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MA POI SCOPPIÒ LA GUERRA – Trìdicu mezus de su pane

Uno stupido che cammina va più lontano di dieci intellettuali seduti (Jacques Séguéla)

Estratto

Per una decina di anni la mia famiglia è vissuta quasi in simbiosi con una famiglia amica, quella di un cugino di mia madre, Franceschino Corbu. La famiglia Corbu si era installata nell’appartamento che prima avevamo noi in affitto in via Pasquale Tola, mentre noi eravamo subentrati nell’appartamento che aveva lasciato libero zia Grazia – sempre in affitto – in via Ferracciu 23, cioè esattamente nella parte opposta dell’isolato. I due appartamenti – che erano di proprietà del fratello di zio Franceschino – erano collegati fra loro da un ballatoio scoperto, sul quale davano due rispettive porte di ingresso.

E proprio a proposito della porta della famiglia di zio Franceschino interviene una prima nota di colore: la moglie signora Jubannicca, per motivi di aspettative di eredità non soddisfatte, aveva a suo tempo “giurato” che non avrebbe mai attraversato la porta che collegava i due appartamenti, ragion per cui non veniva mai in casa nostra e, ad esempio, quando veniva a chiedere il fuoco – come allora era usanza comune tra le famiglie – chiamava a distanza mia madre, comare Antonicca, e attraverso la porta “vietata” si limitava ad allungare la paletta del fuoco vuota e poi a ritirarla piena di carbone acceso.

Ma più notevole era un fatto che si verificava di frequente: quando il figlio minore Gino ne combinava qualcuna delle sue, per cui la madre tentava di acchiapparlo per dargliele, era sufficiente che egli varcasse la “porta vietata”, perché sfuggisse del tutto alle busse meritate. E aveva voglia la madre ad invitare il figlio a ripassare la porta e a rientrare in casa: Beni a inoche Gino! «Vieni qui Gino!»; ma lui anche per dispetto si fermava appena a qualche metro da lei, però al di qua della linea divisoria della fatidica porta, e talvolta addirittura le faceva il gesto della stizza strofinando gli indici delle due mani tra loro, fachende su derre, che in Toscana si dice facendo lima-lima. E noi Pittau presenti in casa ci godevamo lo spettacolo, assistendo alla scena dal ballatoio oppure dalla porta di una stanza contigua.

La caratteristica dominante della famiglia Corbu era il “disordine” generale. I cinque figli, tre maschi e due femmine, nostri rispettivi coetanei, erano sempre in casa nostra, a fare la vita di famiglia con noi. La signora Jubannicca era una donna di chiesa, ma intanto lasciava la casa in un totale disordine, raramente facendo da mangiare al marito e ai figli, i quali si arrangiavano come potevano. La figlia minore Pinuccia frequentava il Ginnasio e prima di andare a scuola, dato che i genitori erano ancora a letto, si preparava la colazione da sé, ma non nella cucina sua, dove il fornello era ancora spento, bensì nella nostra dove invece era già acceso. Però, per scrupolo mantenuto rigorosamente giorno per giorno, essa compensava l’uso del nostro fuoco, portandosi dietro, oltre che il latte, il caffè, lo zucchero e il pane, anche una grande zolla di carbone, che metteva scrupolosamente nel nostro fornello.

Quando la sorella maggiore Annina si attardava troppo in casa nostra, riscaldandosi nel braciere e mandando avanti la conversazione con mie sorelle e mia madre, trovava spesso chiusa a chiave la “fatidica porta” della sua casa; ed allora mie sorelle la aiutavano a scavalcare una nostra finestra che dava in un balconcino di casa sua. E questa operazione, che veniva effettuata da mie sorelle col solito divertimento, non era senza pericolo per Annina.

I fratelli invece erano soliti scavalcare un’altra finestra per scendere in un cortiletto interno dove c’era la cantina; e di qui prelevavano fiaschi di olio che vendevano nel vicinato a insaputa dei genitori.

Nei confronti dei Corbu, che per paura erano soliti chiudere a chiave le porte del loro appartamento, noi Pittau ci vantavamo di essere invece coraggiosi non chiudendo nessuna porta con la chiave, neppure il portoncino esterno della casa. Non mi ricordo se i Corbu ci abbiano mai obiettato: «Che cosa spererebbero di rubare eventuali ladri in casa vostra?»

Però i Corbu erano tutti molto affabili con noi Pittau e stimavano la nostra famiglia, molto differente dalla loro. E ci aiutavano pure prestandoci libri scolastici e anche chiamandoci sempre e tutti alla festa della vendemmia e a quella della smielatura nel loro bellissimo orto di Birgotte.

D’altronde zio Franceschino Corbu, che prima aveva insegnato come maestro elementare e dopo era diventato capo della Confederazione Fascista degli Agricoltori, era quello che a suo tempo aveva trovato il posto di Guardia Comunale per mio padre e quello che in seguito aveva trovato il posto di autista nel suo ufficio per mio fratello Piero.

Zio Franceschino, che poi era diventato mio padrino di cresima, si trasferì con la famiglia a metà degli anni trenta a Roma, per andare a chircare trídicu mezus de su pane «cercare grano (sperando di trovarlo) migliore (di quello) del pane», cioè ritenendo di migliorare socialmente, con risultati effettivi però che non mi è mai sembrato di constatare.

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