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Sulle follie cinesi di Donald Trump

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

cina

Un intervento di Michele Marsonet.

Mentre è legittimo sostenere che Donald Trump non ha una precisa strategia di politica estera e che, forse, neppure è interessato ad averne una, è invece errato dire la stessa cosa a proposito dei suoi rapporti con la Cina.

In questo caso, infatti, il tycoon sa benissimo dove vuole andare a parare. Il suo scopo è bloccare il processo della crescita cinese e restituire agli Stati Uniti almeno parte della forza economica e commerciale che hanno perduto negli ultimi tempi, scavando di nuovo un divario incolmabile tra Washington e Pechino.

Il progetto appare a prima vista velleitario poiché non tiene conto che, in molti settori, gli Usa hanno rinunciato a essere una potenza manifatturiera. Hanno permesso alle proprie imprese di delocalizzare liberamente, sicuri di mantenere la leadership nei settori ad alta tecnologia.

Tuttavia tale sicurezza si è vieppiù affievolita, e questo probabilmente spiega la guerra aperta dichiarata a colossi quali Huawei e Zte. In realtà la fuga dal settore primario accomuna gli Usa all’Europa, ed è stata favorita anche da sindacati che sono stati spinti su questa strada da considerazioni ecologiste, senza troppo pensare (stranamente) alle ricadute occupazionali.

Il tycoon si è comunque accorto che, facendo leva sui dazi, può mettere in difficoltà la Repubblica Popolare in un momento che vede la contrazione – per ora contenuta – di una crescita che negli ultimi decenni è stata esplosiva. Né si può tacere sul fatto che Pechino ha spesso adottato politiche economiche e commerciali scorrette pur di raggiungere i risultati anzidetti.

Il problema è capire se e quanto convenga agli Usa mantenere l’atteggiamento di scontro aperto inaugurato da Trump, al quale piacciono molto i film western e i duelli all’ultimo colpo stile “OK Corral”. Può darsi, infatti, che in duelli di quel tipo entrambi gli avversari restino sul terreno.

Tenendo conto che lo scenario economico e finanziario internazionale è assai mutato negli ultimi decenni, e che le economie americana e cinese sono strettamente interconnesse, può pure accadere che la politica muscolare del tycoon finisca per danneggiare il suo stesso Paese.

Ma vi sono anche fattori meramente politici in gioco, non meno importanti di quelli economici e commerciali. Frenare in modo cospicuo la crescita della RPC significa, in buona sostanza, far franare il terreno sotto i piedi di Xi Jinping e del gruppo dirigente che lo affianca.

La crescita costante dell’economia è lo strumento principale (per non dire l’unico) che consente al partito comunista di controllare l’immenso territorio senza che le tensioni politiche e sociali – che pur esistono – debordino minacciando la stabilità della nazione.

Gli stessi dirigenti cinesi ne sono consapevoli, poiché dai tempi di Deng Xiaoping vige una sorta di tacito accordo tra governo e popolazione. A quest’ultima viene concessa la possibilità di arricchirsi in cambio della rinuncia a una nutrita serie di diritti che gli occidentali considerano irrinunciabili: libertà di stampa e di parola, stato di diritto con garanzie giuridiche standard per i cittadini, possibilità di votare per partiti politici diversi e tra loro alternativi.

Per questo la rivolta di Hong Kong è stata bloccata in tempi rapidi. Ma se l’economia comincia a perdere colpi, allora nessuno può garantire che la situazione non degeneri in tempi rapidi, e in quel caso i dissidenti politici e quelli etnici e religiosi da tempo in conflitto con il governo centrale troverebbero certamente molti più appoggi di quelli attuali.

Non si sa fino a che punto Donald Trump comprenda quale vespaio (o cataclisma?) un’eventuale crisi cinese scatenerebbe. Dalle sua azioni si ricava un’impressione di confusione, del resto rimarcata anche dai tanti collaboratori dimessisi o cacciati. Resta però il fatto inquietante che, considerate le interconnessioni globali cui prima accennavo, il mondo intero rischierebbe una recessione di grande portata.