PAIN IS TEMPORARY PRIDE IS FOREVER. Rosebud, Dublin (EIRE) – Year 9. Breaking News

Filosofia dell’anima – Il caso di Palermo

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Il giornalista è stimolato dalla scadenza. Scrive peggio se ha tempo. (Karl Kraus)

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Questo è uno di quegli articoli che di tanto in tanto vengono pubblicati sul sito, per il quale il segnale “divieto d’accesso” vale doppiamente. Questo articolo non è adatto ai ragazzi, non è adatto a una persona con una cultura di tipo scolastico. Quasi sicuramente non è adatto a te. Per cui profitta delle feste, vai a comprare i regali, guarda Fazio in TV, leggi Repubblica, ma stai lontano di questi argomenti, non ne guadagneremo molto né io né tu. RB.

Il fatto di cronaca è accaduto ieri. A Palermo una signora di mezz’età, aiutata da due figli maschi maggiorenni, avrebbe ucciso il marito e padre-padrone, prima di confessare e costituirsi. Si sarebbero costituiti e avrebbero confessato tutti e tre, come in un curioso rito di purificazione e di liberazione. Deve essere terribile avere un padre di quella tipologia, lo dico da persona che tra le tante fortune ha avuto quella di avere al suo fianco un angelo tutta la sua vita. Il fatto è che, a mio avviso, questo omicidio dell’aguzzino non si qualifica in quella categoria di omicidi per cui vale il detto che c’è anche “un tempo per uccidere”, ovvero A time to kill proprio come recita il titolo dello straordinario film diretto da Joel Schumacher nel 1996, basato sull’omonimo romanzo che John Grisham scrisse nel 1989.

Quest’omicidio non si qualifica come tale perché, non importa la ferocia e l’incapacità emozionale di questo marito-padre-padrone, la signora, tanto più che i figli erano ormai grandi, avrebbe potuto divorziare. Certo è facile parlare senza cognizione di causa, senza conoscere il vero background, anche culturale, che fa da sfondo a questa terribile notizia, ma dato che l’ultimo gesto a cui si dovrebbe ricorrere è proprio quello per cui ha optato questa donna, è logico pensare che c’erano altre opzioni, altre alternative a disposizione.

Naturalmente, fuori dalle formalità del giornalismo politically-correct, bisogna imparare a ragionare anche in altri modi. Per esempio, in modo pragmatico. Cogitando in questo modo viene logico pensare che il risentimento accumulato in una vita, sia dalla moglie che dai figli, potrebbe non avere concesso, alle loro menti stanche, di esaminare altre possibilità. Se si fossero semplicemente separati lui, infatti, ci sarebbe stato comunque: sarebbero state infinite le battaglie legali, lo avrebbero incontrato ad ogni angolo di strada, e perché no?, sarebbero potuti diventare essi stessi, la madre e i figli, le vittime designate di questa guerra senza esclusione di colpi. Come diceva una persona che, sbagliando, avevo considerato saggia per tanto tempo: “È morto? Meglio lui di me!”.

E poi c’è da considerare l’odio che cova spesso nel fondo del nostro Essere, quell’odio che non ci dà pace fino a quando il nostro spirito non ha fatto giustizia. Meglio ancora, non ha azionato vendetta. Con questo discorso si può finalmente arrivare al tema di questo post che non riguarda il “caso Palermo”. Cioè, riguarda quel “caso”, ma solo incidentalmente. C’è infatti un dogma della filosofia dell’anima in virtù del quale quando si passa ad altro stato dell’Essere, non ci sarebbe alcun “giudizio” sulle nostre azioni, se non quello che la nostra stessa anima esprime su di sé. Questa letteratura parla anche di una sorta di palcoscenico shakespeariano che sarebbe il mondo. Un palcoscenico dove le anime scelgono di incarnarsi per “provare” ogni emozione, ogni sensazione, per “imparare” qualsiasi arte e studiare qualsiasi parte. Ne deriva che se Tizio e Caio, nomi terrestri di due anime essenzialmente “amiche”, una volta decidono di incarnarsi come assassino il primo e vittima il secondo, ci sarà un’altra occasione in cui i ruoli saranno invertiti e la vittima diventerà il carnefice.

Personalmente trovo queste ipotesi molto “disturbanti”. Le trovo “disturbanti” perché nel mio universo il male fatto va pagato, in maniera matematicamente-giusta, oserei dire, dato che solo quello potrebbe essere il metro in grado di amministrare una giustizia certa e perfetta (matematica, appunto!). Ciò che mi “disturba” a dire il vero è anche la mia evidente incapacità di pensare che tutto possa risolversi in una conversione a posteriori tra gentiluomini sulla linea di:

Esaminatore: Questa è stata la tua vita, avresti potuto fare meglio…

Esaminato: Concordo, tenterò di migliorarmi la prossima volta…

No, l’ipotesi teoretica non regge, e la sua fallacità non può essere determinata solamente dalla mia incapacità di accettare la validità logica di questi discorsi. Ci sono faccende pragmatiche e contingenti che bisogna considerare. C’è il dolore procurato che non può essere dimenticato. L’ipotesi teoretica non regge per me che proprio quest’anno ho avuto la possibilità di studiare molto bene il dolore che può portare nel mondo il Male, che proprio quest’anno ho avuto modo di toccare con mano quanto il Male possa cambiarci anche nello Spirito.

No, la giustizia universale deve essere di altro tipo, corretta a dovere, alla perfezione. Insomma, deve essere una giustizia che ascolti il carnefice e la sua vittima in ogni loro sussurro, o bisbiglio, che nel tempo li ha resi tali…. oppure non potrebbe mai essere tale. L’alternativa è che il mio spirito si sia già fatto coinvolgere troppo dalle cose del mondo e anche questa non è purtroppo una possibilità che posso scartare!

Rina Brundu