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Filosofia dell’anima – La coppia Hannah e Martin? Meglio il duo Bohr-Heisenberg!

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

  arendtheidegger

Do not forget me, and do not forget how much

and how deeply I know that our love

has become the blessing of my life.

Hannah Arendt

Confesso che il love-affair tra Hannah Arendt e Martin Heidegger è stato l’unico argomento che li riguarda di cui non mi sono occupata, né quando studiavo Eichmann in Jerusalem né quando studiavo Essere e tempo. Tuttora non me ne occupo, cioè si tratta di una questione che non mi incuriosisce, di una faccenda che non mi viene neppure da googlare. So che questa storia “intensa”, almeno a giudicare dai carteggi che sarebbero stati pubblicati, è andata avanti quando lei era una giovane studentessa di 18 anni e lui un maturo professore, sposato, che aveva il doppio della età di lei, che era in procinto di diventare il Rettore dell'università di Friburgo… con tutto quel che segue, etc, etc, etc… già detto.

Certo, si potrebbe obiettare che questa “liaison”, almeno sul lato Heidegger, è sospetta. È tanto “sospetta” che per certi versi somiglia alla relazione amicale tra “il mago” di Messkirch e il suo mentore Husserl. In comune quest’ultimo filosofo e la Harendt avevano il fatto che erano ebrei, e entrambi vivevano uno dei periodi più nefasti della Storia del loro popolo, ovvero il periodo immediatamente precedente l’arrivo di Hitler al potere (nel 1933); vivevano il periodo che da un lato vedeva la fine della disgraziatissima Repubblica di Weimar nata subito dopo la conclusione della prima guerra mondiale, e dall’altro preparava il tempo terribile della dittatura nazionalsocialista. In comune a mio avviso avevano anche altro: erano “agnelli” sacrificabili, spendibili, per permettere al divo Heidegger di emergere prima intellettualmente, e poi come figura culturale “prominent” tout-court. A raggiungere il primo obiettivo l’hanno appunto aiutato Husserl, i suoi “devoti” studenti ebrei, certamente anche la Harendt visto che, come si evince dall’incipit di questo post, sembrerebbe che l’infatuata fosse proprio lei; a raggiungere il secondo ci avrebbero pensato invece i potentati nazionalsocialisti che, pur tenendolo sempre sott’occhio, lo avevano scelto come prossimo rettore dell’università.

Amen!, che, detto in soldoni, significa che io la penso come Husserl: Heidegger era un antisemita e stava solo usando queste “pedine” (peraltro non ho dubbi che ne abbia usato anche molte altre), per i suoi scopi. Da questo punto di vista si potrebbe aggiungere molto altro, ma sono certa che esisteranno montagne di letterature, seghe-mentali per enfatizzare questo o quel ridicolissimo punto dell’argomento allo scopo di giungere all’unico imprescindibile traguardo che sempre si raggiunge in queste situazioni: nulla!

Sarà un mio “handicap” (anzi, lo è senz’altro, non ne ho dubbi!), ma io sono sempre stata abitutata a farmi le mie opinioni, a costruirmele, per quanto posso, basandomi sui fatti che riesco a gestire, sostantizzare, rendere plastici, e a comprendere. Mi piace anche osservare le cose dal mio punto di vista, che raramente tende a omologarsi. In questo particolare caso, benché nulla sappia di questa tresca, relazione affettiva, o come la si vuol chiamare (in genere io le chiamo docce di dopamina il cui unico scopo è darwiniano nell’origine e serve a perpetuare la specie, data la mia indistruttibile convinzione che la natura del nostro essere sia per lo più solitaria), tra la Harendt e Heidegger, io so molto di “loro” in quanto esseri-intellettuali, del loro modo di fare “filosofia”, e anche questo è un modo valido (se non il più valido), per inquadrarli.

Anche se non ho mai capito perché, io sono anche una persona che tende a creare miti, laddove quasi in automatico individuo degli spiriti brillanti che isolo e poi metto su un altare a scapito di tutti gli altri. Come scrissi in altra occasione, questo non è un buon modo di fare, non è saggio, ma ahime!, così è. Ne deriva che se quando guardo all’arte pittorica io vedo in Michelangelo colui che tiene nel suo pugno tutta l’arte della pittura che è venuta prima e dopo, quando guardo alle cose della Filosofia non ho bisogno di pensare neppure un secondo per trovare nell’ordine secco che impartì Diogene al grande condottiero Alessandro: “Scostati, che mi togli il sole!”, il momento più alto che abbia mai raggiunto uno spirito umano. La vetta.

Di fatto davanti a un simile statement, io non ho bisogno neppure di investigarlo per comprendere se questo scambio ci sia mai stato, o si tratti piuttosto di una diceria messa in giro dai seguaci del filosofo dopo la sua morte per onorarlo, io sono semplicemente grata che un tale costrutto-filosofico-fondamentale esista. Nell’espressione “Scostati, che mi togli il sole!”, detta senza troppi giri di parole al più grande condottiero di tutti i tempi, c’è tutto: c’è la grandezza mirabile dello spirito umano, c’è la sua resiliance, c’è l’anelito alla libertà, c’è il dispregio del servaggio, c’è la forza, c’è golardia, c’è humour, c’è resistenza, c’è amore per il Creato, c’è la grandezza stessa del Creato. C’è la grandezza sovrumana dell’EsserCi! Nulla di più mirabile e mai stato detto prima, nulla dopo, nulla di più mirabile verrà mai detto fino a che esisterà un universo con un tessuto spazio-temporale come il nostro.

Ne deriva che per me Diogene è anche l’apice di qualsiasi filosofia possibile, è brillantezza, concisione, è insight, è tutto ciò che si cerca in un maestro da cui si spera di apprendere. Se negli ultimi duemila anni noi fossimo stati educati da una pedagogia e da una didattica diogenica – invece che dalle sconcezze superstiziose e disinformate dei tommasidaquini et compagnia – oggi forse noi non saremmo una società perfetta ma sicuramente migliore, e forse non avremmo neppure dovuto testimoniare le infami-avventure della cricca criminale che Martin Heidegger elogiava nei suoi discorsi di Rettore, anche un po’ a scazzo, giusto per “tenerli buoni” come diceva lui.

Questo mi ragguaglia sul fatto che io – almeno idealmente – non sento il “fascino” del filosofo-di-mondo Heidegger, non solo in virtù di questi suoi shortcomings dell’anima (nessuno che non si trovi a vivere il tempo che comunque ha vissuto Heidegger dovrebbe mai osare dire che lui/lei si sarebbe comportato diversamente in quelle circostanze. Come scrissi in SULLA NATURA DEL MALE, se si vive in un regime in cui un signorotto, al secolo Hermann Goering, sbraita, mentre si fa di morfina: “Decido io che è ebreo!”, che la “legge morale” vada a farsi benedire non dovrebbe sorprenderci proprio!), ma soprattutto perché io non concedo a Heidegger un briciolo della brillantezza-strepitosa di Diogene!

Heidegger, al più era uno studioso pignolo, volenteroso, impegnato, colto, ma non un “genio” della filosofia. Per quanto possa sembrare superbo dirlo io non ho riscontrato “brillantezza” neppure nella Arendt, la cui logica interna nelle cogitazioni lascia a desiderare in molti punti di cui pure ho scritto. Per quanto mi riguarda i “geni” della loro epoca si chiamavano Niels Bohr e Werner Heisenberg, sebbene anche Schroedinger non fosse male, anche se, nel suo caso, occorreva partire dall’ormone per poter arrivare  a qualsiasi secrezione neuronale valida. Nelle teorizzazioni matematiche di questi signori, come sappiamo, la logica e consistenza interna era così formidabile che benché le loro “conclusioni” su quale fosse la vera natura della nostra “realtà”, fossero quanto mai “bizzarre”, le stesse non sono mai state trovate in fallo, neppure da Einstein. Forse non tutti sanno, infatti, che gli esperimenti quantistici hanno un grado quasi assoluto di consistenza, come a dire che nel caos apparente c’è un ordine perfetto, un ordine che oserei chiamare diogenico a titolo di omaggio.

Ma erano la Arendt e Heidegger su questi livelli?! Figuriamoci! Rispetto a questi intelletti questa coppia ricorda molto i facchini-macchinisti-fuochisti-ferrovieri citati dall’immenso Totò, cioè lavoratori degni, senz’altro, ma non figure di primo piano. Che sia questo che li abbia attirati l’uno nelle braccia dell’altra? A parte l’effetto dopamina-darwiniana di cui sopra, s’intende! Tutto può essere! Eventi più mirabili sarebbero stati raccontati, ma non da oratori davvero credibili!

Rina Brundu

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