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Filosofia dell’anima – Lo sguardo assorto di Alessio Vinci

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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A volte sono le storie di vita a colpirmi, a volte basta uno sguardo. Questo è certamente il caso dello sguardo assorto, riflessivo, inquieto, meditativo che Alessio Vinci – il giovane di Ventimiglia trovato morto dentro un cantiere parigino alcuni giorni fa – mostra nella maggior parte delle sue foto. Alessio, orfano di madre, senza un padre, aveva 18 anni ed era cresciuto con il nonno, al quale avrebbe pure dedicato l’ultimo saluto: “Sei il nonno migliore e sei stato un grande esempio per me”.

Alessio viene raccontato come un ragazzo speciale, un nerd, un geek direbbero in America. Non a caso il neo diplomato al liceo scientifico era entrato con anticipo alla Facoltà di Ingegneria aerospaziale del Politecnico di Torino, arrivando tra i primi 40.  Adesso però tutti coloro che conoscevano il suo spirito brillante si starebbero interrogando su ciò che gli è successo: perché Alessio si è tolto la vita? Ed è andata davvero così? Queste risposte potrà darle solo l’autopsia, le indagini delle forze di polizia. Invece, qualche speculazioni sul perché di uno sguardo tanto “assorto” in un giovanissimo di 18 anni possiamo azzardarla pure noi che non lo conoscevamo, che non abbiamo mai saputo nulla della sua vita.

Mano a mano che la nostra età digitale avanza, infatti, mi ritrovo sempre più spesso a pensare quanto la stessa sia “demanding” per i giovani di oggi, i quali debbono portare carichi pesanti sulle spalle, pressioni che noi, negli yuppissimi e spensierati anni ’80 non avevamo. I problemi che si pongono sono innumerevoli, di ogni ordine e grado. Ci sono le questioni dell’apparire in un mondo sempre “social”, perennemente sotto le luci delle telecamere, e poi ci sono le faccende più serie, legate alla corsa per sopravvivere, per diventare il migliore, per scoprirsi il migliore in un universo popolato da infiniti genietti, spesso allevati per essere tali dai loro traguardanti genitori. Qualche volta accade però che benché si sia il “migliore” in dati campi, come era il caso di Alessio, ci si ritrovi mancanti di tutto il resto. Per esempio, ci si ritrovi mancanti della vera “forza” che serve per andare avanti, della tempra che solo circostanze di vita fortunatissime riescono a regalarci, finanche della qualità motivazionale indispensabile per andare avanti: perché farlo? A che pro?

Lo sguardo assorto di Alessio pare tradire proprio simili preoccupazioni, le quali a loro volta ci parlano di uno spirito saggio, maturo oltre la sua età biologica. Uno spirito che, molto spesso con ogni ragione, si rendeva conto dell’inutilità delle sceneggiate umane che lo circondavano, della stupidità delle stesse e per qualche ragione non si sentiva disposto a condividerle ulteriormente. Non so se Alessio abbia effettivamente deciso di andarsene prima da questo mondo, la cosa non è neppure importante. Ciò che appare chiaro è che noi come società abbiamo perso un’altra occasione per fare una differenza; abbiamo perduto per sempre uno spirito giovanissimo e straordinario che avrebbe potuto contribuire, in modo sostanziale, a rendere migliori le vite dei tanti. Insomma, perdendo Alessio abbiamo perso tutti quanti, e forse era proprio la profonda coscienza delle implicazioni che comporta un tale status-quo a rendere il suo sguardo così riflessivo, a suo modo mirabile, indimenticabile!

Rina Brundu