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Filosofia dell’anima – In morte di Hannah James

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

 

hannah james

Screenshot source: daily mail.co.uk

Chi era Hannah James? No, I am afraid non si tratta di un’altra migrante diseredata senza storia e senza memoria; non si tratta neppure di un qualcuno che abbia vissuto una vita difficile sotto alcuna prospettiva, di una donna che avesse chissà quali problemi; per buona parte della sua vita Hannah non è stata neppure malata. In realtà Hannah James era una ricca ereditiera come un’altra, si potrebbe forse dire. Era una donna in carriera, affermata, bella, figlia di un tycoon britannico operante nel settore immobiliare e molto noto ai media.

La vita di Hannah, almeno fino al 2010 è stata una vita privilegiata, mancante di nulla, in ogni senso. Si trattava di una di quelle vite che fanno copertina, che non perdono tempo a riflettere perché il tempo non ce l’hanno, perché sembra quasi che le loro anime di riflettere non ne abbiano bisogno (può accadere). Poi un giorno del 2010, mentre tornava a casa con la sua Audi, Hannah investì un ragazzo di 17 anni che andava in bicicletta. Da quel momento in poi la sua vita cambiò. No, non venne meno la sua ricchezza, e sicuramente la famiglia della vittima sarà stata ampiamente risarcita, almeno da un punto di vista materiale, ma si sgretolò la vita di Hannah. Con il suo senso di colpa aumentarono i problemi, venne la depressione, la fine del matrimonio, la droga, infine la morte a soli 37 anni in un altro magnifico appartamento di Parigi, pochi giorni fa.

La vita di Hannah mi interessa perché è a suo modo mirabile, un esempio plastico di come si estrinsecano per davvero le dinamiche della nostra vita, di quali siano gli appuntamenti davvero importanti del nostro vivere. Nel caso di Hannah l’appuntamento importante è stato proprio quel giorno di ottobre del 2010 quando non si fermò allo stop e a causa di ciò un ragazzino di diciassette anni se ne andò all’altro mondo prima del suo tempo. O forse no. Forse anche l’appuntamento di quel ragazzo era di quelli improcrastinabili, di quelli a cui non si può mancare, neanche volendo.

Due vite che si incontrano nella tragedia, dunque, almeno così pare. C’è da chiedersi dove quelle vite si fossero incontrate prima. Se c’è un destino karmico in attesa, s’intende. Ma la vita di Hannah racconta anche una persona molto sensibile, anche a dispetto di tutto ciò che possiamo immaginare del mondo delle paillettes. Hannah di fatto non ha mai dimenticato, è certamente morta un poco con la sua vittima, in quel momento stesso, mentre il resto del suo corpo si è trascinato per qualche altro anno ancora, incapace di lottare contro il dettame della sua anima, men che meno contro il suo destino segnato.

Nell’ottobre del 2010 sono quindi decedute due persone. Sovente, in occasione di questi incidenti, ci soffermiamo a compiangere solo la vittima, quella che a prima vista appare tale. In realtà non è così, le vittime di simili accadimenti sono sempre almeno due, sono molte. E sono molte le anime che, dopo, si trovano nella disperazione più assoluta; che come Hannah vivono in silenzio il dolore a cui non è concessa neppure la pietà più o meno falsamente esibita davanti a chi vive storie tragiche di altra natura. È infatti facile compatire un poveraccio, magari furbo, furbissimo, che vive in una catapecchia a spese della comunità, ma è molto più difficile, se non quasi impossibile, provare umana pietà per una ricca ereditiera che si spegneva ogni giorno nella sua gabbia dorata. E in fondo è morta sola.

Hannah se ne è andata dunque, però ci ha lasciato una storia mirabile, quella che racconta la sua vita, didattica come nessuna, meravigliosa!

Rina Brundu

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