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Vite esemplari. Herschel Grynszpan, il ragazzo che uccise Ernst vom Rath e sfidò Hitler.

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

Herschel Grynszpan, un ragazzo ebreo di 17 anni, fece notizia perché, quando ancora non esisteva il gruppo dei vendicatori dell’Olocausto, fu uno dei primi ebrei a difendersi con le armi dalle vessazioni dei nazisti. La sua storia viene raccontata da Stephen Koch nel libro Hitler’s Scapegoat: The Boy Assassin and the Holocaust (Amberley Ed.).

Tutto cominciò nel 1938. Il 7 novembre di quell’anno, infatti, il giovane Grynszpan entrò nell’ambasciata tedesca di Parigi con in tasca una pistola che aveva acquistato proprio per i suoi scopi di vendetta. Una volta dentro Herschel chiese di parlare con un ufficiale e fu mandato da un giovane avvocato Ernst vom Rath. Vom Rath lo accolse gentilmente dando modo a Herschel di rovesciargli addosso tutta la sua rabbia in un profluvio di parole senza contenimento. Subito dopo il ragazzo tirò fuori la pistola e sparò cinque colpi: tre andarono a vuoto, uno colpì Vom Rath ma senza troppe conseguenze, l’ultimò gli bucò l’addome condannandolo a una morte dolorosa che sarebbe arrivata solo due giorni dopo.

Tristemente, e senza saperlo, il giovane Grynszpan aveva però ucciso uno dei pochi tedeschi non nazisti, peraltro un critico anche abbastanza forte del governo per cui lavorava. Il peggio tuttavia doveva ancora arrivare, e cominciò ancora prima che la morte di Vom Rath fosse annunciata, perché l’attentato fu usato anche per giustificare la terribile Notte dei Cristalli che per certi versi ha ufficialmente dato inizio all’Olocausto e fu uno dei “capolavori” del criminale nazionalsocialista Joseph Goebbels.

Quella sera, chiuso nella sua cella parigina, Grynszpan ebbe modo di riflettere sul suo atto di rivolta e scrisse a un amico: “Non faccio che pensare al ghetto, me li vedo in sogno, uomini e donne che tentano di scappare… Dio, mio Dio, io non volevo”.

Naturalmente il funerale di vom Rath fu pure completamente strumentalizzato dai nazisti. Il morto, uno dei pochi oppositori interni del regime, fu salutato come “il primo martire del Terzo Reich”, mentre la sua bara fu illuminata a giorno come in un film hollywoodiano. Per l’occasione lo stesso Goebbels ebbe modo di dare un saggio della sua indiscutibile arte propagandistica, un’arte capace di amnesie selettive straordinarie, come ben sappiamo.

In realtà il gesto di Herschel era stato determinato dallo stesso destino a cui era andata incontro la famiglia dei Grynszpan, rastrellata e torturata senza pietà dai nazisti, proprio come accadde a tanti altri ebrei polacchi, ma naturalmente questo “dettaglio” fu plasticamente dimenticato da Goebbels. Il Caso Vom Rath invece si trasformò subito in una opportunità unica da sfruttare e il Ministro della Propoganda riuscì benissimo nell’intento. Peraltro, anche la restante parte della storia del giovane Grynszpan  ci aiuta a farci una idea molto chiara del mostro che può diventare il Male quando, oltre a usare le sue consuete armi, diventa mastino burocratico implacabile.

La storia di Herschel Grynszpan è insomma la storia di una vita esemplare. Una di quelle storie di gente qualunque che, come avviene quasi sempre, gettano una luce diversa su situazioni più complesse e più grandi di chi suo malgrado è costretto a viverle. Nello specifico, questa storia permette di muovere finanche oltre il costrutto plurale “gli ebrei” che sovente leggiamo quando studiamo l’Olocausto, e alla stregua di un cannocchiale molto potente, inquadra un essere umano qualunque, un ragazzo, un giovane uomo molto ben identificato che si muove nel background. Ci permette persino di vivere le sue passioni, le sue frustrazioni come fossero le nostre. Ci permette di vivere sulla pelle il dolore immenso da cui derivò la sua determinazione a combattere, a lottare, per difendersi, in ogni modo, costi quel che costi.

Detto altrimenti, la storia di Herschel Grynszpan ci insegna, nel bene e nel male, che Herschel possiamo essere tutti noi quando determinati a sopravvivere in barba a una qualsiasi ingiustizia subita. Dulcis in fundo ci insegna a riflettere oltre le necessità della Storia, finanche a capire che la Storia, proprio come il fattore Tempo nell’equazione Wheeler-DeWitt, potrebbe pure non esistere. Sotto diverse prospettive, la Storia è in realtà sempre un qui e ora, un eterno presente, ed è proprio in questo modo che insegna la sua lezione più grande, cioè insegna a non dimenticare, o per dirla con Primo Levi, insegna a non dimenticare che… “questo è stato”.

Rina Brundu

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