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Sul neocolonialismo cinese e i dazi di Trump

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

beijing-3675835_960_720di Michele Marsonet.

L’espansione economica cinese nel mondo, e particolarmente in Africa, ha indotto molti osservatori a parlare di “neocolonialismo”. Questo perché la Cina usa metodi diversi rispetto alle vecchie potenze coloniali europee. Non occupa territori né impone il proprio modello con la forza militare.
Concede invece ingenti finanziamenti affinché i Paesi che ne beneficiano sviluppino, per esempio, infrastrutture che non potrebbero concedersi visti gli alti costi. E’ senza dubbio una strategia intelligente, che ha consentito alla Repubblica Popolare di acquistare un peso crescente nel panorama internazionale e di porsi quale referente principale di molte nazioni asiatiche, africane e dell’America Latina.
Nessuno ovviamente ipotizzava che la Cina si muovesse per pura generosità. E’ sempre stata, anche nei secoli passati, una grande potenza commerciale, ed era dunque lecito immaginare che si ripromettesse di ricavare dei vantaggi senza per l’appunto essere accusata di mire coloniali.
Si è poi visto che tale visione pecca di ingenuità. Sono ormai molti i Paesi che, non potendo restituire gli ingenti finanziamenti di cui sopra, sono costretti a cedere a Pechino pezzi di sovranità, rischiando così di diventare suoi vassalli.
Caso emblematico è quello del Kenya, nazione chiave nello scacchiere africano. Nell’ultimo decennio i kenyoti sono stati “inondati” da quasi 10 miliardi di dollari, il che ha loro consentito di procedere con molti progetti, tra i quali il treno ad alta velocità che collega Nairobi a Mombasa. I governanti locali si sono tuttavia accorti di non poter pagare le rate concordate all’inizio con Pechino.
I cinesi, a questo punto, si “accontenterebbero” di acquisire il porto di Mombasa, che ha una posizione strategica ed è uno dei maggiori scali africani, soprattutto per la movimentazione dei container. Si avverano insomma le previsioni – o i moniti – di parecchi analisti internazionali. A loro avviso i Paesi ricchi di materie prime come Angola e Congo, e quelli dotati di infrastrutture strategiche come il Kenya rischiano, ascoltando le “sirene” cinesi, di perdere il controllo di asset fondamentali cedendoli in pratica a Pechino.
Rischio, d’altro canto, presente pure in Europa. La crisi della UE e la debolezza intrinseca di molte nazioni del vecchio continente ha consentito alla Cina di controllare aziende importanti e, non ultimi, anche porti strategici come quello greco del Pireo.
Sulla strada cinese si stanno tuttavia manifestando ostacoli imprevedibili fino a poco tempo fa. La guerra commerciale scatenata da Donald Trump sta causando problemi al sistema economico e finanziario del Dragone. La crescita è notevolmente rallentata e i dazi Usa, che pur danneggiano la stessa economia americana, colpiscono in modo pesante la Cina, con il governo costretto a intervenire sul sistema bancario con grandi iniezioni di liquidità. E molti prevedono un ulteriore rallentamento del Pil.
Lo scenario globale, che finora aveva favorito Pechino, sta dunque cambiando in tempi molto rapidi, e in assenza di un accordo commerciale con gli Usa si potrebbe assistere a una crisi cinese la quale, però, finirebbe per coinvolgere il mondo intero.
Se la situazione non dovesse cambiare è lecito attendersi la fine dei faraonici investimenti di Pechino all’estero, con ricadute a cascata in tutte le nazioni che ne hanno fruito. Ed è difficile credere che i cinesi, da abili mercanti quali sono sempre stati, rinuncino a pretendere la loro restituzione da parte dei Paesi creditori.

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