri della banda dei Prodigy. Poi aveva aggiunto: “Non ho paura di ciò che sono, solo che voglio potermi guardare alle spalle e sapere che ho vissuto una vita che io stesso considero piena. Questo è tutto, felicità!”. Questa mattina Flint ha mantenuto la sua promessa, ed è stato trovato senza vita nella sua casa. Causa della morte? Suicidio.

Confesso che prima di oggi mai in vita mia avevo sentito nominare Keith Flint, né la sua banda: quel genere di musica, se così si può chiamare, non è per il mio spirito, anche perché in genere io come musica di sottofondo preferisco il silenzio. Anche il sembiante di Keith non è proprio di quelli che mi attirano: di fatto, ci penserei due volte ad attraversare lo stesso vicolo dove sta passando uno così conciato: le apparenze! Già, le apparenze, che roba sciocca! Non a caso Keith viene raccontato, pure dai vicini, come un’ottima persona, amante degli animali, coinvolto nella comunità, e io posso tranquillamente affermare che una dichiarazione pubblica tanto saggia come la sua, intrinsecamente onesta, knowledgeable delle vie dello spirito, delle sue reali necessità, non l’avevo mai sentita, né mai l’ho letta in nessun tomo di filosofo ingombrante e patinato.

Ciò accade perché io comprendo benissimo cosa stesse dicendo quest’anima, così come comprendo che non era affatto “depressa”, quanto piuttosto molto cosciente, in modalità inusuale per gli esseri incarnati, di quello che era “il suo compito”. E poi, sentendosi di averlo terminato, si è decisa ad andarsene come meglio credeva: mirabile e invidiabile! A proposito di questi argomenti, però, è doveroso ricordare che il pensiero new-age molto probabilmente, anzi sicuramente, seguito da Flint, non sponsorizza in nessun modo il suicidio. In realtà, è proprio il contrario: cioè, dato che il suo assioma costitutivo dice che noi siamo qui per fare la “nostra parte”, di norma non bisogna andarsene prima che quel compito sia stato svolto fino in fondo, pena il dover rifare tutto dall’inizio.

Non ho intenzione di stare a spiegare qui cos’è “quella parte” da fare, sia perché non vi è tempo, sia perché scrivendo in italiano il bacino culturale, almeno secondo me, non permette questi discorsi. Non a tutti almeno, anche se sono tanti, naturalmente, gli italiani che hanno avuto esperienze di premorte e, non potendole raccontare in casa o in parrocchia, si risolvono a scriverle e a mandarle alle organizzazioni americane che se ne occupano, dove vengono tradotte in inglese e aggiunte allo straordinario faldone ormai creato da quando Raymond Moody coniò l’espressione NDE (Near Death Experience).

Si legge che ormai, causa l’avanzamento della medicina, quindi in virtù di una maggiore facilità di riportare “le persone indietro”, gli NDE registrati siano più di 3 milioni nei soli Stati Uniti. Sempre in quella stessa nazione molto progredita mentalmente, non si contano neppure le università e i dipartimenti di medicina che se ne occupano e, diciamo che, sebbene nessuno abbia ancora avuto il coraggio di affermarlo pubblicamente in un libro (non ci vorrà tanto però), si può dire che la sopravvivenza della nostra coscienza dopo la morte è stata già provata scientificamente (alcuni degli esperimenti fatti sono peraltro straordinari!).

Ne deriva che adesso Keith dovrebbe essere finalmente tornato a “casa” anche lui, e non ci sono dubbi che il suo spirito avrà trovato la serenità che meritava dopo avere “fatto la sua parte”. Su piano più prosaico, continuo a meravigliare di come questi spiriti straordinari, creativi, dotati, inseguano la stessa logica delle più grandi stelle dell’universo: bruciano, bruciano, bruciano e poi quando l’energia finisce esplodono, ed esplodono più velocemente delle altre;  nel caso degli umani significa che muoiono giovanissimi, il che ci dovrebbe pure dare da pensare sul perché noi siamo ancora qui.

Va anche detto che Keith non era proprio di primo pelo, aveva 49 anni, ma se è vero che quella non è la miglior età per fare il bamboccione in casa dei genitori, vizio che certamente non lo riguardava, è pur vero che è raro trovare un filosofo temprato e a un tempo così giovane, lui evidentemente lo era!

Rina Brundu

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