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Filosofia dell’anima – Il fantasma del prigioniero che non voleva morire

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

ghostSono tante le serie americane, in stile docu-film, che in queste decadi si occupano di para-normale, in pochi casi seriamente, nella stragrande maggioranza delle occasioni in maniera vittima della sindrome social che affligge i tempi: tutto è buono pur di fare notizia. In altri casi queste trasmissioni sono solo delle scusanti per permettere ai fortunati protagonisti di fare molti viaggi da un lato all’altro dell’oceano, spesati dagli sponsor e trallalleroetrallalà. L’ultimo fatterello che è notizia di questi giorni è la visita di una queste troupe americane alla prigione inglese di Shepton Mallet nel Somerset, una prigione molto datata che ha cominciato ad offrire i suoi servizi nel 1600.

Questo carcere è noto perché sarebbe uno dei più infestati di fantasmi d’Inghilterra, e guarda la combinazione, in occasione della prima puntata della nuova serie di una di queste produzioni, avrebbe rilasciato qualcuno dei suoi segreti. Una di queste notti le telecamere e i sensori avrebbero registrato una “presenza”, insieme a una voce di donna che, esattamente nel luogo dove un tempo venivano giustiziati i prigionieri, lamentava: “I do not want to die” (Non voglio morire).

In realtà questa storia mediatica mi interessa perché permette di fermarsi a riflettere su qualche scampolo di diversa verità. O meglio permette di ripensare al nostro passato più buio, ai tanti che, innocenti o colpevoli, hanno sofferto gli short-comings della giustizia umana. Permette di interrogarci ponendoci queste domande: quanti esseri hanno patito un destino ingiusto in segrete celle? Quanti sono stati calunniati dal potentato di turno e sono andati a morire per questo motivo? Quanti gaglioffi l’hanno fatta franca? Milioni, non ho dubbi, specialmente quando i tempi erano senz’altro meno liberati di questi.

Delle ultime ore è anche la notizia delle accuse di molestie mosse all’attore francese Depardieu. Non so se siano vere o false, e non spetta a me appurarlo, però la questione mi ha riportato alla mente casi come quello del pedofilo inglese Jimmy Seville, il quale trascorse una intera esistenza servito, riverito, ammirato, potentissimo e poi alla sua morte… beh alla sua morte venne fuori una diversa-verità, appunto. Allora mi chiedo, quanti, anche in questi anni, pure in Italia, quanti potentati hanno potuto condurre questa doppia-vita a scapito degli ultimi, proprio come facevano in passato tanti discutibili aristocratici d’oltremanica?

La domanda retorica mette i brividi addosso perché intuiamo il suo nascondere una montagna di sozzure che fa terrore all’anima. Certo, magari il prigioniero di cui sopra – posto che il suo “fantasma” si sia fatto sentire – era davvero colpevole, o magari ha gridato “Io non voglio morire”, imprimendolo nell’etere, solo perché era un pusillanime, un vile incapace di fronteggiare il peso dei suoi stessi crimini, ma dati i vizi umani, non stupirebbe se fosse stato… se fosse stata (era una donna) innocente. Magari uno donna violentata, distrutta, insultata dai Seville o simil-tali, pre-rivoluzione digitale, finanche pre-rivoluzione industriale.

Anche se il pensiero non sfiorerà mai le troupe americane dei programmi trendy, il problema vero con questa storielle, pseudo-notizie, e di molte altre simili, è dato dal fatto che non serve portare attrezzature sofisticate nelle vecchie prigioni come quella del Somerset, o medium di nome…. il problema vero è che le voci dei loro “fantasmi” infestanti e dimenticati potrebbe sentirle chiunque volendo, chiunque riuscisse a fermarsi a pensare, chiunque avesse-da-pensare. Sarebbe facile, insomma, avvertire quelle “presenze infestanti”, così come  tutto il loro dolore-muto che nella sua capacità imprimere l’etere non deve essere davvero secondo a nulla e a nessuno.

Rina Brundu

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